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8 marzo: cosa festeggiamo?

Pubblicata il 8 marzo 2016

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8 marzo: cosa festeggiamo?
Oggi, 8 marzo , festa della donna. Per me è stata sempre una data di emozione particolare. Sarà per la ricorrenza di origine (mia madre era nata l'8 marzo e quasi per destino si è sempre battuta in prima linea per i diritti delle donne pagando ella stessa dei prezzi in prima persona), sarà perché ho sempre sentito sulla pelle, in questa data, l'energia di tutte e l'ho sempre vissuta come un simbolo di riscatto. Gli slogan non sono mai semplici slogan, sono, spesso, una sintesi di pensiero, del sentire comune e individuale che trova spazio nella voce di tutte. L'8 marzo è una festa che ha un'origine squisitamente politica, dovremmo ricordarcene oltre retorica. In questi ultimi decenni questa origine si è molto annacquata anche a causa di una sempre più intermittente presenza dei movimenti delle donne. E da tempo infatti prevalgono i messaggi retorici, un po' ipocriti, che tutto appiattiscono, facendone una festa generica, un'opportunità commerciale, di marketing di ogni genere. Cosa si dovrebbe festeggiare? Le conquiste che nel corso dei secoli le donne hanno raggiunto. Dico conquiste che è un termine maschile proprio di un linguaggio bellico ma che si adatta al percorso che le donne hanno fatto perché caratterizzato da conflitti durissimi. Esse sono state e sono il risultato di un cammino collettivo realizzato con gli immensi sacrifici individuali di tante, assai doloroso, che attraversa le singole stagioni politiche alcune delle quali sono state più ricche di risultati di altre per condizioni politiche più favorevoli e perché maggiore era la forza delle donne in politica.

70 anni di elettorato attivo
In questi giorni circola (non casualmente) nelle sale il film sulle suffragette guarda caso diretto e sceneggiato da due donne. Un film che fa emergere tutta la violenza che quelle donne nei primi anni del secolo scorso hanno subito per ottenere il diritto di voto. “Noi non siamo contro la legge! Noi vogliamo fare la legge!”. Sono parole di Emmeline Pankhurst,a leader di quel movimento. Ci sono voluti ancora 10 anni per ottenere il voto alle donne in Inghilterra e una di loro, Emily Davison si tolse la vita per attirare l'attenzione su questa causa gettandosi sotto i cavalli al Derby di Epsom nel 1913. Un bellissimo libro di Tracy Chevalier, “Quando cadono gli angeli”, evoca quella stagione politica. Ma la rivendicazione delle donne in tal senso era già in corso da tempo in più Paesi incontrando ostacoli fra gli uomini dei loro stessi movimenti politici di appartenenza, anche quelli socialisti. L'Italia non fa eccezione. Il chè dimostra che da sinistra a destra il tema è sempre stato di interesse trasversale e di genere, come lo definiremmo oggi. Nel 2016 ricorrono 70 anni dal riconoscimento del suffragio universale nel nostro Paese. Correva l'anno 1946 e il voto alle donne fu istituito anche come riconoscimento del ruolo svolto dalle donne nella guerra di Liberazione dal nazifascismo. Le donne votarono prima per le elezioni amministrative e poi al referendum che decretò la Repubblica. E ancora permanevano pregiudizi maschili in proposito per come si sarebbe orientato l'elettorato femminile. E sono trascorsi solo pochi decenni da chè, grazie alla ricerca e allo studio di molte storiche sono state portate alla luce le vicende che hanno visto le donne protagoniste nel corso della storia e il loro contributo ad un mondo migliore. 

Cosa festeggiamo?
A giudicare tuttavia da come vanno le cose per noi in questi anni difficili e tormentati, più che di festa bisognerebbe proclamare provocatoriamente una giornata di lutto. Da 10 anni circa i problemi sono sempre quelli e in trend peggiorativo. So di suscitare antipatie e disaccordo, ma nel 2013 fu proposto uno sciopero delle donne contro la violenza. Una provocazione certo, ma si provi a pensare cosa accadrebbe se veramente tutte le donne incrociassero le braccia per un solo giorno. Tutto si fermerebbe nella vita pubblica come in quella privata. E gli effetti sarebbero clamorosi. Cosa si dovrebbe festeggiare dunque?  L'affossamento della legge 194 sull'aborto, vergognosamente boicottata dagli obiettori di coscienza fino a paralizzarne in alcune Regioni l'applicazione con il 90, il 70% di obiezione? La depenalizzazione dell'aborto clandestino con la comminazione di multe fino a 12.000€, tornando a prima del 1978? Cosa festeggiamo oggi, i diritti ottenuti? Dove sono finiti i consultori dei comitati di gestione, i servizi pubblici per l'infanzia? Certo ci sono ancora ma spira sempre più forte un vento di privatizzazione che equivale a buttare fuori il contributo popolare e in specie delle donne. Dove sono finiti i diritti del lavoro quando ancora si fa firmare alle giovani ragazze precarie lettere in bianco ipotecando l'occupazione in caso di gravidanza? Si lodano e si esaltano le scienziate che hanno raggiunto risultati di eccellenza, ma sono eccezioni perché molte giovani ricercatrici sono costrette a scegliere l'espatrio, come abbiamo ben visto di recente sulla stampa e si sta tornando alla segregazione dei percorsi formativi. E c'è chi pensa che il problema della crisi siano le donne che studiano e che pretendono di lavorare e di scegliere una professione e un percorso di vita in autonomia. Per non parlare della mai raggiunta parità salariale a parità di qualifica professionale. Le Pari Opportunità, conquista degli '80 e '90, istituite per promuovere politiche di azione positiva e riequilibrare la realizzazione dei diritti fra uomini e donne hanno finito per nascondere la differenza di genere come valore, includendo qualsiasi tipo di gap sociale e di diritto, negando così la questione della differenza sessuale e dunque il potere maschile sulle donne fondato su una cultura che lo legittima e lo alimenta. Il nostro Governo non ha ritenuto di istituire un Ministero in materia e la delega è di titolarità del Presidente del Consiglio, naturalmente uomo. E in diverse città, Imola è un esempio concreto , si sono tolte le risorse, di personale e di denaro, individuate alla fine degli anni '80 per la promozione di politiche mirate. La violenza sulle donne colpisce con costanza e continuità allarmanti e sta diventando un problema pressoché strutturale. E bene ha fatto la Presidente della Camera Boldrini a decidere di abbassare la bandiera a mezz'asta in questa giornata, contro la violenza, una questione emblema della cultura maschile che nutre il potere dei maschi sulle genere femminile. In politica il paravento delle quote rosa, inserisce le donne nelle Istituzioni, ma le scelgono quasi sempre gli uomini e se una donna impegnata in politica viene attaccata, l'eloquio diventa turpiloquio violento. Il corpo delle donne è continuamente oggetto di controllo, del potere maschile. Lo vediamo nel linguaggio, spesso volgare, di molta della pubblicità in circolazione, nell'affossamento della legge 194 e nella discussione attualmente in corso sulla genitorialità, le adozioni, l'inseminazione artificiale, l'utero in affitto (bruttissima offensiva espressione). Dunque cosa festeggiamo?

Tornare alla politica
E' ora di tornare alla politica e di farsi qualche domanda. Fra le donne si polemizza sovente sull'esclusione degli uomini da alcune sedi politiche o da alcune manifestazioni. A Imola il 14 febbraio scorso si è svolto un corteo femminista senza uomini per dire basta alla semplice solidarietà contro la violenza. Perché la solidarietà non basta: serve che gli uomini facciano un percorso di genere che a fianco di quello femminile, metta in discussione la cultura maschile di cui sono portatori in gran parte e si sforzino di costruirne una che parta dal presupposto del rispetto reciproco fra i sessi e del medesimo diritto a determinare la propria vita per cambiare le fondamenta di un sistema che essi stessi hanno costruito . Il problema non è di esclusione: i maschi on sono mai stati esclusi ma hanno sempre esercitato il loro potere, prevalente, nel pubblico e nel privato. Senza questa consapevolezza e senza questo percorso, le donne non potranno che agire il conflitto se vogliono i diritti che spettano loro. Rispetto al passato la soglia di autodeterminazione per le donne si è alzata , ma la sostanza non cambia e sono convinta che in questo mondo conflittuale e tormentato una delle “guerre” in corso, fra le tante condotte dagli uomini e non per volere delle donne, sia quella fra i sessi. L'abbiamo visto nei fatti inediti e vergognosi di Colonia, su cui ancora non c'è chiarezza e su cui si sono usate le donne per alimentare conflitti xenofobi. Serve che le donne tornino alla politica in sedi adeguate. In questa giornata dove anche a Imola sono in calendario molte iniziative per valorizzare i saperi e i vissuti femminili, non ci si accontenti di appuntamenti celebrativi per un mese, ma si torni a discutere nel merito dei temi che ci riguardano verificando quali sono gli spazi comuni nei quali costruire una nuova forza politica delle donne. Per questo auspico che il prossimo 8 marzo anche l'Amministrazione comunale imolese non si limiti a sintetizzare un cartellone dai contenuti misti e celebrativi, e che con il contributo delle Associazioni delle donne del territorio, si inauguri un percorso politico in cui si verifichino nel merito i punti, i valori, le proposte su i quali riavviare un impegno comune aperto alle donne della città per un'alternativa al presente che ci includa, ci rispetti e riconosca il diritto a decidere della nostra vita e del nostro corpo.

 

(Virna Gioiellieri)

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