Cambiavento

L'amicizia non ha colore

Pubblicata il 16 maggio 2016

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Un bellissimo film uscito di recente, “Race. Il colore della vittoria”, ci ha fatto conoscere da vicino la storia di Jesse Owens, allora ventiduenne di colore, che è stato il primo atleta americano a vincere quattro medaglie d'oro in una sola Olimpiade: i 100 metri, i 200 metri, salto in lungo e la staffetta 4 x 100. E lo ha fatto, sorprendendo tutti, ai Giochi Olimpici del 1936, organizzati dalla Germania nazista a Berlino con il chiaro intento di propagandare la supremazia della razza ariana.

Nel pomeriggio del 4 agosto 1936, di fronte alla vittoria di Owens, Hitler uscì allo stadio senza stringere la mano a Owens, scatenando un caso storico che sarà poi negato dallo stesso Owens nella sua autobiografia. Neanche il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt, però, impegnato nelle elezioni presidenziali del 1936, si congratulò con Owens.

Durante le competizioni, Jesse Owens e il campione tedesco di salto in lungo Luz Long ebbero modo di diventare amici, nonostante le tensioni politiche allora esistenti tra la Germania nazista e gli Stati Uniti d'America. Anni dopo, fu lo stesso Owens a raccontare il gesto di sportività compiuto dal saltatore tedesco nei suoi confronti. Le qualificazioni del salto in lungo si svolgevano contestualmente alle batterie dei 200 metri piani. Distratto dalla contemporaneità dei due eventi, Jesse Owens rimediò due nulli nei primi due salti di prova. Luz Long gli suggerì di partire più indietro, circa trenta centimetri prima dell'inizio della pedana di rincorsa. Jesse Owens seguì il consiglio, e riuscì a qualificarsi per la finale, dove vinse la medaglia d'oro proprio davanti al tedesco, che fu il primo a congratularsi con lui subito dopo il balzo vincente.

Jesse Owens così descrisse quella gara: “Mi ricordo che, nell'istante in cui toccai terra dopo il mio salto finale, il salto in cui stabilii il primato olimpico di 8,06, Luz mi fu a fianco per congratularsi con me. Nonostante Hitler ci fulminasse con gli occhi dalla tribuna a non più di un centinaio di metri, Luz mi strinse fortemente la mano: e la sua non era certo la stretta di uno che sorride con la morte nel cuore. Si potrebbero fondere tutte le medaglie e le coppe d'oro che ho e non servirebbero a placcare in oro a 24 carati l'amicizia che sentii per Luz Long in quel momento”.

Long, cui il regime nazista non perdonò mai la sua amicizia con un atleta statunitense, per dipiù di colore, morì a trent'anni, durante la seconda guerra mondiale, per le ferite riportate in combattimento in Sicilia. È sepolto nel cimitero militare germanico di Motta Sant'Anastasia.
Dopo quelle Olimpiadi, i due si scrissero per diversi anni; nell'ultima lettera dal fronte, Long scrisse a Owens: “Se un giorno incontrerai il mio bambino, raccontagli di come possano andare le cose tra esseri umani della terra”.

Finita la guerra, a riprova della sincera amicizia che li legava, Owens si recò più volte in Germania per incontrare e aiutare la moglie e il figlio di Luz, Kai, a cui raccontò del suggerimento ricevuto dal padre per qualificarsi.
Owens morì il 31 marzo 1980 e dal 1984 una strada di Berlino porta il suo nome. Nella stessa città, ai campionati mondiali di atletica del 2009, la premiazione del salto in lungo è stata celebrata dagli eredi dei due eroi di allora, la nipote di Jesse Owens e il figlio di Luz Long.

(Tiziano Conti)

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