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Elezioni in Austria: che fine hanno fatto i partiti?

Pubblicata il 28 maggio 2016

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Elezioni in Austria: che fine hanno fatto i partiti?
In Austria le elezioni per la scelta del presidente hanno consolidato la nuova tendenza che si sta diffondendo in Europa: la contesa tra le forze democratiche cui siamo abituati, socialdemocratici e conservatori, sta cedendo il passo alla polarizzazione della politica e i populismi di destra ormai guadagnano consensi in modo più trasversale di prima nelle società europee.
In Austria, al ballottaggio, l'estremismo è stato arginato per una manciata di voti, poco più di 30 mila, giunti per corrispondenza, che hanno fatto prevalere, con il 50,3%, Alexander Van der Bellen, candidato indipendente ed ex leader dei Verdi. Ma l'avversario ultranazionalista e anti europeista sconfitto, Norbert Hofer, aveva comunque ottenuto una vittoria schiacciante al primo turno, staccando Van der Bellen di 15 punti percentuali: 35,1% contro 21,3%.


L'Europa tira un sospiro di sollievo, anche se in extremis e grazie alla grande mobilitazione dei cittadini al ballottaggio, ma è necessario porsi qualche domanda. I partiti tradizionali che fine hanno fatto? I socialdemocratici e i popolari austriaci, da sempre alternati al potere nel paese d'oltralpe, al primo turno avevano ottenuto solo un misero 11,3% e 11,1%.
Queste due forze, che stanno governando insieme l'Austria dopo le elezioni politiche del 2013, hanno perso, di fatto e sul campo, il loro appeal sui cittadini. La loro condizione - purtroppo “ambigua” - è la cifra caratteristica in molti stati europei dove, al di là di chi governa, non si distingue più alcuna contrapposizione negli schieramenti storici di destra e sinistra.
Le visioni in molti casi sono sovrapposte (intercambiabili?) e soprattutto affatto chiare sulle questioni politiche importanti. Sembra che a queste formazioni stia più a cuore tutelare gli interessi di lobby e gruppi finanziari, riducendo o in alcuni casi smantellando lo stato sociale, che non fare da “mediatori” tra gli uni e gli altri. Incapaci poi di rassicurare i propri cittadini di fronte alle grandi sfide che stanno trasformando le nostre società, in primo luogo l'immigrazione di massa.

I movimenti populisti mettono a nudo e rappresentano alla classe dirigente che governa, spesso con il metodo del “partito della nazione”, il malessere acuto della società, dell'economia ed anche della stessa politica. E' dovere degli esecutivi europei rispondere, ora, a questi sintomi lanciando un segnale inequivocabile agli elettori; isolando così i partiti estremisti con la forza delle soluzioni – alternative – proposte. Ed è diritto degli stessi cittadini intervenire attivamente nei processi di decisione per orientare tali soluzioni.

La crisi dei singoli stati e quella dell'Unione Europea si intrecciano. La crisi del “Welfare state” investe tutta l'Europa; i problemi dell'occupazione, dell'immigrazione, della flessibilità, del terrorismo e della diffusione della criminalità organizzata riguardano in primo luogo il mercato unico e l'intera Unione. Non a caso, insieme all'economia della conoscenza, all'abbattimento del costo dei brevetti, alla libera circolazione delle menti, sono tutti pezzi del mosaico della strategia di Europa 2020.

Così si dovrebbero intrecciare anche le soluzioni. Il distacco, fra la cittadinanza da una parte e le volontà dei governi e delle lobby più forti dall'altra, deve essere assolutamente colmato: aumentare la trasparenza e l'efficienza nella pubblica amministrazione, risolvere i nodi legati alla mancata integrazione degli immigrati, implementare politiche volte alla creazione di nuovi posti di lavoro e alla realizzazione di nuove attività imprenditoriali, finanziarie ed ambientali sostenibili nel tempo, continuare ad investire nell'economia della conoscenza. Ancora, si può intervenire sul funzionamento delle istituzioni comunitarie, agendo sulla riforma del consiglio dell'Unione Europea e del regolamento degli Europartiti, per creare veramente uno spazio politico europeo. Ciò non basterà a far scomparire del tutto l'euroscetticismo o l'ultranazionalismo xenofobo, ma almeno ad arginarlo e a togliergli man mano il terreno sotto i piedi.

(Caterina Grazioli)

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