Cambiavento

70 anni di Repubblica e di suffragio universale

Pubblicata il 2 giugno 2016

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70 anni di Repubblica e di suffragio universale
70 anni, settanta dal quel 2 giugno 1946. La Repubblica vinse nelle urne sulla Monarchia per poche migliaia di voti e oggi si festeggia, pare a me, con qualche clamore in più rispetto alle consuete celebrazioni istituzionali. E' inevitabile vedere, in questo, un filo di ambiguità perché la nostra Repubblica ha subìto ferite e lacerazioni in questi 7 decenni e oggi sembra provata da venti interni e internazionali tutt'altro che confortanti. Dove sta l'ambiguità? Nel fatto che non è chiaro se quel “clamore” in più che mi pare di percepire, sia una reazione celebrativa ai venti che spirano o se sia uno slancio foriero di una ritrovata consapevolezza del valore della Repubblica e dei principi che fin dall'inizio ne sono stati la culla. Una risposta certa, qui ed ora, non c'è e, come si dice, lo scopriremo solo vivendo. Certo ultimamente siamo prodighi di eventi da celebrare pur con le dovute e doverose distinzioni, ma il punto è che le celebrazioni, pur in questo caso e per loro natura , non necessariamente coltivano qualcosa. Lo scenario post bellico pose gli italiani di fronte ad un bivio: scegliere un cambiamento radicale oppure no. I timori erano diffusi e vissuti in modo differenziato, tant'è che anche diversi di coloro che poi si scoprirono repubblicani convinti votarono per la monarchia. 

La domanda di cambiamento delle donne
Decise al cambiamento furono le donne che votarono per la prima volta in un referendum nazionale determinante dopo le elezioni amministrative di pochi mesi prima che interessarono poco più di 400 Comuni, scegliendo in gran parte la Repubblica. Finalmente con la fine della guerra era stato riconosciuto il suffragio universale e quindi il diritto di voto anche alle donne. Un diritto ottenuto dopo decenni di lotte e di nulla di fatto che avevano visto le componenti maschili di tutte le forze politiche allearsi per far sfumare il raggiungimento di questo obiettivo. Il voto le donne l'hanno conquistato, convinte in gran maggioranza che rispondesse ad un diritto fino a quel momento negato. E l'hanno fatto anche partecipando attivamente alla guerra di Liberazione dal nazifascismo sia combattendo (la minoranza), sia organizzando forme di resistenza, di attivismo, di protesta e azione sociali, decisive per l'esito di quella vicenda storica. Come ha detto Marisa Rodano in uno dei tre brevi filmati in questi giorni dedicati dalla RAI alle ragazze del '46, senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza. Talmente vero che anche gli uomini che avevano la responsabilità della costruzione del dopo, hanno considerato l'introduzione del suffragio universale un atto dovuto alle donne italiane. Analogamente senza le 22 donne elette all'Assemblea Costituente la nostra Carta Costituzionale sarebbe uscita più povera, in specie negli articoli che riguardano i diritti civili e la parità, come i più recenti studi sul percorso della Costituente hanno evidenziato.
Come molte donne raccontano ricordando quel 2 giugno, fu una festa, una consapevole presa d'atto di un riconoscimento finalmente avvenuto dopo anni di aspettative diffuse fra le donne italiane. C'era chi aveva più timore del grande cambiamento che si prospettava e chi meno, ma moltissime erano consapevoli che per la prima volta la loro volontà espressa nelle urne avrebbe concretamente contribuito a determinare il futuro. Altre, meno consapevoli, sentivano che si presentava una grande occasione per esserci e per esprimersi. Del resto quella consapevolezza si era formata attraverso vicende individuali e collettive che avevano visto le donne protagoniste attive e portatrici di obiettivi e di proposte concrete per il futuro che le aspettava.
I Gruppi di Difesa della Donna nati in quegli anni e partecipati da donne di diversi orientamenti culturali ed ideali aggregavano le donne su un programma che chiedeva gli sili nido, la parità salariale, la tutela delle lavoratrici a domicilio oltre ovviamente al diritto di voto. Sussistevano quindi concrete motivazioni per contare nella vita politica e rappresentare in prima persona le istanze a favore di un miglioramento delle condizioni di vita della componente femminile della società. La conquista del voto è stata per le generazioni di donne nate nella prima metà del secolo scorso, il punto di inizio di un nuovo percorso ma anche un punto di sintesi delle lotte dei decenni precedenti per cui si aprivano, ora, nuove possibilità di realizzazione.
Le storie personali si sono strettamente incrociate col percorso collettivo creando la coscienza sociale e la consapevolezza di chi attraverso l'esperienza di duri sacrifici e rinunce personali non solo dovuti al ruolo imposto dall'ideologia fascista e dalla guerra ma anche ad una mentalità maschile arretrata, aveva imparato ad esprimere una nuova domanda di libertà nella richiesta di parità e diritti. 

 Il voto alle donne fattore di progresso sociale e culturale
Il riconoscimento alle donne dell'elettorato attivo e passivo ha segnato un passo decisivo e tangibile verso la modernizzazione del Paese e il progresso verso condizioni di vita migliori per tutti, nelle relazioni sociali e nella dialettica fra Istituzioni e società civile.
Questo è e così bisognerebbe vederla e raccontarla con un'azione di verità storica, utile a comprendere anche il presente e i fenomeni che lo caratterizzano. Dalla violenza sulle donne e dal degrado della relazione fra i generi ai processi di peggioramento in atto delle condizioni di vita delle donne sia nel lavoro che nel sociale. Ricordare senza indagare la Storia e le storie di chi in tanti modi e circostanze l'ha vissuta e senza capire le dinamiche, le circostanze, i fattori che resero possibili gli eventi che seguirono e che ci hanno consegnato il mondo di oggi, ha valore effimero e al contempo priva la Storia del suo valore pedagogico. Dal 2 giugno 1946 e dalle vicende che seguirono ci giunge una lezione: dove le condizioni di vita delle donne sono arretrate tutto il sistema sociale ed economico è arretrato; un'asserzione che anche gli studi internazionali e le indagini contemporanei che studiano i fattori di determinazione del progresso e dello sviluppo dei Paesi nel mondo, confermano.

(Virna Gioiellieri)

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