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Strage di Orlando: il bisogno di sapere, oltre gli stereotipi

Pubblicata il 18 giugno 2016

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Strage di Orlando: il bisogno di sapere, oltre gli stereotipi
Sono sconvolto - come molte altre persone – dalla strage di Orlando: così ascolto, leggo, cerco di capire. Mi piacerebbe sapere di più sulla psicologia degli assassini “di massa” e che esistesse davvero una Julia Kendall (la criminologa inventata da Giancarlo Berardi per i fumetti della Bonelli) da intervistare. E penso pure che bisognerebbe comprendere quanto è “americana” - cioè statunitense - questa strage, dunque differente rispetto a massacri in apparenza simili. Conoscere meglio gli Usa, fuori dai tanti stereotipi, aiuterebbe…

Mentre così provo a ragionare, mi capita di accendere la radio e di ascoltare le solite banalità proprio sul massacro di Orlando: interviene un ascoltatore e parla di «mancata integrazione». Ci rifletto e mi viene in mente una tesi in apparenza paradossale: Omar Sediq Mateen, lo stragista, non era poco inserito ma al contrario era diventato un perfetto “americano”… o se preferite «amerikano», cioè integrato nella faccia peggiore degli Stati Uniti. Infatti i serial killer – perlopiù maschi bianchi, ma qualche eccezione c'è – come fenomeno di massa sono tipici della storia Usa, non di altri Paesi dove costituiscono l'eccezione. E nella memoria mi affiora un'analisi su «Zodiac» e il suo contesto, scritta molti anni fa da Valerio Evangelisti. La cerco e la trovo – Zodiac: AMERICAN PSYCOSIS – ovviamente su «Carmilla online», è datata 20 settembre 2006. Qui sotto “un assaggio” che spero vi invogli a leggere tutto il saggio, lungo ma di affascinante lettura.

Dopo aver riletto Evangelisti, rifletto ancora sugli Usa dei killer in serie e ne traggo una prima conclusione: nel paradosso c'è del vero, Omar Sediq Mateen è stato perfettamente educato ai peggiori valori statunitensi, quelli di Trump (che vuole più armi in casa) e della Clinton (che preme per maggiori interventi militari ovunque nel mondo). Lo so bene: esiste un'altra America, di Sanders e non solo, con altri valori; ma quelli che comandano cioè gli “amerikani” definiscono quegli altri… “anti-americani”. Paradossi a catena: che forse ci aiutano ad andare oltre i muri delle menzogne consolidate. Per una triste verità controcorrente: i valori dei due che si contenderanno la presidenza Usa non sono migliori da quelli dello stragista di Orlando. Del resto sia il presidente degli Usa che l'Isis dichiarano già di agire – cioè di uccidere – “in nome di Dio”.
(d.b.)

AMERICAN PSYCOSIS
di Valerio Evangelisti
E' stato finalmente pubblicato in italiano, con il titolo Zodiac Killer (True Crime Mondadori n. 19, agosto 2006), il libro di Robert Graysmith “Zodiac”, del 1986. E' un lieto evento. Peccato che uno degli studi migliori mai apparsi su un serial killer sia finito in una collana da edicola di livello finora mediocre, e condannato a un solo mese di vita precaria. Per non parlare dell'indecorosa prefazione, tale da far pensare che chi l'ha scritta non abbia letto il testo che introduce. In ogni caso, la presentazione del libro di Graysmith al pubblico italiano (già meditata da Daniele Brolli, mi pare di ricordare), è un piccolo evento. Per celebrarlo ripropongo un saggio, un po' datato, largamente ispirato a Graysmith. E' già apparso sulla defunta Carmilla cartacea e nel mio Alla periferia di Alphaville, L'Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2000.

Nella moderna letteratura horror (e nel cinema, nella televisione) la figura del serial killer sembra avere completamente soppiantato i mostri metafisici del buon tempo che fu. Un intero filone, solo in parte coincidente con il cosiddetto splatterpunk, propone assassini psicotici di fronte ai quali lo stesso Hannibal Lector impallidisce. Non si tratta, a ben guardare, di una rivisitazione delle tematiche esplorate decenni fa da Robert Bloch, in romanzi a giusto titolo memorabili. Per lo più i risvolti psicologici sono scomparsi o si sono fatti marginali: al centro delle storie stanno ora le inenarrabili atrocità compiute dal mostro, che è tanto più mostro quanto più le sue azioni appaiono insensate. Una sorta di grottesco insetto omicida acquattato nelle pieghe della società, e destinato a essere, più che neutralizzato, schiacciato (quando il romanzo o il film hanno un “lieto fine”).

Non avrei eccessive obiezioni a questo genere di narrativa e di cinematografia, che talora ha persino pretese di critica sociale, se non vi ravvisassi un rischio di oggettiva sintonia con alcune delle tendenze più odiose scaturite dalla pensée unique (per dirla con Ramonet) oggi dominante: la rinuncia a ricercare le cause dei comportamenti, la rivalutazione della biologia con parallela svalutazione della psicologia, l'individuazione del deviante quale gratuita anomalia segnata da colpe misteriose e unicamente proprie (come la povertà nell'ideologia protestante).

L'eliminazione sanguinosa del “mostro” che spesso conclude quel genere di storie mi sembra allora collegarsi assai bene ai meschini trionfi del cognitivismo e del comportamentismo (uniche scuole psicoterapeutiche ancora considerate a livello accademico), al ritorno in grande stile della psichiatria scientista, alla reintroduzione dell'elettroshock nelle cliniche, alle disquisizioni su supposte origini chimiche o genetiche della schizofrenia. Se così fosse ci troveremmo di fronte a una letteratura e a una cinematografia spaventosamente reazionarie, che solo la confusione intellettuale degli anni '90 permette di scambiare per progressiste.

Perché risulti più chiaro ciò che certe semplificazioni rischiano di oscurare, ripercorrerò la vicenda autentica di uno dei più allucinanti assassini psicopatici dei nostri tempi. Nella speranza che il lettore si chieda, alla fine della lettura, se la nozione di “mostruosità” possa davvero essere usata con leggerezza, nella fiction come nella realtà.

Per chi vuole saperne di più >>>>

Post scriptum
Dopo aver pubblicato questo post nel mio blog ho ricevuto alcuni commenti interessanti. In uno venivo richiamato alla questione delle ARMI CHE CIRCOLANO. Il mio paradosso volutamente toccava solo un punto - cioè la "produzione" di assassini "di massa" - di una vicenda assai complessa. La disponibilità di armi è ovviamente un altro punto ma anche qui i paradossi si sprecano: se Obama, Clinton e compagnia (Trump ha detto di no) vogliono davvero – e ne dubito – limitare l'uso di certe armi “in casa” sarebbe il caso di ricordare, sottolineare, urlare quante ne usano per uccidere fuori dai loro confini. Troppo comodo dimenticarlo. Ma queste amnesie riguardano anche noi, qui. A proposito dei femminicidi in Italia, in un commento ho letto: «mi chiedo come l'autore sia entrato in possesso di un'arma» aggiungendo che in Italia «le categorie sono limitate».
Purtroppo non credo che sia più così. Ora è facile in italia avere un "porto d'armi". Nel dicembre 2011 ho scritto un post intitolato «Armi al popolo» per raccontare che dal primo gennaio 2012 in Italia scattava una liberalizzazione: più armi per tutti dunque. «E senza noiosi registri». Commentavo: «si tratta di un bel passo avanti dell'Italia verso l'americanizzazione (nel senso del film di Michael Moore “Bowling Columbine”)». Su questa liberalizzazione da allora è caduto il silenzio: ovvio, visto che le industrie d'armi italiane condizionano la politica e i media, dunque sono intoccabili e a volte innominabili. Le industrie d'armi italiane proprio in questi giorni brindano per i buoni affari conclusi con l'Egitto.
Ma come? – dirà forse qualche ingenua/o – armi proprio al Paese che ha ucciso Giulio Regeni? E proprio dall'Italia che minacciava chissà quali azioni se il governo egiziano non avesse collaborato per “la verità”? Triste paradosso di un'azione concreta: più armi agli assassini. Il resto è fumo negli occhi. (d.b.)

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