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Trump e l'America che fu

Pubblicata il 11 novembre 2016

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Trump e l
Si tratta senza dubbio alcuno della notizia del giorno, anche se poi, nella realtà delle cose quotidiane, la cosa finirà per non toccarci troppo da vicino: Trump, il biondo milionario statunitense ce l'ha fatta e si fregerà del titolo di 45esimo Presidenti degli Stati Uniti D'America.
Come facilmente prevedibile tutti i media di immagine, di voce e di lettera ci stanno inondando di conferme, di pronostici, di sorprese circa il risultato e di previsioni circa le inevitabili conseguenze: in fondo, che piaccia o meno, si tratta pur sempre del personaggio più "potente" del mondo e la notizia è degna di rilievo.

Qualche tempo fa, sulle pagine di questo giornale, abbiamo avuto modo di illustrare un documentata similitudine tra il fresco neo-eletto e una vicenda di casa nostra che quindi ci ha toccato molto da vicino, nel bene e nel male e ora, avendo evitato pronostici, proviamo di riprendere il discorso interrotto in base ad elementi di "reazione" che, ancora una volta, ci avvicinano al popolo americano. Mister Obama ha rappresentato sicuramente una grossa novità nella realtà statunitense, sia per il colore della pelle che per le idee che, a volte inutilmente. ha cercato di portare avanti, riscontrando non poche difficoltà nell'individuare una pur sottile breccia nella rigida ed acquisita mentalità del popolo americano: l'idea che chi riesce a farsi strada sia un vincente e che chi non ci riesce sia solo un perdente e quindi quasi un non-americano non lascia troppo spazio a problematiche del tipo sanità pubblica, accoglienza, abbandono della linea di difesa "privata" con tanto di armi di fuoco e così via.

Facile quindi per il Trump cavalcare l'esatto contrario, proponendosi come il restauratore delle "vecchie glorie e idee americane", quelle dell'America profonda, le stesse ancora da molti ritenute l'emblema della vera diversità per non dire della verità assoluta.
Poco conta se quando parla dell'abolizione della sanità pubblica aggiunge la bellezza di due zeri al possibile risparmio pubblico in caso di ritorno al passato (negli States all'ingresso degli ospedali ti chiedono se hai la carta di credito e che sia coperta ...), se ha un passato da play-boy, se occasionalmente allunga le mani dove non dovrebbe e se afferma che costruirà un muro al confine con il Messico facendo pagare a quest'ultimo le relative spese: quel che conta è che rappresenta l'immagine dell'esatto sogno americano, del vincente, del deciso.
Basta guardarlo con quel suo ciuffo biondo dalla piega volitiva o dall'immancabile berretto per capire che avrebbe fatto centro.

Lo stesso è accaduto a noi e accadrà ancora a noi e al popolo americano: il fascino non troppo discreto del ben vestito pronto ad aprirsi la camicia per farci scoprire che sotto indossa la tuta blu, con tanto di trapezio rosso sul petto ed un vistoso mantello sul retro ci colpisce e ci colpirà.
La promessa aitante, il tono deciso e sicuro del vincente, la parlata ferma e roboante dell'uomo che non ha dubbi, la sicurezza ostentata verso la sola linea certa di risoluzione dei problemi delle attuali società e l'indicazione decisa della pochezza degli avversari, per non parlare dell'assenza del minimo dubbio fanno del politico vincente di casa nostra e non solo il vero protagonista.

Non dimentichiamoci, tuttavia, che dalla parte opposta, purtroppo, non si riesce ad individuare una persona decisamente all'altezza, un 'idea sicura e decisa di contromossa, una ferma linea politica in grado di trascinare una moltitudine ormai rassegnata all'accettazione del meno peggio, moltitudine che si astiene dal voto nella certezza acquisita dell'inutilità del loro consenso. Ho tratteggiato a sufficienza la Clinton?
Il grande Lucio, che manca certamente a noi tutti, scriveva e cantava chiedendosi ..."che mondo sarà, se ha bisogno di chiamare Superman...": il mondo che sarà è sotto gli occhi di tutti noi.

(Mauro Magnani)

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