REFERENDUM COSTITUZIONALE: "Le curiose contraddizioni della riforma costituzionale"

Pubblicata il 22 novembre 2016

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REFERENDUM COSTITUZIONALE: "Le curiose contraddizioni della riforma costituzionale"
In precedenti interventi abbiamo affrontato, nel merito, i singoli temi della riforma sulla falsariga del quesito referendario. Oggi presentiamo qualche esempio su un aspetto già fatto notare da autorevoli costituzionalisti: il risultato della riforma è non solo giuridicamente pericoloso ma anche confuso e disomogeneo. In effetti, nel nostro esame del testo ci siamo imbattuti in contraddizioni che è interessante evidenziare.

Si comincia con le leggi di iniziativa popolare: nella riforma è scritto che ?discussione e deliberazione su di esse sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari? (ancora da definire e da approvare), ma contemporaneamente il numero di firme necessarie viene triplicato, da 50 mila a 150 mila. In sostanza una promessa positiva affiancata a una certezza negativa: non esattamente l'ideale per le speranze di maggior democrazia diretta da parte dei cittadini.

Proseguiamo ricordando che il governo respinge categoricamente l'accusa di voler concentrare di fatto nelle mani del premier anche il potere legislativo: sarà così? In realtà gli stessi autori della riforma si sono accorti che nasceva la necessità di tutelare le future opposizioni parlamentari. Ecco che viene inserita una frase nell'art. 64: “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni”. Dunque qualcosa di sostanziale nella suddivisione dei poteri è accaduto, e in assenza di correttivi la funzione dell'opposizione non potrebbe essere esercitata. Peccato che la ipotetica soluzione sia anche qui affidata a futuri e indefiniti “regolamenti”, per giunta inevitabilmente condizionati dalla volontà della maggioranza di governo, che è come dire: il lupo decide i diritti della pecora!

Ora chiediamoci quale numero di voti sarebbe necessario in Parlamento per approvare alcune particolari decisioni, già immaginando che talvolta occorra qualcosa di più della semplice maggioranza. Infatti, a riforma approvata, sarebbero necessarie maggioranze comprese tra il 60% e il 66% per l'elezione del presidente della Repubblica, per provvedimenti di amnistia/indulto, per eleggere i membri della Corte costituzionale: è giusto, si tratta di decisioni che hanno notevole impatto. Ma un momento… per deliberare lo stato di guerra basterebbe il normale 50% più 1 della sola Camera dei deputati dove, lo ricordiamo, un unico partito avrà il 54% dei seggi. E' una constatazione sorprendente, essendo ovvio che deliberare lo stato di guerra non è una decisione da liquidare come normale amministrazione quando la Costituzione stessa dichiara nella sua parte non modificabile che “l'Italia ripudia la guerra”. Oggi è estremamente improbabile il ripresentarsi di “semplici”conflitti con nazioni confinanti, mentre il mondo è costellato di aree di crisi in situazioni spesso caotiche quanto a ragioni e torti; è quindi complesso stabilire se un intervento sia giustificato o meno, e deliberarlo non è certamente meno importante di qualsiasi altra decisione. Era così difficile aumentare la maggioranza richiesta, già che l'articolo veniva modificato?

Qui ci fermiamo, una volta di più con la brutta sensazione di una riforma nella quale è impossibile cogliere una logica coerente, e soprattutto un cambiamento in meglio.

(Cittadinanza Attiva Imola)

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