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Quello che le donne dicono, una marea che ha invaso Roma

Pubblicata il 29 novembre 2016

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Quello che le donne dicono. Una marea che ha invaso Roma sabato 26.
“Forte, tenace e anche gentile, questo è il potere femminile”: è uno degli slogan che si sono sentiti sabato a Roma. Una sintesi efficace del significato della grandissima manifestazione che ha percorso le vie della Capitale e che ha dato voce anche alle tantissime che non c'erano ma avrebbero voluto esserci.

Non si vedeva un corteo così dagli anni '70 del secolo scorso. Un urlo collettivo, pacifico che ha in sé molto di nuovo, perché esprime una visione di identità e del potere di genere affatto diversa dagli schemi proposti fino ad oggi e un'idea di futuro.
Le donne si muovono, dicono basta e non si piegano. Innanzi tutto di fronte alla violenza maschile, per lo più consumata fra le mura domestiche.
Già 116 i femminicidi nel 2016, 1.740 negli ultimi 10 anni (sono dati di Eures). In prima linea i centri antiviolenza della rete D.i.R.E. promotrice dell'appuntamento romano insieme all'Udi (Unione donne in Italia) e al coordinamento romano “Io Decido”.
Si chiede lo stanziamento adeguato di fondi come riconoscimento del ruolo fondamentale di sostegno delle donne che subiscono violenza e che ad essi si rivolgono. Invece sono stati diversi i centri che negli ultimi mesi hanno dovuto chiudere per mancanza di risorse.
Una situazione che impoverisce le possibilità di molte donne di uscirne e costruire un futuro su basi diverse. Perché uscire dalla violenza si può, come recitava uno striscione: system change, we can do it, in barba allo spot messo in onda dalla RAI il 25 novembre giornata mondiale contro la violenza sulle donne, centrato su stereotipi e schemi messi in bocca a bambine che comunicano un futuro segnato da un destino di violenza.

Fra i 200.000 anche molti uomini e ragazzi. Un gruppo di giovanissimi portava uno striscione: "basta violenza contro le donne". Anche questo è un segnale di un futuro diverso possibile. E fra i tanti colori, slogan e striscioni recanti i messaggi articolati di una visione comune che si è data voce, un cartello color magenta recitava: “educhiamo un maschio migliore”, portato da un ragazzo. Sì perché la violenza di genere affonda le sue radici in una cultura patriarcale, che vede nel potere dell'uomo sulla vita e il corpo delle donne l'unica concezione possibile del rapporto fra i sessi.

Per questo la violenza maschile sulle donne non è un'emergenza ma la normalità, al di là dell'appartenenza sociale, della condizione economica , del livello di istruzione degli uomini che usano violenza e delle donne che la subiscono. Dunque non basta la solidarietà di tanti uomini, anche se importante; occorre cambiare radicalmente la visione, la cultura, la mentalità che presiede alla relazione fra uomini e donne, nella coppia e nella famiglia, ma anche nella società. E' su questa diversa prospettiva che dobbiamo immaginare il futuro  e costruirlo, nella consapevolezza che è il riconoscimento della dignità di entrambi a rendere tutti più liberi e la convivenza migliore. Un paradigma senza il quale anche gli uomini perdono.

Non solo violenza
A Roma ciascuna ha portato le sue ragioni legate alle proprie condizioni di vita. Ancora troppe sono le discriminazioni verso le donne e troppo estesa la mancata parità di opportunità nei percorsi di vita, nella condizione e nelle possibilità di accesso al lavoro. Ancora troppo frequente la penalizzazione della maternità attraverso l'insufficienza di servizi e la mancanza di politiche che prevengano effetti di riduzione delle opportunità di valorizzazione delle proprie risorse e competenze.

La recente recrudescenza di attacchi alla legge 194 sull'interruzione di gravidanza e l'obiezione di coscienza divenuta strumento di inapplicazione della legge stessa con punte del 90% di medici obiettori in alcune regioni, a volte con esiti drammatici, è un altro segnale tangibile di un processo che tende a ridurre (se non a cancellare) la conquista di diritti avvenuta nel corso di decenni.
E i diritti sono stati un altro tema visibile nella manifestazione di sabato. Ma questo percorso avviato con l'affollata assemblea nazionale dell'8 ottobre, non si ferma qui.

Domenica 27 centinaia di donne si sono organizzate in gruppi per approfondire queste tematiche e dare un seguito alla mobilitazione di sabato.  Donne e uomini di tutte le generazioni con la loro presenza individuale hanno fatto massa critica proponendo, di fatto, una visione nuova della politica fatta dalle/i cittadine/i. Non c'erano sigle o cartelli ad aggregare gruppi, ma un'unica immensa marea di persone presenti che senza invettive ha affermato un modo alternativo di concepire la politica e la partecipazione.
Essere lì è stata un'emozione senza nostalgie e l'impressione è stata di essere in un altro Paese, quello reale, lontano dalla mediocrità politica a cui assistiamo ogni giorno e dalla quale la distanza era nettamente percepibile. Una realtà che non fa notizia e significativamente messa ai margini dall'attenzione di mezzi di informazione che, più che informare su quanto accade, preferisce gli scoop delle trite e ritrite schermaglie propagandistiche fra i leader di una politica che è sempre più ceto e povera di idee e di strategie utili al Paese.

(Virna Gioiellieri)

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