I ruggenti anni del Déco ai Musei di S. Domenico a Forlì

Pubblicata il 12 febbraio 2017

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I ruggenti anni del Déco ai Musei di S. Domenico a Forlì
I Musei di S. Domenico di Forlì ospitano un'altra originale grande mostra sul Déco italiano, inaugurata venerdì 10 febbraio e visitabile fino al 18 giugno 2017.
Arrivi nel piazzale prospiciente l'entrata di S. Domenico e subito una grande mano dorata decorata con simboli magici e scaramantici attrae l'attenzione. E' la Mano della fattucchiera di Giò Ponti, uno degli assoluti protagonisti del Déco italiano, riprodotta in grandi dimensioni e lì collocata quasi a segnare la fine di un'epoca. E così è, visto che l'originale, esposto nell'ultima sala del percorso della mostra in coppia con La mano fiorita dello stesso autore, segnano il tramonto del Déco in Italia a metà degli anni '30. Due oggetti meravigliosi che utilizzano gli stampi in porcellana della Richard-Ginori per la fabbricazione dei guanti di gomma.

Ma facciamo un passo indietro. L'Art Déco si è caratterizzato come uno stile di vita eclettico, mondano ed internazionale che prende piede negli anni '20 del Novecento fra le due guerre. E' l'esaltazione della decorazione, arte che definiva il pregio dei manufatti prodotti dall'eccellenza artigianale e non per questo, arte minore. Arte perché artefice di un nuovo linguaggio attraverso una creatività innovativa di altissimo  livello che dà vita ad un gusto estetico originale, il quale segnerà profondamente quasi un ventennio. Di qui il nome “Art Déco”. Solo il Barocco ha avuto caratteristiche analoghe in precedenza come ha sottolineato Antonio Paolucci, Presidente del Comitato scientifico, presentando la mostra. Dieci anni sfrenati, “ruggenti”, come furono definiti, della grande borghesia internazionale, mentre la storia disegnava, tra guerra, rivoluzione e inflazione, l'orizzonte cupo dei totalitarismi.

Dapprima in continuità con il Liberty, che lo anticipa cronologicamente, questo nuovo stile finisce per superare quello precedente fino alla contrapposizione. Due concezioni sostanzialmente diverse, l'una idealista, l'altra razionale, che si differenziano anche nella concezione di modernità. La produzione industriale dell'oggetto artistico, il concetto di bellezza nella quotidianità (con cui si giustifica anche il superfluo)  che porta a produrre oggetti resi accessibili anche ai ceti sociali meno facoltosi, affermano un'idea di glamour non più snob, che fa del Déco un fenomeno politico. L'Esposizione universale di Parigi nel 1925 dedicata alle Arts Decoratives ne sancì morfologie e modelli. La mostra propose immagini e riletture di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che attraversarono l'Italia e l'Europa e inaugurò una stagione fiorentissima di produzione di arti decorative che assunse un carattere fortemente originale in Italia. Un carattere che getterà le basi del Made in Italy.

Il gusto Déco è stato lo stile delle sale cinematografiche, dei teatri, delle stazioni ferroviarie, dei transatlantici, degli edifici pubblici, delle grandi residenze borghesi. Un formulario stilistico dai tratti chiaramente riconoscibili che ha influenzato la produzione degli arredi, delle ceramiche, dei vetri, dei ferri battuti, dell'oreficeria, dei tessuti alla moda negli anni Venti e nei primi anni Trenta e ancora la forma delle automobili, la cartellonistica pubblicitaria, la scultura e la pittura in funzione decorativa.
Questo nuovo sistema espressivo e di gusto prende le mosse e si ispira a diversi movimenti di avanguardia: il Secessionismo mitteleuropeo, il Cubismo e il Fauvismo, il Futurismo.
Nel 1922 fu inaugurata a Monza l'Università delle arti e dei mestieri e di lì ad un anno, nel 1923 si terrà la prima biennale internazionale, declinazione italiana del movimento europeo, seguita dalle edizioni del 1925, del 1927 e del 1930. La manifestazione si inserì nel contesto europeo dell'expo di Parigi (1925 e 1930) e di Barcellona (1929). Un mercato sempre più assetato di novità e nostalgico, al contempo, della tradizione dell'artigianato artistico italiano, fece esplodere una produzione straordinaria di oggetti e forme decorative: dagli impianti di illuminazione di Martinuzzi, di Venini e della Fontana Arte di Pietro Chiesa, alle ceramiche di Gio Ponti (medaglia d'oro all'expo di Parigi con l'Otre degli Elfi, in mostra a Forlì) Giovanni Gariboldi, Guido Andlovitz, dalle sculture di Adolfo Wildt, Arturo Martini e Libero Andreotti alle statuine Lenci o alle originalissime sculture di Sirio Tofanari, dalle bizantine oreficerie di Ravasco (medaglia d'argento all'expo di Parigi) agli argenti dei Finzi, dagli arredi di Buzzi, Ponti, Lancia, Portaluppi alle sete preziose di Ravasi, Ratti e Fortuny, agli arazzi di Depero.

 La mostra
L'obiettivo dell' esposizione è mostrare al pubblico il livello qualitativo, l'originalità, l'importanza delle arti decorative moderne per la cultura artistica italiana influenzata profondamente dal Déco anche nelle arti figurative: la grande pittura e la grande scultura. Essenziali sono i racconti delle opere di Galileo Chini, pittore e ceramista, di maestri come Vittorio Zecchin e Guido Andloviz, che guardarono Klimt e la Secessione viennese, dei maestri faentini Rambelli, Nonni e Melandri delle invenzioni di Depero e Mazzotti. Molti i dipinti esposti fra i quali quelli di Severini, Casorati, Martini, Cagnaccio di San Pietro, Bocchi, Bonazza, Timmel, Bucci, Marchig, Oppi, il tutto accompagnato dalla straordinaria produzione della Richard-Ginori ideata da Gio Ponti e da emblematici esempi francesi, austriaci, tedeschi, fino agli esordi degli anni Trenta, agli Stati Uniti e al Déco americano.

Il percorso della mostra, la più completa mai allestita in Italia, si articola in sezioni che illustrano gli ambiti culturali diversi su cui il Déco ha esercitato la sua influenza caratterizzandone i tratti essenziali del periodo. Così nel teatro gli allestimenti e i costumi realizzati per la Turandot di Puccini da Chini e i figurini di Umberto Brunelleschi, quelli di Leopoldo Metlicovitz ispirati alla cultura orientale che influenzò sensibilmente la produzione Déco , così come la cultura popolare slava tradotta nelle scenografie e nei costumi dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, la cui prima rappresentazione nel 1908 a Parigi ispirò il Déco a livello internazionale, evocati anche nel bellissimo ritratto di Wally Toscanini di Alberto Martini. Nell'architettura il gusto del periodo si radica a Milano con un gruppo di architetti lombardi (Gio Ponti, Giovanni Greppi, Tomaso Buzzi, Emilio Lancia, Piero Portaluppi, Giovanni Muzio), mentre a Roma è Marcello Piacentini a rappresentare l'elaborazione moderna degli stili classici ma con diversa intonazione e altri progettisti si riferiscono all'architettura romana antica e a quella cinquecentesca. La sala dominata dall'Ebe di Casanova è una Wunderkammer Déco  che ospita la gioielleria di Alfredo Ravasi: oggetti composti con pietre dure (agata, lapislazzulo, cristallo di rocca, malachite), argento, oro e coralli, una manifattura di eccellenza e di grande raffinatezza.

Un capitolo a parte merita l'evoluzione dei costumi e della moda femminili. Si afferma in questi anni un'altra concezione del modo di essere della donna con i capelli corti à la garconne, abiti semplificati meno costrittivi e ingombranti per favorire la libertà dei movimenti. Gli abiti si trasformano in oggetti d'arte, ricchi di ricami e arricchiti di perline, paillettes, strass e Jais. L'abbigliamento prevede scarpe allacciate, gonne più corte in funzione di una vita sportiva, adatto alla guida delle automobili, ad attività lavorative e ai nuovi balli ritmici. L'immagine della donna e in specie della donna emancipata, diviene uno dei motivi iconografici più diffusi del periodo Déco riscontrabili in diversi dipinti esposti ma anche nelle decorazioni della serie di ceramiche di Gio Ponti, Le mie donne. Il percorso della mostra termina  con le opere di Tamara de Lempicka già in pieno clima anni Trenta con ritratti iconici e hollywoodiani. Ormai al tramonto in Europa il Déco arriva negli Stati Uniti, a New York dove, dopo la grande crisi del 1929 si apre il periodo del Déco statunitense la cui quintessenza è il Chrysler Building costruito fra il 1929 e il 1930, subito seguito dall' Empire State Building e da molti altri grattacieli , grandi magazzini, cinema, teatri, ville e residenze che durante tutto il decennio diffondono il verbo Déco anche con l'impiego di sapienti maestranze italiane.

La mostra, bellissima, è curata da Valerio Terraroli (massimo specialista del Déco) con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella e diretta da Gianfranco Brunelli. Un appuntamento da non perdere ancora una volta azzeccato dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì che conferma un' offerta culturale di pregio per l'originalità e il lavoro di ricerca che la realizza grazie  all'apporto e al coinvolgimento di competenze d'eccellenza.

Orari
Da martedì a venerdì: 9,30-19,00
Sabato, domenica, giorni festivi: 9,30-20,00
Lunedì chiuso.
17 e 24 aprile, 1 maggio apertura straordinaria
La biglietteria chiude un'ora prima.

 

Virna Gioiellieri

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