Cambiavento

Viaggio al culmine della notte

Pubblicata il 24 febbraio 2017

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Soltanto i barbari non sono curiosi di sapere da dove vengono, in che modo sono arrivati dove ora si trovano, qual'é la loro destinazione apparente, se davvero vogliono andarci e se sì, perché sì e se no, perché no.

 Bertrand Russell

 

 Tra i fiumi di parole che i separati in casa si sono scambiati in queste giornate di vano agitarsi mi é rimasta nella mente solo una frase di Graziano del Rio: " Discutere non é una sfida ma una necessità ".

 Non é molto, qualcuno potrà pensare che é ovvio, ma in periodi di carestia ogni chicco di grano diventa prezioso. In India, raccontava Vandana Shiva al tempo dei nostri incontri su da Carlin Petrini, le donne del villaggio si scambiavano ogni anno i semi migliori.  Il raccolto era copioso e i rapporti nella comunità si rafforzavano. Cos'altro é il confronto delle idee se non uno scambio generoso dei semi migliori?

 E di contro, cos'è il rito che si consuma nelle assise del PD, che non si svolge alla pari, che non conosce l'amicizia, che non ha orecchie per le ragioni dell'altro, che é, da tempo, solo uno sterile esercizio di dialettica eristica, senza riguardo alla verità delle cose?  Che non é fatto per convincere ma per contarsi, che non vuole conquistare alle proprie ragioni ma sopraffare quelle di " amici e compagni " a malapena sopportati.  Si dice che i contrasti di questi giorni sono privi di contenuti.

È una caricatura strumentale, me se anche così fosse cosa c'è, in una comunità-partito, di più importante della sua vita democratica? Che rappresenta la condizione per trovare risposte ai problemi della gente, di cui tutti ci riempiamo ipocritamente la bocca visto che non sappiamo come farlo. In questo mondo sconosciuto, che nessun Prometeo verrà a illuminare col fuoco,e che l'intellettuale collettivo gramsciano potrebbe invece contribuire a rischiarare.

Questa forza cognitiva, la sua tensione creativa, è stata prima imprigionata e poi dispersa. Al suo posto ora c'è la Leopolda. In questo vuoto è facile che le tensioni politiche assumano connotazioni personali. Renzi non é Churchill e Bersani non é Berlinguer, ma i due non sono, rispettivamente, un dittatore e un ricattatore. L'enfasi della contesa é andata troppo oltre, il lavoro sporco dei giannizzeri ha fatto il resto.

 Il discredito dell'avversario è diventato pratica corrente. Nella quale l'area dalemiana non è mai stata seconda a nessuno. Né rileva la differente matrice culturale di Renzi. Il trattamento riservato a Veltroni non fu più benevolo.  Mentre l'appellativo affettuosamente affibbiato a Parisi era Alì il tossico, il braccio destro di Saddam Hussein. Bersani, d'altro canto, é stato schernito come la sua integrità non meritava. Nel punto in cui la questione del rispetto é diventata, contemporaneamente, ragione di separazione e condizione di pacificazione, é bene sapere come stanno le cose.

 Rispetto esige rispetto. Poi ognuno risponde alla propria coscienza. Gli organi dirigenti, é vero, si riuniscono spesso. Gli altri partiti non fanno nemmeno questo. Men che meno quelli nei quali uno vale uno. E tutto il resto niente. Tuttavia gli iscritti non sono chiamati ad apportare un contributo politico ma a supportare un capo, e ogni sua decisione.

 Prendere o lasciare. I più lasciano. Quelli che restano si adeguano, difendono quel che é rimasto in nome di qualcosa che non c'è più. Qualcuno per opportunismo, molti in buona fede, per un riflesso d'ordine, il residuo manicheo di vecchie ideologie.

 Da anni una base un tempo battagliera e curiosa invita a non disturbare il leader, oggi Renzi, ieri Bersani, ieri l'altro D'Alema, prima adorati poi esecrati. Una vittoria val bene il silenzio. Siamo arrivati ad aver paura delle opinioni. È qui che termina il viaggio comune. Perde chi se ne va, perché deve lasciare la propria casa per isterilirsi in un estremismo rancoroso o consegnarsi all'impotenza dell'astensione. Perde chi resta, imprigionato nella rete dei personalismi, mortificato nella sua intelligenza e nella sua curiosità. Siamo tutti meno liberi. Come cantava Gaber, la libertà é partecipazione. Così pensavamo quando si poteva ancora disputare, litigare, piangere e gioire assieme. Senza calcoli e sospetti. Avremmo dovuto discutere di più. Una sinistra di governo può vincere solo convincendo. É la mancanza di spazi di discussione che ha provocato disunione e distacco. Poi hai voglia di invocare l'unità. Per fermare questo e quello. Non funziona così, non da quando é tramontato il sol dell'avvenire, la gente sta assieme per scelta e rinnova ogni giorno il patto di appartenenza fondato sulla fiducia. Non é scritto da nessuna parte che la sinistra si debba dividere. Non più della destra. Divisi sono gli italiani. Leggete "Del costume politico degli italiani " di Leopardi e avrete la fotografia di oggi. Ogni divisione ha una storia, delle cause, delle colpe. Dei meriti a volte. Quando la Socialdemocrazia si separò dal corpo del Comunismo internazionale a Bad Godesberg, fu una decisione giusta e fruttuosa. Dipende, dice la canzoncina, tutto dipende. Quel che accade nel PD é solo l'ultimo stadio di un lungo processo che ne ha incrinato la coesione. Non si doveva arrivare a questo punto, ha detto l'ex portavoce di Prodi. Ha ragione, ma il Professore ha lasciato il PD da tempo. Si era già scisso, come tanti. Senza cantare Bandiera rossa. Quando in famiglia si arriva a picchiarsi, meglio separarsi. Non sempre l'irresponsabile é quello che se ne va. In questo gioco degli specchi niente é quello che sembra. La minoranza avrebbe preferito non andarsene. E la maggioranza non si é sforzata di trattenerla come dice. L'ha sempre considerata una zavorra, dal referendum in poi un danno. Non c'era bisogno delle rivelazioni di Del Rio per capirlo. Renzi non ha concesso nulla. Negare la sconfitta sarebbe stato come sostenere che Ruby non era la nipote di Mubarak ma la figlia segreta di Papa Francesco. In compenso ne ha scaricato tutto il peso sull'opposizione interna che ha votato No. La quale si é appropriata di un risultato che non le appartiene. A tutti quei giovani ostili al PD di D'Alema non importa nulla. Renzi ha perso da solo, come é sempre voluto stare. Bersani si sarebbe incatenato ai cancelli pur di restare nel suo partito. Non c'è niente di peggio che sentirsi straniero in casa propria. La morte, ha scritto Pasolini, non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi. In questo PD, nel PD di Renzi, Bersani é morto. É troppo intelligente per non capire che andandosene non ne avrà alcun beneficio personale. E non é neanche il tipo d'uomo che ne cerca. Con questa storia delle poltrone sarebbe ora di finirla.

 Per quelle, forse, é più comodo restare dentro. È un calcolo che stanno facendo in molti. Per vincere il dolore della separazione. Si può spingere uno fuori dalla porta ma si può anche indurlo ad andarsene perché non trova ragioni per restare. Il problema non sono quattro dirigenti. Centinaia di migliaia di iscritti hanno lasciato il PD per questo. Bersani ha ragione, omette solo di dire che l'esodo non é iniziato con Renzi e che ci sono grandi responsabilità nella vecchia guardia. É l'oligarchia di ieri che ha spianato la strada alla monarchia di oggi. Il PD non é mai stato quello che avremmo voluto fosse: un comune cammino di ricerca. E oggi non ha più teste per pensare e gambe per camminare nelle fabbriche e nelle periferie. A sinistra c'è un bacino di voti sterilizzati. Che Renzi non attrarrà mai. Ma che nemmeno gli esuli sembrano in grado di attirare. Pisapia ha una sua forza di coalizione ma non é un leader. D'Alema è un capo ma é un ostacolo alla riaggregazione. Speranza e Rossi non hanno nessuna di queste caratteristiche. É come avere davanti a se un campo di grano senza avere gli strumenti per mietere. Intanto la gente muore di fame.

 Continua

 

(Guido Tampieri)

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