Cambiavento

C'è poco da sorridere!

Pubblicata il 9 marzo 2017

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Nel preciso istante in cui lo stupore cessa di impossessarsi di noi un serio campanello di allarme deve avvertirci del sopraggiungere di una grave situazione: l'assuefazione.
Ero presente, insieme ad altri conoscenti ed amici, nella sala al secondo piano del centro sociale in quel di Zolino, alcuni anni fa, mentre l'attuale sindaco Manca presentava il suo nuovo progetto di città in vista della sua rielezione e ricordo molto bene quando, affrontando il tema autodromo specificò con decisione "... Noi siamo per una riduzione del rumore!".
A seguire ci fu possibile ascoltare parole di grande partecipazione da parte dei cittadini, la stra-nota "via dell'ascolto" e ci fu promesso che il cemento sarebbe finalmente arretrato di fronte al verde e che il consumo di territorio sarebbe cessato. Sempre presente la frase scolpita nel marmo che vede la salute dei cittadini "... prima di tutto!!". e mi fermo qui.

Qualche tempo dopo, durante l'incontro annuale organizzato dalla Cooperazione per fare il punto dell'attuale situazione economica, con ovviamente al centro le problematiche connesse al movimento cooperativistico, rimasi colpito, sorpreso, interdetto e stupito nell'ascoltare le parole di un alto esponente della cooperazione della nostra regione che affermava essere "unicamente una promessa elettorale il consumo di territorio zero!".
Ricordo molto bene che iniziai a guardarmi intorno cercando sui volti dei partecipanti alla riunione accenni di stupore, contrarietà, sorpresa. Le poche persone presenti restarono perfettamente indifferenti alle parole che avevamo appena udito e la mia sorpresa aumentò ulteriormente. Una non debole sensazione di isolamento iniziò ad impossessarsi di me e mi sentii a disagio. Ero solo. Sembra quasi una battuta il sentirsi solo nel bel mezzo della cooperazione...

In realtà, nella quotidiana e triste realtà, purtroppo non solo riferita alla nostra città, il sentirsi soli ed isolati, fa parte del trascorrere della giornata, il sentirsi assenti rispetto a quanto tutto attorno a noi non ci sorprende e l'accettazione passiva di quanto al contrario ci coinvolge direttamente ha assunto la forma di un rito come il cappuccio e brioche la mattina nel bar preferito, il saluto frettoloso al passante che da tanto tempo non incontravamo, il piattino con quattro piccoli bocconi saporiti di fianco al calice di vino bianco fresco seduti nel solito tavolo d'angolo mentre attendiamo il calar della sera, la comoda poltrona davanti alla televisione, nel dopo cena, con l'immancabile lungo elenco di fresche notizie sempre, purtroppo, drammaticamente uguali a sé stesse, l'immancabile dolcissimo sorriso dell'annunciatrice che ci ha appena rassicurati circa l'evoluzione dell'ultima perturbazione. Fine della giornata. Chissà se l'indomani mattina anche la nuova alba sarà sempre uguale...

Mi ritrovo spesso a passeggiare verso la sommità del monte Castellaccio e mi ci soffermo riflettendo su quello spiazzo che ha visto la nascita della nostra città, agli studi e alle ricerche dello Scarabelli ora splendidamente documentate nella nuova sede del locale museo e sorrido al pensiero di quegli uomini dal profilo ancora un po' troppo simile alla scimmia  ma chi dice possa trattarsi di difetto?) intenti a ricavare dalla pietra strumenti di vita e di lavoro, impegnatissimi all'interno delle loro capanne.
Ma laggiù, non lontano dal piede della piccola collina, il primo sopraggiungere di uomini in arme provenienti dal sud, annunciava profonde mutazioni, lunghe e rettilinee strade, mura difensive, ponti di legno e pietra tra le paludi del fiume Santerno per andare a scoprire chi dimorava sulla vetta del monte: amici o nemici? E mi scopro a sorridere al pensiero che qualche buontempone (si tratta di eufemismo) abbia potuto ipotizzare la presenza di una arena per la corsa delle bighe là dove malaria, zanzare, fango e piene incontrollate la facevano da padrone. L'inizio della menzogna, della facile promessa, dell'illusione.

E osservo. Lo sviluppo della città. La mia città. Alle spalle ventate di olezzo provenienti dalla costanza dei venti mi disturbano l'olfatto e chissà quale danno alla mia salute, un fiume di auto e moto rombanti (sportivi paganti per poche ore di pazza velocità) produce molto più inquinamento del normale traffico cittadino, inquinamento che lo stesso vento del sud provvede a spargere sulla città e con cura sulle principali scuole astutamente piazzate a pochi metri da tale fonte; un po' ovunque vedo le cime delle gru da costruzione edilizia che punteggiano le false promesse di consumo zero del territorio e fra non molto, proprio nella zona dove era ubicata la ridicola arena per le corse delle bighe sorgeranno nuovi muri di cemento, forse 10.000 metri quadri di nulla in mezzo al caos: Aridità dove fino a poco prima si giocava al calcio o si passeggiava tra il verde.

Lo chiamano indispensabile sviluppo, ma finirà in una cosa ridicola come l'arena romana per le corse delle bighe. Mentre osservo il panorama della mia città un pensiero mi colpisce mentre cerco di individuare tra gli edifici in lontananza le scuole che ho frequentato una vita fa: il numero raddoppiato delle scuole, moltiplicato perché quello che si insegna in una non va bene nell'altra e qualcuno crede di far bene nel finanziare tale impresa, prima fonte di nascita di una seria diversità all'interno della medesima società. Ci insegnano a diversificarci fin da piccoli! Ora ridiscendo, un buon cappuccio non me lo toglie nessuno, incontrerò passanti ai quali risponderò con cortesia e sorrisi e in serata un buon vino bianco mi farà compagnia in anticipo sulla cena. Poi un po' di sano relax nella poltrona preferita e le previsioni, certe, del meteo di domani.
Ma chissà perché mi irrita quell'immancabile sorriso sulla bocca dell'annunciatrice quando ci saluta dopo l'annuncio. Già, chissà perché sorride!

(Mauro Magnani)

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