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La cultura della sicurezza in una comunità che cambia

Pubblicata il 7 aprile 2017

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La cultura della sicurezza in una comunità che cambia
Bologna. Tra le diverse deleghe affidate all'assessore Riccardo Malagoli vi sono quelle alla Sicurezza e alla Lotta al degrado. Il tema della sicurezza è sicuramente uno dei più affrontati nel dibattito pubblico a livello nazionale, con alcuni partiti che ne hanno fatto una bandiera del proprio credo politico.

Vista l'attuale configurazione partitica, in che formazione si riconosce?
“Osservo con attenzione come si sta muovendo Pisapia, penso che sia necessario ricercare un dialogo tra il PD e le varie forze che costituiscono ora la Sinistra. Ciò che mi preoccupa è la mancanza di un ragionamento e di una proposta che guardi alla collettività, nella classe politica come nelle varie componenti della società. Questa mancanza ha delle conseguenze importanti a livello locale: i corpi intermedi dovrebbero essere gli interlocutori più importanti dell'amministrazione, ma oggi essa si confronta più con comitati e singoli che lamentano un problema sotto casa. Senza una visione politica complessiva, e senza forme organizzate che pensino in termini di bene comune, è più difficile trovare risposte condivise ai problemi della società.”

Tra questi, vi è sicuramente il tema della sicurezza.
“Sul tema della sicurezza influisce sicuramente la depressione economica che sta vivendo il Paese, poiché in questo clima aumenta il timore delle persone di perdere ciò che hanno faticosamente conquistato, sfociando nella sofferenza e nella percezione di un'insicurezza generalizzata. In questo contesto l'immigrazione, la crescita del numero di anziani e le difficoltà dei giovani a inserirsi nel mondo del lavoro sono tutti elementi che contribuiscono a generare una situazione di incertezza. Per fare un esempio, è evidente che se un giovane non riesce a trovare la sua strada e a entrare nel mondo del lavoro, questo porta a un'insicurezza molto forte nella propria vita, che poi si trasforma in un'insicurezza verso la società.”

A questo proposito, la professoressa Callari Galli ci raccontava che durante l'inchiesta su giovani e lavoro, alla domanda “come vedete il vostro futuro” alcuni hanno risposto “voi ci avete rubato il futuro.
“La mia generazione è stata molto fortunata, poiché ha vissuto un momento storico nel quale c'era lavoro e c'era soprattutto la possibilità di scelta in ambito lavorativo. Purtroppo in quella fase sono state anche buttate le basi per rovinare tutto: chi è andato in pensione a trenta o quarant'anni ha creato un buco che si sta trascinando nel tempo e oggi non ci permette di fare determinate cose. Ma credo che oggi ci sia anche, da parte dei giovani, poca voglia di lottare per il proprio futuro.”

Ma con chi lottano?
“Tra i corpi intermedi che sono venuti a mancare, il sindacato non è riuscito ad adeguarsi alla situazione attuale. Mancando la forza del sindacato, c'è stato un passo indietro riguardo ai diritti dei lavoratori. Ma non mi sembra che oggi ci siano lotte vere per un miglioramento concreto. Per questo quando vedo una battaglia contro i tornelli in zona universitaria mi viene una certa tristezza: quella non è una battaglia per i diritti, è una battaglia per cercare di realizzare un volere particolare. I diritti sono invece universali.”

Il Cua ha dato al tornello un valore simbolico molto forte, un confine tra zona nobile e zona ignobile.
“Non è cosi. Il tornello serve ad aiutare chi lavora ad avere una sicurezza nelle proprie ore lavorative; il non volere che ci sia un filtro mette in difficoltà soprattutto queste persone. Inoltre, credo che a Bologna il diritto allo studio sia ampiamente garantito e non manchino gli spazi a esso destinati. Se poi la sala servisse a fare feste, questo è un altro discorso. Ma sicuramente non ha nulla a che vedere con una lotta per i diritti veri e più importanti, come potrebbe essere il diritto a un lavoro e a un salario degni. Credo che ci si dovrebbe occupare di più di queste cose, e meno dei tornelli.”

Forse però gli stessi vincoli di solidarietà che sono venuti meno con l'indebolimento del sindacato e con una popolazione sempre più frammentata i giovani li ritrovano nei collettivi.
“Certo, ma questo vuoto non può essere riempito da persone che rappresentano loro stesse: è una minoranza che non rappresenta gli studenti universitari, e manca un obiettivo comune. Non ci sono battaglie per il futuro, magari contro i cosiddetti “poteri forti”, non c'è un ragionamento sul lungo periodo. È un problema molto serio: come si crea la futura classe dirigente se non c'è un ragionamento che guardi alla società nel suo complesso e sul lungo periodo? Tenere insieme i bisogni della società è un'operazione molto difficile. Oggi si parla di sicurezza in maniera spasmodica, creando e contribuendo a un senso di insicurezza collettivo che non ha una ragione logica. Ma nessuno affronta i temi nella loro profondità. Per esempio, se c'è uno spacciatore c'è, ovviamente, anche chi consuma, ed è quest'ultimo a creare il mercato. A Bologna questo mercato ha visto crescere negli ultimi anni i consumatori di eroina, una droga che ha una forte correlazione con l'attività predatoria e che quindi costituisce un fattore scatenante per una moltitudine di reati. Ma un consumo elevato di sostanze stupefacenti significa un grande problema sanitario, e significa anche che ci sono diversi problemi all'interno delle nostre famiglie. Il problema relativo all'ordine pubblico è pertanto solo una delle tematiche connesse a questo fenomeno, ma è quello su cui si concentra in misura maggiore il dibattito pubblico, che ruota attorno alla figura dello spacciatore. E i tossico-dipendenti? Perché una persona arriva a fare uso di droghe pesanti? Forse per un senso di non-futuro, perché manca la visione di un impegno e di una prospettiva. Il concetto di sicurezza è assimilato a quello di paura, ma non vi sono analisi su come si possa evitare questa paura. E un discorso analogo può essere fatto per sempre più giovani, contenti di quando il venerdì sera si ritrovano per sballarsi, mentre invece dovrebbero essere l'avanguardia per combattere queste paure. Questo è molto triste”.

È una diretta conseguenza della mancanza di un luogo di aggregazione?
"Assolutamente, non ci sono più partiti e sindacati per come li abbiamo conosciuti. Il ritrovo nella sezione di un partito costituiva un momento di confronto, nel quale giovani e anziani condividevano idee e concetti. Oggi i luoghi di aggregazione, in particolare quelli frequentati dai giovani, non sono più gli stessi che ha frequentato la mia generazione, come del resto sono cambiate anche le forme di fare politica. Questo cambiamento ha avuto conseguenze importanti nella società attuale, tra cui diverse ricadute negative.”

Cosa ne pensa del decreto Minniti?
“Contiene degli elementi importanti per l'amministrazione, come la possibilità di svecchiare il corpo della polizia municipale. Su altre cose secondo me bisogna ancora fare chiarezza, non capisco ad esempio come sia possibile e se sia funzionale applicare un "daspo" in una città. Per quanto riguarda Bologna, non penso si possa impedire a una persona potenzialmente pericolosa di arrivare in Piazza Verdi. Il centro di una città non può essere gestito come uno stadio, perché questo controllo non eliminerebbe il problema, ma lo sposterebbe esclusivamente. Se ci fosse un divieto per Piazza Verdi, la gente si radunerebbe in Montagnola o in un altro luogo, e avremmo lo stesso problema. Detto questo, altre cose mi convincono di più. Negli anni scorsi abbiamo avuto delle leggi che hanno aumentato la confusione, tra cui la legge sulla liberalizzazione dei negozi che ha impedito all'amministrazione di fare una programmazione intelligente. Se in una strada si vengono a costituire solamente dei luoghi di ritrovo come bar o pub, è evidente che durante la sera vi si riunirà un numero elevato di persone e la situazione diventerà di difficile gestione, come è avvenuto in Via Petroni. Questo decreto permette a chi amministra di fare delle scelte, e di trovare il giusto equilibrio tra negozi aperti durante la giornata e luoghi di ritrovo durante la sera, evitando per quanto possibile che si creino due situazioni estreme, in quanto sia in zone completamente deserte sia in zone molto affollate si potrebbero generare dei problemi. Dunque ritengo che il decreto sia in generale un passo avanti, anche se forse non sufficiente. Ma bisogna tener presente che l'ordine pubblico non è in mano al comune, ma alle forze di polizia e quindi di competenza statale. Trovo sia molto pericolosa la visione di un sindaco-sceriffo che interviene e porta ordine, come richiesto da molti esponenti politici di centro-destra. In alcuni paesi del Veneto la polizia municipale è stata dotata di mitra, ma questa è una follia. La polizia municipale non potrà mai fare ordine pubblico, non le compete per costituzione. Mi auguro che questo decreto possa fare crescere una collaborazione tra le varie forze di polizia, per esempio in un apposito comitato per l'ordine e la sicurezza. Noi a Bologna abbiamo deciso di cambiare le modalità di pattugliamento in Piazza Verdi, dove agenti in borghese, coadiuvati da altri in divisa, ultimamente sono riusciti a fermare diversi spacciatori e a sequestrare birre che venivano vendute illegalmente. Questo è successo perché abbiamo collaborato unendo le forze e distribuendo nel modo migliore e più giusto le competenze.”

E le forme di coinvolgimento dei cittadini dove possono arrivare?
“In primo luogo, c'è bisogno di un approccio culturale. È facile cadere nella banalità di segnalare una persona che non si rivela un criminale, rischiando di spostare l'attenzione della polizia municipale in modo inutile. Adesso stiamo ragionando sulla possibilità di creare diverse piattaforme sulle quali discutere e segnalare attività pericolose tra i vari cittadini, come un gruppo su WhatsApp che raccolga i vari abitanti e autorità di quartiere e nel quale si possano avere segnalazioni mirate.”

Quali sono gli elementi di partenza per instaurare un approccio culturale degno di questo nome?
“Dobbiamo fare comprendere alle persone che il modello di giustizia fai-da-te ha conseguenze estremamente dannose. Basta vedere cosa ha portato la vendita e diffusione di armi negli Stati Uniti, dove è già accaduto in passato che diversi soggetti abbiano causato vere e proprie stragi. Dobbiamo recuperare il fatto che i nostri predecessori si sono battuti per degli ideali e per una costituzione, e se saltano questi concetti diventa impossibile tenere unita anche la società civile. Bisogna ripartire dal senso civico, sapendo che siamo una società e non un insieme di singoli e accettando il fatto che la società sia un complesso di problemi e di prospettive, in cui assieme dobbiamo cercare di fare fronte ai primi e costruire le seconde nel modo migliore possibile. La nostra fortuna è che all'interno della scuola è presente la società del domani. Io sono andato ad abitare al Pilastro negli anni Settanta, e nel quartiere erano rappresentate tutte le regioni del Sud. C'è voluto tempo, ma a partire dalla convivenza nelle strutture scolastiche, e quindi dalla conoscenza dei figli che poi ha permesso quella tra genitori, si è arrivati a un livello più alto di integrazione. Oggi le diverse nazionalità ed etnie presenti a Bologna vivono in comunità molto chiuse in sé stesse, come fossero tante piccole enclave. Educare al senso civico è il primo passo per la costruzione di una comunità pienamente integrata e coesa, nella quale tutti i cittadini si possano riconoscere e realizzare. Inoltre bisogna considerare che l'invecchiamento dei cittadini italiani prevede che ci sia nel prossimo futuro una classe dirigente multi-etnica. Dobbiamo lavorare sulla società giovane. FICO può essere un progetto discusso, può essere una scommessa, ma porterà millecinquecento posti di lavoro, di cui buona parte sicuramente non sarà occupata da italiani. Questo progetto, oltre a portare ricchezza, costituirà una sfida per la creazione di una comunità, e una sfida importante per Bologna, le cui conseguenze si sentiranno anche sul lungo periodo. Il senso di comunità e la qualità del lavoro - favorita anche da progetti come FICO - devono rimanere i punti fermi per la costruzione di una prospettiva: se crescono questi due fattori, diminuiscono le paure - in particolare dei giovani- e si può immaginare e ragionare su uno sviluppo di lungo periodo per una comunità come la nostra.”

(Alberto Pedrielli)

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