Cambiavento

Settantadue anni dalla Liberazione, Alfonsine non dimentica

Pubblicata il 29 aprile 2017

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Sono state numerose le iniziative realizzate nel nostro Comune in occasione dell'anniversario della liberazione. Per ravvivare la memoria di ciò che è stato: tremenda oppressione e poi riscatto con una lotta, che è costata sangue e ferite nell'anima, per vincitori e vinti. Le iniziative, su questo piano, sono state efficaci, documentate, che hanno impegnato la ragione e il sentimento.
Da tempo però si avverte la necessità di andare decisamente anche oltre la trasmissione della memoria di ciò che è stato negli anni tremendi della dittatura e della guerra.

Lo stato attuale delle cose, a livello della vita concreta dei cittadini, dei rapporti sociali ed economici, della capacità della politica di agire con efficacia per attuare il programma della Costituzione Repubblicana, del progressivo allargarsi dell'area della xenofobia, dell'aspirazione dell'uomo solo al comando, della disponibilità a scambiare protezione-sicurezza (false) con limitazioni della democrazia partecipata e della libertà, ci chiede: “Che fate?” Dobbiamo rispondere agendo su più piani.
Innanzitutto, dobbiamo cercare di far si che divenga diffusa la conoscenza, che storici, scrittori e drammaturghi ci hanno offerto e ci offrono, di come nel passato abbiano potuto nascere e affermarsi totalitarismi e feroci dittature, per attrezzarci meglio al fine di individuare sul nascere i germi dell'autoritarismo dei giorni nostri, i virus che ammalano la democrazia occidentale e italiana spingendola a trasformarsi in guscio vuoto, in maschera di se stessa, cosa e come ingravida il ventre che li partorisce.
Ad Alfonsine lo stiamo facendo? Credo molto poco. Nella giornata del 10 aprile, forse non si poteva fare di più e meglio, ma prima, dopo e durante tutto l'altro tempo si. Questo 10 aprile, per me il momento più emozionante è stato il lancio, da parte dei bambini, dei palloncini con i messaggi di pace.

Qual è lo stato attuale delle cose?
La globalizzazione che si è sviluppata negli ultimi decenni, favorita anche da un salto di qualità dei mezzi di comunicazione, è stata ed è dominata dagli interessi e dall'azione della finanza mondiale e delle multinazionali. Tra le conseguenze più negative, c'è stata la marginalizzazione e anche l'asservimento della politica (spesso propensa a servire) e, conseguentemente, delle Istituzioni nazionali, dell'UE e mondiali.
E' vero che decine di milioni di persone sono state sottratte ad un destino di fame, ma altrettante decine di milioni fuggono dalla loro terra dove domina l'oppressione, la miseria, la guerra, fenomeni alla cui nascita non è estranea la forma di globalizzazione di cui sopra. Le disuguaglianze hanno raggiunto livelli mai conosciuti prima.
La grande finanza si è spinta fino a chiedere, di fatto, il superamento delle Costituzioni democratiche dell'Europa meridionale, per colpire ulteriormente la democrazia di quei Paesi. Si veda in proposito un brano di un rapporto di JP Morgan Chase (leader nei servizi finanziari globali): “I sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati alla caduta delle dittature, e sono rimasti segnati da quell'esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo".

In obbedienza, volontaria o no, a tale impostazione-imposizione, in Italia, con un processo anomalo, soprattutto perché guidato dal Governo, il Parlamento aveva approvato una riforma costituzionale e una legge elettorale che, assieme, ci avrebbero condotto verso l'autoritarismo, più o meno accentuato. Fortunatamente, il 4 dicembre dello scorso anno questo tentativo è stato sconfitto sonoramente, con il fondamentale contributo dei giovani elettori, ma le spinte di fondo verso l'autoritarismo sono ancora forti, e il pericolo resta incombente. Inoltre, quel tentativo ha lasciato sul campo una sciagurata e profonda lacerazione nel “popolo antifascista di sinistra”, della quale i protagonisti di quella operazione portano tutta la grave responsabilità. E' un problema da risolvere.

La condizione della vita concreta delle persone
Due episodi recenti estremi, che fanno parte della punta di un enorme iceberg, parlano da soli. La scorsa estate, in Puglia, una bracciante è morta di fatica nei campi, per pochi euro al giorno. Poco tempo fa, un lavoratore, al quale non era stato consentito di recarsi in bagno, si è pisciato addosso sul posto di lavoro.
Due episodi simbolo della condizione più generale in cui è stato ridotto il lavoro in Italia, la cui Costituzione, all'art. 1 afferma: ”L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Si ricordi che molti cittadini, soprattutto giovani, sono disoccupati, e molti altri lavorano in condizione di supersfruttamento con retribuzioni misere, mentre la nostra Costituzione, all'art. 36, stabilisce che: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa".
Si può accennare anche alla condizione di molti anziani, i quali per la loro salute fanno meno prevenzione, si curano meno, perché non sopportano i costi. Il discorso si può allargare all'insieme dei diritti, compresi quelli dell'informazione e dell'istruzione, con una parziale esclusione di quelli civili.
Senza tuttavia dimenticare che diritti sociali, civili, politici, ecc., sono strettamente interconnessi.

Già nel 2009, Gustavo Zagrebelsky, vista la situazione, ritenne necessario formulare le seguenti considerazioni e domande: “Se il diritto di voto non è riconosciuto a tutti non c'è democrazia.
Ma a cosa vale il diritto di voto senza la libertà di opinione politica, il diritto di fondare movimenti e partiti politici, il diritto di conoscere senza inganni la realtà delle questioni sulle quali si vota, il diritto di sapere chi sono coloro per i quali si vota e quali sono gli interessi effettivi che li muovono nella sfera politica, dietro quelli sbandierati pubblicamente?
Che cosa vale il diritto di partecipare alla vita pubblica se non è garantito il diritto a condizioni di giustizia che consentano a tutti di disporre di tempo ed energie per dedicarsi, oltre che alle loro esigenze primarie di esistenza, alle questioni comuni?
Che cosa vale la democrazia se i cittadini non sono nelle condizioni di d'istruzione e di cultura per comprendere la natura dei problemi su cui si esprimono e i contenuti delle proposte sottoposte al loro giudizio?
Che cosa vale la loro partecipazione se coloro ai quali conferiscono il potere di governo sono in condizione di distorcerlo a fini personali, se non anche criminali?
Che cosa è la democrazia senza controlli, senza indipendenza della magistratura e senza libertà di stampa, di critica e di satira politica?”
In Italia, parte consistente di queste condizioni non esistono.

Dare risposte
A quei cittadini, tra i quali anche non pochi alfonsinesi, specie se giovani, cui giustamente cerchiamo di trasmettere la memoria di ciò che è stato, oppressione feroce, Resistenza, Liberazione, Costituzione e grandi riforme degli anni '60-'70, quando ci dicono e ci diranno: “Onore a chi ha combattuto rischiando la vita, grazie per la Costituzione e per le grandi riforme.” E ci chiederanno: “Ma oggi, a me, cosa offre tutto ciò, a parte la possibilità di esprimere un voto, nelle condizioni di cui sopra, che peraltro, stando così le cose, mi interessa sempre meno, e la possibilità di appellarmi alla quella Costituzione e alla Carta dei diritti fondamentali dell'uomo, con sempre minori speranze?”.

Dobbiamo prendere sul serio queste domande, quale che sia la forma nella quale vengono poste, e cercare di associare quei cittadini nel lavoro di individuazione di quel ventre, cui sopra ho accennato, che genera i mostri di sempre, anche se questi hanno forme nuove. A partire dalla loro condizione di vita, aiutandoli ad ottenere le parziali conquiste per migliorarla, e a risalire insieme fino alle cause di fondo che la determinano, per combatterle opponendo una visione generale positiva, ispirata alla nostra Costituzione e alla Carta dei diritti, anche con l'aiuto dei “gufi” e dei “professoroni”.
Questo comporta porre la politica, quella “nobile”, al di sopra della finanza e dell'economia, per creare le condizioni affinché la loro attività si svolga in armonia con le esigenze autentiche dell'umanità e con la necessità di rispettare e valorizzare l'ambiente.
Siamo di fronte ad un impegno epocale.

Antifascismo
E qui ritorna il discorso sull'antifascismo. Sono antifascisti tutti coloro che si oppongono ai regimi come quelli di Mussolini, di Hitler, di Franco, di Pinochet, ecc. Oggi però in Italia e negli altri grandi paesi dell'Occidente quelle tragiche avventure non appaiono più possibili, mentre possono nascere forme di autoritarismo che non hanno bisogno della violenza esplicita per affermarsi. Sta già accadendo o per accadere. Le Istituzioni, Governi nazionali e Unione Europea restringono i margini della democrazia e della partecipazione, impongono politiche economico-sociali impopolari, che a loro volta alimentano l'antipolitica e il populismo, contro cui chiamano a combattere le vittime della loro stessa politica, per rafforzare il loro potere. Un perverso circolo vizioso che va spezzato.

Quindi, compito degli antifascisti che non si limitano ad essere contro le violente dittature fasciste, ma che sono contrari ad ogni forma di autoritarismo, e che vogliono affermare concretamente, nelle condizioni attuali, i valori della nostra Costituzione e della Carta dei Diritti, è quello di combattere quelle politiche, oggi pienamente in campo, le quali costituiscono il brodo di coltura degli orientamenti favorevoli alle soluzioni autoritarie, come la storia insegna, portando avanti un progetto che si proponga di far vivere quei valori nella concreta vita delle persone e della società.
Alfonsine faccia la sua parte.

(Rino Gennari)

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