Cambiavento

La scalata

Pubblicata il 6 maggio 2017

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Le primarie del Partito Democratico svoltesi il 30 aprile hanno decretato un vincitore assoluto: Matteo Renzi. La massa di elettori che votato l'ex premier non ha lasciato che il piacere della partecipazione ai due contendenti che, se partivano sicuramente non favoriti, sono stati veramente massacrati su un campo di battaglia in cui il carisma renziano ha convinto tutti. Ma comunque pochi. Proprio così, pochi. Perché nonostante sia una maggioranza decisa ad averlo votato, gli elettori (anche se forse il termine più giusto, specie nella nostra regione, sarebbe fedeli) del neo-eletto segretario costituiscono un numero importante, ma considerato solamente in assoluto. Orlando ed Emiliano hanno signorilmente offerto il loro appoggio, a patto che il vertice dimostri di sapersi porre, quantomeno di tanto in tanto, sullo stesso piano della base. E Renzi, come testimonia anche il titolo attribuito alla sua mozione "Avanti, insieme", sembrerebbe essere d'accordo. Ma qui sorgono spontanee due domande. Chi garantisce che sconfitti e vincitore diano seguito a quanto detto? E in quanti di quelli che alle primarie hanno votato i primi sarebbero disposti a scegliere il PD alle prossime politiche, ora che il secondo è ritornato in testa? Tenendo in considerazione questi due punti interrogativi, intendo semplicemente proporre un'analisi sul voto di qualche giorno fa, per capire a che punto si trovano il partito e il suo segretario. L'ex sindaco di Firenze ha convinto 1 milione e 300mila elettori, mentre i due sfidanti, assieme, hanno racimolato 550mila voti. Su cento, settanta a trenta. Proporzioni analoghe a quelle relative alle precedenti primarie, datate 2013, nelle quali a dividersi il trenta erano stati Cuperlo e Civati. In quell'occasione però si era recato al seggio 1 milione di elettori in più: Renzi poté contare su 1 milione e 900mila schede barrate a suo favore, mentre le restanti vennero divise tra il 18% di Cuperlo e il 14% di Civati. La recente scissione che ha portato alla creazione di Articolo 1 - MDP ha sicuramente tolto dei potenziali elettori al PD, ma se era lecito aspettarsi un'affluenza minore, forse non era così scontato che anche il segretario andasse in perdita netta rispetto a quattro anni fa. Il paragone diventa poi impietoso se si considera con quali numeri fosse partito il progetto dei fondatori nel 2007, quando alle primarie fu il solo Veltroni ad aggiudicarsi quasi 2 milioni e 700mila voti. Di fronte a questi numeri, l'affluenza straordinaria ne esce "leggermente" ridimensionata. Soprattutto se messa a confronto con la massa di cittadini che nell'ultima votazione nazionale si sono schierati contro la riforma costituzionale appoggiata esclusivamente dal PD, o per meglio dire dalla maggioranza che ora rappresenta la totalità del partito. Il 4 dicembre 19 milioni di persone si sono schierate contro la proposta, e contro Renzi. Al termine della partita più difficile della sua carriera politica, persa con uno scarto di venti punti percentuali, l'urto della votazione ha destabilizzato lo scenario politico, rafforzando le opposizioni e costringendo Renzi a dimettersi, prima da premier e in seguito da segretario. È tornato in fretta alla seconda carica, ma per quanto riguarda la prima c'è sicuramente un grande sforzo da compiere. I 19 milioni del "No" costituiscono un'opposizione impegnativa per l'attuale PD, con il segretario che in seguito alla vittoria delle primarie sostiene sì un'ampia coalizione, ma con il mondo dell'associazionismo e i soggetti sociali: non con "presunti partiti che non rappresentano neanche sé stessi". I toni sembrano tornati quelli fieri di qualche mese fa, ma la realtà, e Renzi lo sa bene, è che da qualche parte bisognerà pur scendere a compromessi. Questa è l'unica via per chiudere una mano che sia in grado di vincere quella dei populismi, destrorsi e a-politici, che hanno carte estremamente efficaci quanto scorrette da giocare. I numeri di domenica rappresentano la spinta per le prossime politiche: è iniziata la scalata di Renzi, Martina e di quanti sposino la loro mozione. Una scalata che per arrivare alla cima necessita di un insieme di forze, superiori a quelle del PD perché da sole esse non bastano. E non bastano a prescindere dalla legge elettorale con cui andremo a votare, perché non è in gioco una poltrona in più ma il senso di un progetto per il bene del Paese e dei suoi cittadini. Ecco perché laddove sia possibile fare un passo indietro per mediare tra posizioni diverse, ma che si fondano su basi comuni, deve essere fatto un tentativo in questa direzione. 

 

(Alberto Pedrielli)

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