Cambiavento

Casini - e come uscirne

Pubblicata il 15 giugno 2017

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Un ritorno al passato? Dopo ventiquattro anni di sistemi elettorali più o meno maggioritari la scelta dei partiti doveva ricadere su un proporzionale "quasi" puro. Quasi, perché lo sbarramento del 5% previsto per il modello tedesco andrebbe a sfavorire diversi partiti, oggi presenti in parlamento, che secondo i sondaggi delle ultime settimane non arriverebbero a tale soglia. MDP, Sinistra Italiana e Campo Progressista, Alternativa Popolare e Fratelli d'Italia: partiti che oscillano dal 2% al 4%. Per ovviare a questo problema non di poco conto, l'unica soluzione sarebbe correre in meno liste unite, in grado di raggruppare i partitini del centro-sinistra, quelli di centro e infine i due partiti dell'estrema destra. L'aggregazione più spontanea sarebbe sicuramente quest'ultima, con il partito della Meloni che andrebbe a sommare il suo 4% al 12% della Lega. 12% su cui può contare anche Forza Italia, mentre i due principali partiti dello spettro, M5S e PD, si attestano rispettivamente sul 29% e sul 26%. Ma l'accordo sul tedesco, per ora, sembra essere saltato. Con la spaccatura sull'emendamento presentato dalla deputata di FI Biancofore, in seguito alla quale PD e M5S hanno dato vita a uno show dentro e fuori dall'aula, il dibattito è passato dal merito della proposta al demerito dei responsabili. Tra ripensamenti, girotondi e soliti scarica-barile, il livello della discussione rasenta i cori da stadio. E in fondo, se non indossassero la giacca, tra deputati e hooligans non ci sarebbe tutta questa differenza.

In ogni caso, ci stiamo dirigendo verso uno scenario pericoloso. Rebus sic stantibus, l'unico risultato certo alle prossime politiche sarebbe un'instabilità di difficile via di uscita. Difficile se non impossibile, poiché ogni ipotesi di coalizione sembrerebbe ben lontana dal raggiungere la maggioranza necessaria per la fiducia al prossimo governo. I partiti, in seguito alla tornata di amministrative dello scorso weekend, hanno iniziato ad alzare i toni dello scontro. Ma senza neanche un accordo sulla legge elettorale il futuro sembra sempre più incerto: sulle regole del gioco non c'è da scherzare, perché sono loro che attribuiscono la capacità e il potere di agire. E per un Paese che fa fatica a rialzare la testa forse sarebbe il caso, quanto meno, di abbandonare gli slogan e provare a raggiungere una prima intesa.

In tanti dalla maggioranza che sostiene il governo scuotono la testa, mentre lo stesso segretario del PD si è detto favorevole a lasciare il "consultellum" e ricercare un nuovo dialogo a sinistra con Pisapia. Del resto, dopo la rottura con Alfano -definito come il "ministro di tutto che non è in grado di arrivare al 5%"-, da qualche parte bisognerà pur andare a parare. Anche se, a dirla tutta, nel centrosinistra che promuove l'ex sindaco di Milano sono in diversi ad avere il dente avvelenato.

Sull'altro fronte, Berlusconi e il Carroccio mai sono stati tanto lontani, anche se negli anni il Cavaliere ha dimostrato di essere pronto a tutto per dare battaglia. E in questo senso, i buoni risultati ottenuti alle amministrative dalle alleanze FI-Lega potrebbero davvero riportare in auge il centro-destra, in un amarcord anni Novanta. Ma anche nel caso di una coalizione comprendente anche il partito della Meloni, un programma liberale, federale e sovranista oggi non disporrebbe dei numeri per governare. E anche fosse, risulterebbe difficile trovare una sintesi praticabile tra queste diverse componenti.

Rimangono i grillini. Il Movimento avrebbe la maggioranza relativa, ma alle amministrative ha registrato una netta sconfitta che potrebbe avere delle ripercussioni pesanti. Su 25 capoluoghi al voto, il M5S non è riuscito ad arrivare al secondo turno in nessun caso. E nei 141 comuni sopra i 15mila abitanti si è accontentato di 8 ballottaggi. A questo punto, è possibile che modifichi la propria campagna cercando una definizione più concreta all'interno dello spettro politico -forse partendo dalla questione migranti, a giudicare dalla lettera al prefetto di Roma della sindaca Raggi-. Magari in funzione di alleanze che potrebbero permettere di arrivare al governo, anche se annunciare prima delle elezioni una scelta di questo tipo potrebbe nuocere e non poco a chi si è sempre schierato contro la partitocrazia e i suoi "inciuci". D'altro canto, forse sarebbe il momento per Di Maio e co. di cercare un'apertura, specie in seguito all'ultima débâcle. I dati di domenica scorsa evidenziano inoltre un calo importante nella partecipazione dei cittadini, con un'astensione arrivata al 40% (6 punti percentuali in meno rispetto al 2012). Con un astensione così elevata e la vittoria in tanti comuni di liste civiche -dietro le quali in molti casi si celano i partiti "tradizionali"- i grandi sconfitti sembrano proprio i Cinque Stelle, ai quali non è stata riconosciuta una vera credibilità. Ecco perché potrebbe finalmente essere giunto il momento di lasciarsi alle spalle la retorica da battaglia, per riuscire a costituire una forza non di mera opposizione, ma di seria proposizione a livello nazionale.

 

Qualcuno l'ha definita "palude", ma a conti fatti "casino" mi sembra il termine più convincente. Eppure, tra slogan e cori da stadio, non bisogna dimenticare che non siamo nuovi a momenti difficili. Nella storia repubblicana c'è stato chi, facendosi momentaneamente da parte, ha reso il servizio più grande al Paese. Sono passati quarant'anni, e certamente molte cose erano diverse. Era diverso il momento storico, era diversa la classe politica. Tuttavia il principio rimane lo stesso: cessare le ostilità sarà l'unico modo per uscire dal casino. E, non meno importante, per riportare alla normalità quella che ormai è diventata un'insopportabile divisione tra politica e anti-politica.

 

Il nostro futuro rimane incerto, è vero. Ma riconoscere dei punti in comune, a partire dalle regole del gioco, segnerebbe una prima, tiepida svolta.

 

(Alberto Pedrielli)

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