Cambiavento

"la Cgil e la mia sinistra", i diari di Bruno Trentin

Pubblicata il 25 giugno 2017

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Non dev’essere stato facile per Marcelle Marie Padovani, storica corrispondente del Nouvel Observateur, decidere di dare via libera alla pubblicazione dei diari di suo marito Bruno Trentin (Pavia 1926-Roma 2007). La scrittura diaristica è infatti per definizione intimista, una sorta di dialogo solitario con se stessi quasi psicanalitico. In più, può svelare tratti dell’autore che stridono con il suo personaggio pubblico, nel caso di Trentin una figura di assoluto prestigio del sindacalismo e della politica europei: giovanissimo partigiano, deputato comunista già nel 1963, poi segretario della Fiom, poi ancora segretario negli anni cruciali 1988-1994 della Cgil e infine per una legislatura parlamentare europeo. Il nome di Trentin è dunque stato legato per decenni alle vicende della Cgil, dove lo aveva chiamato Vittorio Foa all’Ufficio studi nel 1950, animandone l’azione e l’elaborazione. Per lui calzava a pennello il ruolo atipico di sindacalista-intellettuale-dirigente, in questo tratto molto diverso dai suoi predecessori capipopolo Giuseppe Di Vittorio e Luciano Lama.
Proprio la forma diaristica dei testi contenuti in Diari 1988-1994 (a cura di Iginio Ariemma, pp. 510, £ 22,00, edizioni Ediesse) può farli apparire crudi nella forma e nei giudizi che contengono su protagonisti e passaggi della storia della sinistra. Valutazioni lapidarie e più o meno critiche sono riservate a tanti protagonisti di quegli anni, tra cui Pierre Carniti, Luciano Lama, Pietro Ingrao, Rossana Rossanda, Achille Occhetto, Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti (a dividerlo verso quest’ultimo ci sono oltre ai rilevanti dissensi politici e di pratica sindacale le diversità di temperamento e di comportamento che lo irritano particolarmente). Anche con il manifesto Trentin non è particolarmente tenero. Scrive per esempio il 24 dicembre 1990: “Mi sono indignato per i commenti (fra il delirio estremista, il gioco mondano e la lirica dannunziana) di quasi tutti i redattori del Manifesto. Non capisco neanch’io il perché. Dovrei averci fatto il callo…”. Qualcuno dei destinatari delle frecciate corrosive se ne rammaricherà, a noi lettori viene data però l’opportunità di conoscere con questi diari anche “l’altro” Trentin: l’uomo con i suoi umori più privati, gli assilli esistenziali, le depressioni, le letture a tutto campo, le linee di ricerca più recondite, l’instancabile impegno politico e culturale condito anche da molta solitudine. Il che rende il ritratto di Trentin, a dieci anni dalla morte, grazie proprio alla pubblicazione di questi diari, più completo e meno scontato.

Il cruccio sul destino sindacale
A colpire fin dalle prime pagine è il cruccio principale di Trentin. Lui è pienamente consapevole della crisi che vive alla fine degli anni ottanta la modalità di azione e organizzazione del sindacato in quanto tale, non solo della Cgil. Superamento del taylorismo e avvio dei processi di globalizzazione mettono infatti a dura prova il sindacato, colpito ai fianchi dalla contrattazione sempre più difficile e dal suo ruolo sempre più istituzionale per via del metodo della concertazione. A fine agosto 1988, mentre si stanno concludendo le vacanze tra le amate montagne di San Candido, scrive: “Volontà di interrompere una parentesi, di riaffrontare il toro per le corna (la crisi della Cgil)… Sono assillato dall’idea di formulare correttamente i fini storici di un sindacato di classe (solidaristico)”. Subito dopo annota con amarezza i pericoli di burocratizzazione del sindacato e di perdita di senso della sua rappresentanza. La responsabilità che gli è capitata addosso, dopo la rapida fine della segreteria di Antonio Pizzinato, è particolarmente gravosa. Lui prova a rispondere in modo non burocratico al dilemma sul destino del sindacato, parlando di programmi, dimensione europea dell’azione interrogando l’organizzazione sulle sue funzioni, accentuando la lotta politica contro la corrente di Essere sindacato capeggiata da Fausto Bertinotti verso cui non sarà mai indulgente ma pure nei confronti di quella socialista di Ottaviano Del Turco.
Negli anni della sua segreteria in Cgil, Trentin cercherà in tutti i modi di avviare l’autoriforma del sindacato ridisegnandone la natura come “sindacato dei diritti” e non solo del lavoro, proponendo conferenze programmatiche (se ne farà una a Chianciano che però lo deluderà per gli esiti molto modesti) che servissero a fare i conti con le nuove problematiche dell’iniziativa sindacale su scala europea. L’anno più terribile per Trentin è quello che va dal luglio 1992 al luglio 1993, quando deve fare i conti con il governo Amato e le emergenze della situazione economica. Si piega con molta inquietudine a firmare l’accordo tra sindacati e governo del 31 luglio 1992 che abolisce la scala mobile e sterilizza la contrattazione a favore di una impopolare politica dei redditi di cui non è per niente convinto. Perché lo fa? Scrive lo stesso Trentin: “Mi sono trovato assediato… La divisione dei sindacati e nella Cgil avrebbe dato un colpo finale al potere contrattuale del sindacato come soggetto politico”. Il senso di responsabilità e il timore della fine definitiva di ogni unità sindacale lo spinge a siglare l’accordo lasciando però liberi gli organismi direttivi della Cgil di convalidare o meno l’intesa. Trentin si dimetterà da segretario lo stesso 31 luglio, poi a settembre le sue dimissioni verranno respinte dal Direttivo Cgil, provocando – scrive lui stesso – “un inferno dentro di me”.
La periodizzazione 1988-1994 di questi diari – ce ne sono altri inediti, che denotano l’abitudine del loro autore a fare della scrittura una costante periodica della propria riflessione politico/esistenziale – ci fanno rivivere la drammaticità dei fatti epocali che si susseguono in quella fase: sconfitta del tentativo riformista di Mikhail Gorbaciov a Mosca, crollo del Muro di Berlino, crisi irreversibile del “socialismo reale”, avvio della trasformazione del Pci fino all’attuale Pd, guerra del Golfo, rivoluzione tecnologica, ulteriore perdita di ruolo e rappresentanza del sindacato, vittoria elettorale della destra berlusconiana. Quelle di Trentin sono di conseguenza pagine dense, piene di spunti e amare riflessioni. Ci aiuta nella lettura la suddivisione in capitoli insieme all’essenziale guida che ci propone il curatore Ariemma con le sue introduzioni ragionate.
Com’era sua abitudine, le note di Trentin uniscono giudizi sui fatti che scorrono a pensieri più lunghi e profondi. Sul destino del “socialismo reale” non ha dubbi fin dai fatti di piazza Tienanmen a Pechino del 1989: “Si è privilegiata, in modo astratto e senza considerarne i limiti, le lotta per l’equità non quella per la libertà e contro l’oppressione… il comunismo da movimento reale di trasformazione della società è diventato orizzonte ultimo e fine della storia”. Sulla vittoria di Silvio Berlusconi scrive: “Il berlusconismo mette in luce la drammatica scissione tra l’autonomia del politico praticata da una sinistra balbettante e il contenuto concreto e le forme specifiche che assumono i conflitti di interesse e di potere nella società civile”.

Serviva un partito del lavoro?
Quando le vicende internazionali si riflettono in Italia con la “svolta” proposta da Occhetto, non ha alcuna tentazione a far parte del fronte del no che ha i propri battistrada in Pietro Ingrao, Lucio Magri, Sergio Garavini, Aldo Tortorella e Armando Cossutta. Pur segnalando la povertà politico/culturale che accompagna la proposta di Occhetto e non diventandone un protagonista per la sua collocazione in Cgil, la battaglia contro il cambiamento di nome e simbolo gli appare anch’essa non dimensionata alla portata degli eventi. In alcune riunioni proporrà – inascoltato, come gli capiterà spesso – di chiamare ciò che nascerà dalle ceneri del Pci “partito del lavoro” o “partito dei lavoratori”. Quando si libererà dagli impegni in Cgil e lascerà la segreteria a Sergio Cofferati, farà parte – insieme a Giorgio Ruffolo, Alfredo Reichlin e altri – del gruppo che deve stendere la carta di intenti, il “programma fondamentale” del nuovo partito. Per Trentin, sarà l’ennesima delusione. Il cabotaggio della politica quotidiana appare ai nuovi gruppi dirigenti più rilevante rispetto alla necessità di occuparsi dei “fondamentali”. Trentin, lo si apprende dagli appunti sulle sue molteplici letture filosofiche e letterarie di quel periodo, va in direzione opposta. La sua elezione al Parlamento europeo dal 1999 al 2004, dove tornerà a occuparsi di lavoro e di contrattazione, equivale infine a un esilio che forse stempera le delusioni dell’uomo e del politico Trentin che torneranno a dominarlo negli ultimi anni di vita fino all’incidente a San Candido nel 2006, che ne causò la morte l’anno dopo.
Ultima osservazione. Dalla lettura dei diari emerge la traiettoria originale di Trentin che negli ultimi anni sembra tornare alle origini della sua cultura azionista come riposta alla crisi del comunismo (il padre Silvio Trentin era stato tra i fondatori del Partito d’azione e lui stesso ne aveva fatto parte). Le sue teorizzazioni dell’ultimo periodo sul “sindacato dei diritti” e sul socialismo moderno mettono in primo piano libertà ed eguaglianza delle opportunità in una concezione libertaria della politica e della società. Il pensiero e l’azione di Trentin diventano così la felice sintesi dell’incontro tra il meglio della cultura marxista italiana e del liberalismo atipico con Antonio Gramsci e Piero Gobetti punti di riferimento. Bisogna ripartire da lì, sembra dirci Trentin con i suoi diari.

 

(Aldo Garzia)

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