“Ognuno avrà il suo quarto d'ora di celebrità"

Pubblicata il 28 ottobre 2017

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“Ognuno avrà il suo quarto d
Carlo Freccero sintetizza, attraverso la profetica frase di Andy Warhol, “Ognuno avrà il suo quarto d'ora di celebrità", pronunciata nel 1968 dal padre della pop art, il presente e immediato futuro della Tv.
Invitato a Bologna il 24 ottobre nell'ambito degli incontri sul "Linguaggio dei media" organizzati da Mismaonda, in collaborazione con l'ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, l'innovativo ex direttore di Rai 2 di fine anni 90 (quello di programmi come Satyricon, L'Ottavo nano, Il raggio verde e di personaggi come Serena Dandini, Daniele Luttazzi, Piero Chiambretti, i tre fratelli Guzzanti e Fabio Fazio, lo stesso che fu poi allontanato nel 2002 nel 2° periodo berlusconiano), ha illustrato in maniera lucida e concreta la storia dell'evoluzione del medium televisivo dagli albori attraverso tre quadri d'insieme.

“la Tv di servizio è la prima che si è formata negli anni 50 e 60. Aveva il mito della preminenza culturale. La sintesi era 'tutti colti'. Era centralista e utilizzava strumenti non propri: cinema, varietà, teatro”. Freccero, che attualmente, su proposta del M5S, è membro del Consiglio di amministrazione della Rai - oltre che docente, scrittore e ideatore di programmi tv - prosegue il suo racconto arrivando agli anni 80 con la nascita della Tv commerciale. Ispirata alla centralità del capitale economico, è la tv del sogno: “Tutti ricchi” il nuovo motto. “Contava l'audience e il nuovo linguaggio acquista una sua specificità, con programmi che sfuggono all'egemonia Rai, paradossalmente per una ricerca di maggiore libertà da parte del pubblico: il sabato non più il teatro, ma la De Filippi”. E' la 'neotelevisione' di Umberto Eco. Si creano nuovi generi. Quiz, fiction, infotelling, in cui la D'Urso diventa “più famosa dei giornalisti”, fino al gioco dei pacchi “in cui tutti possono partecipare e vincere”.

Il terzo quadro che Freccero delinea è quello attuale e del prossimo futuro: “Con l'avvento del digitale si moltiplicano le reti e le proposte. E si fanno avanti le reti tematiche: quella dedicata alle donne 'tatuate'; quella per 'uomini veri', quella che strizza l'occhio ai gender”. Si vanno a catturare nicchie di ascolto. “La specializzazione identifica il canale”, è un modo per tentare di evitare che lo spettatore diventi acrobata del telecomando, perdendosi nel mare magnum degli infiniti palinsesti. A cui si aggiunge prepotentemente il web, con internet e i social.

“E' la rivoluzione copernicana, il modello pedagogico iniziale si ribalta. Ora la programmazione è fatta dalla periferia. Il pubblico è pronto a subire la pubblicità pur di avere accesso all'intrattenimento e così identificarsi con quanto è proposto dalla rete”. Non a caso all'incontro era presente un manager della Tv tematica italiana: Luca Bersaglia, dirigente programmista del gruppo Discovery Italia, che ha illustrato come Real Time, DMax, Giallo, Focus, Eurosport, Frisbee, sono nate e hanno colto questa voglia di autoreferenzialità del pubblico, fino ad arrivare in poco tempo al 3% di share. Bersaglia spiega che le proposte devono essere molte, veloci, diversificate e interconnesse con social e web. Ora si sono spinti a lanciare il guanto di sfida alla tv generalista, che in Italia fa ancora il 65% di share, con la nascita un anno fa di Nove, di cui il comico Maurizio Crozza è diventato il volto di punta.

Così la sintesi è compiuta: “Dall'autoritarismo al selfie della gente qualunque”. Il rischio naturalmente c'è. Freccero lo identifica nell'esasperata americanizzazione, che si incarna in due filoni tipici di quella cultura: il pragmatismo che si rivela attraverso la tv manualistica “come vestire, come truccarsi, come fare i dolci”, che “ha preso il posto della saggistica” e la mancanza di visione critica, tipica del mondo della provincia americana. Cade con questa tv “il pensiero europeo”. “Il coach e l'influencer hanno preso il posto del maestro”. E Freccero conclude rivolgendo un appello al manager della tv presente e futura. “Inserire la critica all'interno dei programmi, perché l'Europa non è l'America”.

(Caterina Grazioli)

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