Violenza e molestie sulle donne, serve un'altra cultura

Pubblicata il 25 novembre 2017

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Violenza e molestie sulle donne, serve un
Penso che lo stupro sia uno dei peggiori crimini. Non ci sono parole per esprimere con precisione quello che molte di noi sentono, in presenza di notizie di donne stuprate. Da quando si prende coscienza della relazione fra questa forma odiosa di violenza e gli stereotipi culturali, sociali, di relazione che prevedono un ruolo per donne e uomini disuguale, per il potere prevalente legittimato di questi ultimi, ogni notizia di violenza sessuale arriva come un pugno nello stomaco. Un pugno che rapidamente si scioglie in rabbia. Rabbia e non necessariamente paura. La rabbia di sentirsi ancora una volta abusate come genere, dall'affermazione di una forza il cui esercizio equivale a sancire il possesso da parte dei maschi dei nostri corpi.

Corpi oggetto di rappresentazione, di narrazione visiva e non solo, secondo i canoni del desiderio maschile, di attenzioni indesiderate e imbarazzanti, di espressioni verbali offensive, di istinti maneschi quando non si verifica il possesso fisico violento.
Nel 1978 il movimento delle donne propose una proposta di legge di iniziativa popolare per abolire la norma del codice penale che rubricava lo stupro come reato contro l'onore. Si chiedeva l'inserimento fra i reati contro la persona perchè le donne sono persone e dunque titolari degli stessi diritti degli uomini, come del resto recita la Costituzione italiana all'art. 3. Un percorso tormentato, con lunghe e difficili discussioni nell'intento di pervenire ad un testo condiviso fra le diverse posizioni, ponendo attenzione ai principi di giustizia e all'equilibrio fra la posizione e la condizione delle vittime e quella degli imputati.

Fu un confronto anche culturale, approfondito, arricchito da competenze ed esperienze diverse in un momento in cui le donne avvocate erano pochissime.  Quel percorso ha segnato e formato la coscienza di moltissime donne di diverse generazioni. 300.000 firme raccolte in tutto il Paese.  La proposta di legge fu presentata il 19 marzo 1980 con una folta manifestazione a Roma, preceduta di pochi mesi dalle proposte delle parlamentari  di PCI, PSI e PRI. Erano gli anni di “Processo per stupro”, il filmato di Loredana Dordi che per la RAI documentava un processo in cui la violenza verbale degli avvocati di difesa, tutti uomini, fece scalpore perché tesa alla distruzione morale e psicologica della parte lesa al fine di dimostrarne la correità per aver cercato la violenza  subita.
Ne riporta alcuni significativi brani Michela Marzano su La Repubblica di ieri. Erano gli anni del massacro del Circeo che suscitò reazioni clamorose con la rivendicazione da parte delle Associazioni delle donne di potersi costituire parte civile.

Sedici anni ci sono voluti per riconoscere lo stupro come reato contro la persona, con la l. 66/1996. Allora, come oggi, si diceva “per una donna offesa siamo tutte parte lesa”. Uno slogan non pretestuoso e non formale ma frutto di una coscienza maturata individualmente e collettivamente che riconosceva nella cultura maschilista la fonte culturale dello stupro. Non un fatto privato , ma pubblico e politico. Si deve al movimento delle donne l'affermazione che il personale è politico esprimendo una visione della relazione fra i sessi  radicalmente diversa dal passato. E' proprio questa coscienza che ci fa consapevoli del fatto che uno stupro oltre a segnare profondamente  le vittime per sempre, offende e minaccia tutte le donne, perché mette in discussione la nostra dignità, la libertà, il diritto di decidere della nostra vita e di essere, con le nostre aspirazioni, talenti, attitudini. Questo spiega la reazione globale a cui oggi assistiamo.

Cosa è cambiato?

Non solo i femminicidi non sono diminuiti ma pare essersi scoperchiato un vaso di Pandora da cui è trabordata un'onda di maschilismo e di regresso culturale da fare spavento, per dirla con le parole di qualche giorno fa della scrittrice bolognese Grazia Verasani. Dai femminicidi, agli stupri, alle molestie, le denunciano fioccano. Un effetto domino in estensione a livello internazionale. Dalle denuncie delle modelle francesi a quelle delle svedesi, delle peruviane e delle italiane, si è verificato un effetto domino . Dagli ambienti del cinema alla politica ai posti di lavoro. Nei giorni scorsi si è ricordato che da statistiche ufficiali oltre 1 milione di italiane (dati ISTAT) hanno subito almeno una volta nella vita, molestie sessuali. Un numero impressionante che conferma la natura culturale del fenomeno che ha nella violenza domestica, fisica  e psicologica l'altra faccia della medaglia.

Nulla di nuovo, perché si sa da tempo e tutti sanno, ma ora il velo è lacerato rivelando una vista sulla realtà agghiacciante. Negli ultimi anni si è posta l'attenzione soprattutto alle violenze domestiche ma è chiara la recrudescenza anche delle violenze fuori casa. In questo contesto la cultura maschilista è venuta allo scoperto, anche quella più implicita, celata dietro affermazioni perbeniste, di estraneità, nell'inutile tentativo di prendere le distanze chiamandosi fuori per non aver commesso il fatto. 

Le donne che subiscono sono imputate
Illuminanti sono la reazione del contesto, il linguaggio, la narrazione con cui si comunica sui numerosi episodi che continuano a popolare le cronache. Le donne finiscono sempre sul banco degli imputati. Se la cercano per l'abbigliamento che scelgono, assumono comportamenti ingenui e imprudenti, si concedono in cambio di vantaggi o favori. Nei casi di femminicidio si indaga sulla vita delle vittime alla ricerca di qualche indizio che possa giustificare o legittimare l'omicida. Si sposta l'attenzione per non vedere, confermando esattamente il secolare stereotipo della relazione fra i sessi  come la vuole la cultura maschilista. Basti pensare alla denuncia di Asia Argento degli abusi di produttori e registi cinematografici. Il tema non è se abbia beneficiato di vantaggi a seguito delle molestie subite, ma il fatto che per avere delle opportunità nel mondo del cinema e dello spettacolo si sia costrette a subire gli abusi dei maschi che decidono del tuo futuro. Che i vantaggi ci siano o no, non fa la differenza. A che scopo se no denunciare dopo 20 anni esponendosi  ad una gogna mediatica feroce?

Nel caso delle ragazze minorenni di Modena che si scambiavano foto in situazioni di intimità, si è puntato il dito sull'ingenuità e sul pericolo dell'uso dei dispositivi digitali. Quasi nulla si è detto dell'atteggiamento del ragazzino che, lasciato da una di loro, ha postato le foto in rete per vendicarsi. E' moralmente ed eticamente accettabile che per vendicarsi di una relazione finita si rechi danno a 60 ragazze?  Che idea di comunità e di relazione si trasmette ignorando comportamenti di questo tipo? E quale educazione e gestione dei sentimenti e delle situazioni dolorose, che pure capitano nella vita, ci immaginiamo?

La violenza usata dai due carabinieri a danno di due ragazze americane, viene commentata da un giornalista conduttore di una rassegna stampa radiofonica dicendo che non importa se ci sia stato consenso o no. E' grave il fatto che i due uomini, presunti autori dell'abuso, indossassero una divisa. Certo un'aggravante, ma conta l'onore della divisa più che l'abuso stesso. Se la violenza venisse consumata ai danni di chi si prostituisce, in mancanza di consenso, rimarrebbe tale. Il  parroco che giudica il comportamento della ragazza stuprata nei pressi di Piazza Verdi a Bologna, per cui se la sarebbe cercata, da che parte sta?. L'inaccettabile violenza verbale perpetrata ai danni della Presidente della Camera ogni volta che fa dichiarazioni non gradite o condivise, anche da parte di rappresentanti delle Istituzioni. Si potrebbe continuare a lungo. 

Per eliminare la violenza di genere serve un radicale cambiamento culturale
Le reazioni di persone normali tradiscono quella cultura di potere fra i generi fondata su stereotipi, su schemi, che sempre finiscono per legittimare la libera e incontrollata manifestazione degli istinti maschili sollecitata dalle provocazioni dell'altro sesso (v. vergognosa esternazione del Senatore D'Anna, verdiniano). Così l'iniziativa di Forza Nuova che a Roma ha tentato di organizzare ronde per difendere le “nostre” donne, con chiaro orgoglio di possesso. Stessa matrice. Si esprime un immaginario che si forma nella scuola, nei media, nel tessuto e nelle relazioni sociali e che prevede uno stereotipo complementare nei modelli comportamentali ed estetici assegnati alle donne. Senza uno stereotipo, non esiste l'altro. E questo spiega anche i giudizi spesso impietosi da parte di donne di fronte agli abusi. Basta osservare la pubblicità, il modo con cui vengono effettuate le riprese televisive sui corpi maschili e femminili, già denunciato dal documentario di Lorella Zanardo. Basta fare attenzione al linguaggio con cui i cronisti sportivi commentano le gare e i corpi delle atlete.

Nelle più recenti Olimpiadi commenti sulla bellezza, l'età, la mascolinità e il sospetto di assunzione di testosterone da parte delle atlete erano all'ordine del giorno. Nessun commento del genere sugli atleti maschi che se vincono sono “eroi da ricordare” come Paltrinieri nel nuoto. La solidarietà maschile non è sufficiente. Gli uomini dovrebbero interrogarsi e aprire una riflessione individuale e collettiva che conduca ad un'idea radicalmente diversa del rapporto fra i generi fondata sul rispetto, il riconoscimento della pari dignità e titolarità di diritti. Questo implica un percorso critico di dialogo e confronto fra loro che proponga un nuovo modo di essere. Serve un impegno attivo e non solo di testimonianza perché il percorso compiuto fino ad oggi dalle donne non basta a cambiare gli schemi e le stereotipie che peraltro resistono con violenza. Serve una assunzione di responsabilità nella volontà di immaginarsi e costruire una realtà migliore  da consegnare alle generazioni più giovani.

(Virna Gioiellieri)

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