“Prenderemo i nomi dei cattivi”

Pubblicata il 27 dicembre 2017

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Nikki Haley
Dunque, il voto dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla mozione che condanna la scelta degli Stati Uniti di portare la propria ambasciata di Israele a Gerusalemme, si è concluso con 128 Stati favorevoli, 35 astenuti e 9 contrari.
"Gli Usa prenderanno i nomi" di chi voterà la mozione, aveva scritto il giorno precedente l'ambasciatrice americana Nikki Haley rivendicando il ruolo del governo di Washington all'interno del Palazzo di Vetro: "Quando prendiamo la decisione, su volontà del popolo americano, su dove collocare la nostra ambasciata, non ci aspettiamo di essere presi di mira da quelli che abbiamo aiutato".

Il voto al Palazzo di vetro di New York ha quindi sancito una sconfitta davvero bruciante per gli Stati Uniti: quel paese che noi tutti siamo stati abituati a considerare, nel corso della nostra vita, come l'esperienza più significativa della democrazia nel mondo, il punto di riferimento più alto per tutti coloro che guardano ai destini dell'umanità.
Se consideriamo gli ultimi settanta anni dell'Europa, ci viene da pensare che la pace e lo sviluppo che ha vissuto il nostro continente siano dovuti in particolare a due uomini: al coraggio di Winston Churchill, che affrontò da solo il nazismo dilagante (“Dico al Parlamento che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”) e alla lungimiranza del presidente americano Franklin D. Roosevelt, che rifornì di viveri e armi l'Inghilterra assediata, oltre alla Russia.
Senza gli Stati Uniti, il mondo del ventesimo secolo sarebbe stato un altro.

Quando oggi guardiamo il Presidente degli Stati Uniti, anche la sua stessa postura e il suo stesso modo di porsi ci dicono che il ruolo di quel paese è cambiato.
Lo vediamo col ditino alzato che sgrida praticamente tutti, dopo aver iniziato alle sei del mattino a sparare tweet contro il resto del suo paese e del mondo. Ci viene in mente la maestra di cui ci parlavano i nostri padri: “Stendi le dita sul banco” e poi, zac il righello colpiva, oppure “Dietro la lavagna e restaci per tutta la mattina”, e anche “Il capoclasse prende i nomi dei cattivi”.

Nel 1971 Albert Mehrabian psicologo statunitense, docente presso l'Università di Los Angeles, condusse uno studio che evidenziava l'esistenza di tre componenti che sono alla base di qualunque atto comunicativo: il linguaggio del corpo, la voce, le parole. Mehrabian formulò il modello secondo il quale il 55% del messaggio comunicativo è dedotto mediante il linguaggio del corpo (gesti, mimica facciale, posture), Il 38% è ricavato dagli aspetti para-verbali (tono, ritmo, timbro della voce), e solo il 7% è tratto dalle parole pronunciate, cioè dal contenuto verbale.
“Prenderemo i nomi dei cattivi” con il ditino alzato cosa ci comunica?
Che si è un po' smarrita la strada di una nazione che ha guidato il mondo verso il progresso e lo sviluppo.

(Tiziano Conti)

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