Cambiavento

Figli e padri

Pubblicata il 2 gennaio 2018

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Una generazione va e una generazione viene, ma la Terra resta sempre la stessa.
Il sole sorge e il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà...
Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo...
Ciò che é stato sarà e ciò che si é fatto si rifarà; non c'è niente di nuovo sotto il sole. (Qoelet)

Un altro anno se ne é andato e niente incoraggia a pensare che il prossimo sarà migliore.
Il livello del PIL si é alzato ma il nostro no.
Stessi pensieri, stessi discorsi, stessi comportamenti.
Il vaso di Pandora dei nostri istinti peggiori non è stato chiuso.
La più importante delle riforme non è mai cominciata.

La guerra tra poveri, che rappresenta una costante di quella straordinaria sequela di assurdità, rischiarata da saltuari bagliori di lucidità, che chiamiamo storia umana, da qualche tempo si manifesta anche nella inedita variante della guerra intergenerazionale.
Non bastava la contrapposizione fra “garantiti” a 1.300 euro e non garantiti a 800, adesso si fomenta anche il conflitto fra padri “privilegiati” e figli svantaggiati.
Mentre i veri ricchi arricchiscono indisturbati.

Contrasti ci sono sempre stati ma non era mai successo che una generazione addebitasse a quella precedente il proprio malessere.
Neppure dopo eventi bellici che hanno devastato l'Italia, lasciando sul terreno macerie di ogni genere.
Che solo per ignoranza possiamo assimilare agli effetti, pure così gravi, di questa crisi.
Che supereremo guardando avanti e non recriminando sul passato.
Non é lì che abita la speranza.

Furono i giovani a fare la Resistenza.
E giovani erano le menti e le braccia che hanno ricostruito l'Italia portandola dalla miseria al benessere.
Che dispongono, malgrado tutto, di beni che altri hanno conquistato con la loro fatica.
Se si spezza questo filo della memoria, intessuta di storie personali e collettive, di egoismi e di errori ma anche di sacrifici e di conquiste, non rimane più niente.
È una generazione resterà lì ad inseguire il vento.
L'ultima cosa che gli serve é la commiserazione.

Stabiliti i come e i perché, da dove veniamo (noi) e da dove vengono (le cose che abbiamo), poi é sacrosanto criticare.
Gli errori sono stati tanti e gli abusi anche.
Una riflessione su di essi per evitare di commetterne altri sarebbe di somma utilità.
Questo Paese oscilla eternamente fra riforma e controriforma senza mai trovare la giusta misura.
Visto che le munizioni scarseggiano forse è bene combattere solo le battaglie giuste.

Parlare col senno di poi offre un discreto vantaggio, ma viste controluce le cose assumono a volte altri contorni.
La ricchezza privata accantonata in quegli anni che ora funge da ammortizzatore alla crisi occupazionale e reddituale é cresciuta assieme al debito che pesa sull'avvenire dei nostri ragazzi.
Sono due poste della stessa eredità.
I soldi pubblici non sono stati tutti sciupati, o rubati, sono anche serviti.
Per vivere meglio, per far girare la ruota dell'economia, per costruire le case dove abitano vecchi e giovani e per mettere un po' di fieno in cascina.

Il PIL andava a gonfie vele, le lotte partorivano diritti e non era così sconsiderato credere che questo andamento favorevole sarebbe durato a lungo.
Qualcosa del genere, sotto l'influsso delle dottrine ottocentesche, accadeva anche in campo ambientale.
La coscienza del limite sarebbe venuta dopo.
O forse, a sentire economisti e politici, non è arrivata mai.
Visto che le risorse del pianeta sembrano misteriosamente tornate infinite e la crescita continuerà impetuosa per molti secoli ancora.
Basta solo che Tizio prenda il posto di Caio al timone.

Alla vigilia di ogni elezione, a dimostrazione che i miracoli esistono, il debito pubblico scompare.
Così che si può ricominciare da capo.
Meno tasse per tutti e soldi, tanti, per fare quel che ci aggrada.
Lo chiamano deficit spending, per farci credere che conoscono l'inglese.
Ma altro non é che la vecchia, cara spesa pubblica fuori controllo.
Una disciplina sportiva nella quale siamo sempre stati fra i migliori.
Lasciate stare Keynes, per favore, quella era un'altra storia.

Ai tempi di Prodi l'indebitamento pubblico era sotto il 100% del PIL, oggi é oltre il 130%.
Nè vanno meglio la produzione e l'occupazione.
La spesa sanitaria di é allontanata da quella dei Paesi più forti e tutti ne avvertiamo le conseguenze.
Forse le vecchie politiche non erano così sbagliate.
La spesa per la previdenza é un punto percentuale sotto la Francia e mezzo punto sotto la Germania.
Accanirsi contro di essa é insensato, tanto più che le sue dinamiche dipenderanno dal monte salari e questi dalla salute dell'economia.

Passi per i vitalizi, su cui si addensa l'umore nero del Paese al punto che anch'io, che ne percepisco uno, invoco l'adozione della sgangherata legge Richetti pur di cambiare registro, che ci sono cose più importanti di cui occuparsi.
Ma continuare a tirare in ballo le colpe dei pensionati produce solo contrasti e non soluzioni.
Prima o poi bisognerà decidersi: sono troppo alte le pensioni attuali o troppo basse quelle future?
Perché, se si dice che le pensioni calcolate col metodo contributivo sono da fame, come si fa poi a sostenere che quelle definite col metodo retributivo sono un abuso?
E non, piuttosto, il frutto della naturale aspirazione ad assicurarsi una vecchiaia niente più che dignitosa.
Forse anche i padri dei grillini la pensavano così.
Come si può volerle riparametrare in basso così che stiano male tutti, figli e padri?

La sinistra non combatte la ricchezza, scriveva Olaf Palme, antico leader socialdemocratico morto assassinato, combatte la povertà.
Andarlo a leggere non sarebbe una perdita di tempo.
Non è questa stupida guerra la soluzione ai problemi di questo mondo ingiusto.
Bisogna mettere le mani negli ingranaggi che generano gli squilibri, cambiare il movimento delle cose, unire le forze per farlo.
I giovani per primi.

“Non so cosa ci riserverà il futuro ma so a chi appartiene” ha detto M.L.King.
Il futuro è vostro, perché siete voi che ci vivrete.
Fate buon uso di questo tempo.
Buon 2018.

(Guido Tampieri)

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