Spese militari: le bugie dei dati ufficiali

Pubblicata il 3 gennaio 2018

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Spese militari: le bugie dei dati ufficiali
La spesa militare in Italia in rapporto al Pil (a prezzi correnti) non è la più bassa dell'Unione europea, come scritto nel documento ufficiale della Presidenza del Consiglio, “Governo Monti: attività dei primi cento giorni”. Non solo è maggiore dello 0,9% del Pil scritto nel documento, ma è anche superiore al dato di Germania e Spagna. È vero che Francia e Regno Unito spendono di più dell'Italia, ma non possiamo dimenticare che questi paesi sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Rimane la Grecia, il paese più spendaccione in campo militare dell'intera Ue in rapporto al proprio Pil. Non mi sembra però da prendere ad esempio per riformare il sistema di Difesa in Italia e ridurre il debito pubblico.

Per dissipare ogni dubbio chiarisco che il dato sulle spese militari è tratto dalla pubblicazione “The World Factbook” della Cia (Central intelligence agency) che contiene l'elenco della spesa militare di ciascun paese (non solo Nato) in rapporto al proprio Pil. L'Italia - secondo la Cia - spende l'1,8% del proprio Pil (ben al di sopra, quindi, dello 0,9%).

Il dato curioso è che, mentre i valori per molti paesi sono aggiornati al 2009, quello dell'Italia è fermo al 2006. Non certo perché la Cia non ha accesso alle tabelle Nato. Più semplicemente perché non ha ritenuto corretto che dal 2007 la Nato non abbia più considerato le spese per l'Arma dei Carabinieri. Scelta alquanto discutibile fintanto che quest'ultima dipenderà dal ministero della Difesa e sarà impiegata in scenari di guerra, come i contingenti di Esercito, Marina e Aeronautica. Dello stesso parere è il Stockholm international peace research institute, il prestigioso istituto svedese indipendente che, nel monitorare le spese militari nel mondo, secondo una metodologia corretta, include o esclude le stesse voci di spesa nei dati di ciascun paese. Nel recente rapporto appena pubblicato sull'andamento delle spese militari, l'Istituto certifica che l'Italia ha speso nel 2010 l'1,7% del Pil, mentre la media nel periodo 2005-2009 era dell'1,8%.

Com'è possibile un divario così ampio? La ragione è semplice, lo 0,9% è il risultato di una manipolazione contabile che sottrae dal calcolo delle spese militari le voci del bilancio del ministero della Difesa destinate alle pensioni provvisorie, alle funzioni esterne (es. l'impiego dei militari in interventi di protezione civile) e all'Arma dei Carabinieri (in totale più di un terzo del budget).


Lo 0,9% corrisponde, quindi, solo alla voce “Funziona Difesa”, cioè alle spese di personale, esercizio e investimento a bilancio del ministero della Difesa.
Nel contempo le spese espressamente militari sostenute da altri dicasteri non sono calcolate. Lo 0,9% è, quindi, il risultato di una duplice operazione arbitraria e contabilmente scorretta: da una parte si sottraggono alcune voci di spesa, dall'altra non si sommano né il fondo per le missioni internazionali, 1.640 milioni di euro nel 2011 scritto in bilancio al ministero dell'Economia e Finanze, né i fondi scritti al ministero dello Sviluppo economico per finanziare programmi di nuovi sistemi d'arma (2.248 milioni di euro nel 2011).
In realtà, computando correttamente tutte le spese correnti e in conto capitale, secondo la definizione di spesa militare dell'Istituto svedese, escludendo la difesa civile e le spese correnti per attività militari pregresse, come i benefici ai veterani la percentuale delle spese militari in Italia sul Pil nel 2011 (Governo Monti ) è superiore all'1,5% e non allo 0,9% come sostiene il governo.

Non si può accettare l'operazione strumentale con cui il governo italiano, arbitrariamente, esclude dal calcolo delle spese militari la voce pensioni e non include i fondi delle missioni internazionali.

Secondo i dati contenuti nel primo rapporto annuale sulle spese militari italiane presentato dall'Osservatorio MIL€X, presentato alla Camera dei Deputati lo scorso 15 febbraio 2017, l'Italia spende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno), di cui oltre 5 miliardi e mezzo (15 milioni al giorno) in armamenti.

Si spende molto e si spende male
Oltre a spendere molto in difesa, l'Italia spende male e in maniera inefficiente
Il 60% delle spese è assorbito da una struttura del personale squilibrata, fino al paradosso di avere più comandanti che comandati, più anziani ufficiali e sottufficiali da scrivania, che graduati e truppa giovane operativa.
Quasi il 30% del totale viene invece speso per l'acquisto di armamenti tradizionali: missili, bombe, cacciabombardieri, navi da guerra e mezzi corazzati. Una spesa in forte crescita (+85% dal 2006) finanziata in gran parte dal ministero dello Sviluppo economico, che dovrebbe essere ribattezzato “ministero dello Sviluppo militare” poiché destina regolarmente al comparto difesa (Leonardo/Finmeccanica, Fincantieri, Fiat-Iveco, ecc.) la quasi totalità del budget a sostegno dell'imprenditoria (l'86% quest'anno, pari a 3,4 miliardi) penalizzando le piccole e medie imprese e lo sviluppo industriale civile del Paese.

Un meccanismo di aiuti di Stato all'industria bellica nazionale, portato avanti da una potente lobby che condiziona il Parlamento, forzandolo ad autorizzare l'acquisto di armamenti costosissimi e insostenibili dal punto di vista della logistica (perché poi mancano i soldi per la manutenzione e perfino per il carburante).

Qualche esempio
I quasi mille nuovi corazzati da combattimento Freccia e Centauro2 che sta comprando l'Esercito, spendendo molto più di quanto avrebbe speso scegliendo quelli prodotti da consorzi europei (i Freccia sono stati preferiti agli equivalenti ma molto più economici Boxer tedesco-olandesi). Una quantità di mezzi sproporzionata rispetto alle necessità operative (in Afghanistan, ad esempio, di questi mezzi ne sono stati usati solo 17) e spropositata per i costi di manutenzione (per cui la maggior parte di questi mezzi finisce ad arrugginire nei depositi o cannibalizzata per i pezzi di ricambio).

A fronte di tutte queste spese da potenza militare d'altri tempi, l'Italia è completamente impreparata a difendersi dalle minacce concrete del presente e del futuro: terrorismo e cyberwar. Per prevenire attacchi terroristici serve intelligence sul territorio e on-line, non carri armati, cacciabombardieri e portaerei. Per difendersi da attacchi informatici - che oggi mettono in imbarazzo un ministero, ma domani potrebbero mettere in ginocchio il Paese - servono investimenti massicci nella cyber-difesa che invece non ci sono (150 milioni nel 2016, nulla nel 2017) e strutture militari dedicate (il cyber-comando italiano è ancora sulla carta).
E' a dir poco paradossale continuare a spendere miliardi in armamenti tradizionali e poco e niente per prevenire e fronteggiare attacchi informatici che potrebbero mettere fuori uso tutte queste armi con un semplice virus.

Le previsioni di spesa per il 2018
Analizzando il dettaglio delle voci di spesa previste per il 2018, spicca un aumento di quasi il 10% dei fondi ministeriali per gli investimenti in nuovi armamenti e infrastrutture (2,3 miliardi). In aumento del 4,6% anche la spesa per il personale di Esercito, Marina e Aeronautica (10,2 miliardi) nonostante la riduzione degli organici dettata dalla Riforma Di Paola, a causa degli aumenti di stipendio per gli ufficiali superiori previsti dal recente riordino delle carriere. Ne risulta una tripartizione della Funzione Difesa di 74% per il personale, 9% per l'esercizio e 17% per gli investimenti (secondo la Riforma Di Paola la spesa sarebbe dovuta essere rispettivamente 50% personale, 25% per il mantenimento e manutenzione d'esercizio e 25% per investimenti in nuovi armamenti). A questo si aggiungono 341 milioni per la pensione ausiliaria e oltre 100 milioni per le funzioni esterne (1/4 per i voli di Stato)

L'aumento delle spese italiane per la Difesa risulta ancor più consistente se si tiene conto di tutte le altre voci di spesa militare "extra-bilancio" sostenute da altri ministeri ed enti pubblici: i 3,5 miliardi (+5% rispetto al 2017) dei contributi del ministero dello Sviluppo economico per l'acquisizione di nuovi armamenti "made in Italy" (contributi pari al 71,5% del budget totale MiSe per la competitività e lo sviluppo delle imprese italiane), i circa 1,3 miliardi di costo delle missioni militari all'estero sostenute dal ministero dell'Economia e delle Finanze, gli oltre 2 miliardi del costo del personale militare a riposo a carico dell'Inps e il mezzo miliardo di spese indirette per le basi Usa in Italia. Aggiungendo queste voci di spesa e sottraendo invece i costi non propriamente militari (3 miliardi per i Carabinieri in funzione di polizia e ordine pubblico e quasi mezzo miliardo per i Carabinieri in funzione di guardia forestale), il gran totale delle spese militari italiane per il 2018 raggiunge i 25 miliardi: un miliardo in più rispetto al 2017 (+4%), due miliardi in più rispetto al 2015 (+9%).

Afganistan 16 anni dopo
Rimanendo alla sola spesa ufficiale, 16 anni di guerra in Afghanistan sono costati complessivamente a tutti i Paesi che vi hanno partecipato all'incirca 900 miliardi dollari, circa 28 mila dollari per ogni cittadino afgano - cifra enorme se confrontata al reddito annuo medio afgano di circa 600 dollari.



Per quanto riguarda l'Italia, il costo ufficiale della partecipazione alle missioni militari in Afghanistan a partire dal novembre 2001 (Enduring Freedom fino al 2006, Isaf fino 2014, Resolute Support dal 2015) è di 6,3 miliardi di euro, vale a dire oltre un milione di euro al giorno in media. A questo costo "netto" va aggiunto l'esborso di 360 milioni a sostegno delle forze armate afgane (120 milioni l'anno a partire dal 2015) e circa 900 milioni di spese aggiuntive relative al trasporto truppe, mezzi e materiali da e per l'Italia, alla costruzione di basi e altre infrastrutture militari in teatro, al supporto operativo della Task Force Air (Emirati, Qatar e Bahrein) e degli ufficiali di collegamento distaccati presso Comando Centrale Usa di Tampa, Florida, al supporto d'intelligence degli agenti Aise, della protezione attiva e passiva delle basi, al supporto sanitario del personale della Croce rossa italiana, alla protezione delle sedi diplomatiche nazionali e alle attività umanitarie militari strumentali. Si arriva così a oltre 7,5 miliardi, a fronte di 260 milioni investiti in iniziative di cooperazione civile.

Quali progressi in 16 anni
I leader politici contrari al ritiro delle truppe occidentali dall'Afghanistan si richiamano spesso alla necessità di difendere i progressi fatti in questi anni. Vediamoli rapidamente. A parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane maggiori), attribuibili al lavoro delle organizzazioni internazionali e delle Ong, non alla Nato), l'Afganistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (su mille nati, 113 decessi entro il primo anno di vita), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni, terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau) ed è ancora uno dei Paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza procapite23). Politicamente, il regime integralista islamico afgano (fondato sulla sharìa e guidato da ex signori della guerra dell'Alleanza del Nord espressione della minoranza tagica) è tra i più inefficienti.

Costo missioni 2003-2017 in Iraq
Quattordici anni di impegno militare italiano Iraq (2003-2017) sono costati al contribuente oltre 2,6 miliardi di euro, a fronte di una spesa di 360 milioni per iniziative di cooperazione e assistenza civile. Un rapporto di 1 a 7 emblematico della scelta politica nettamente militarista fatta dai successivi governi italiani, tutti desiderosi, in passato come oggi, di mostrarsi tra i più “volenterosi” delle varie colazioni militari a guida statunitense intervenute in Mesopotamia.

(Renato Alberani)

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