Mondiale addio e un calcio da rifondare

Pubblicata il 29 gennaio 2018

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A posteriori, “digerita” la delusione, l'analisi del crack dell'Italcalcio è forse ancor più impietosa.
L'undici azzurro è parso un insieme di calciatori orfani di capire ciò che serve alla squadra, un collettivo senza asse arroccato al proprio “io” personale quasi nella paura di un futuro incerto, che è il maggior difetto nel gioco di squadra.

Poco importa se la compagnia delle escluse comprende qualche ex grande (vedi l'Olanda), l'elite del calcio mondiale in Russia ci sarà al pari di quelle Nazionali che ci hanno creduto e combattuto fino in fondo; come ad esempio la Svizzera, un miracolo multietnico di calciatori che ha centrato la qualificazione alla faccia delle polemiche apparse sui nostri quotidiani sull'abbondanza di giocatori stranieri iscritti al nostro campionato, che toglierebbero “spazio” a quelli italiani, imputando a ciò la debacle azzurra.

A confutare ciò i nove “stranieri” sui quattordici messi in campo dalla nazionale rossocrociata nella partita clou contro l'Irlanda del Nord dove di “svizzeri-svizzeri” se ne contavano ben pochi, l'idolo locale si chiama Ricardo Rodriguez di papà spagnolo e mamma cilena perché ha salvato sulla linea un gol già fatto dalla compagine avversa qualificando così la Svizzera al Mondiale 2018; il più straniero di tutti però è Vladimir Petkovic perché ha cittadinanza croata (ius sanguinis), quella bosniaca (ius soli) e svizzera, gli fanno poi eco Manuel Akanji nato in Canton Ticini ma nigeriano, Denis Zakaria di Ginevra nato in Congo ed una decina di altri atleti del genere, tutto ciò nel Paese europeo più ostile agli immigrati.

Del Piero, Totti & soci fecero proprio il Mondiale 2006 di calcio malgrado una “concorrenza” di colleghi stranieri in campionato attestata al 50% (come del resto in Spagna e Germania), poi successivamente una fase di declino dove la Nazionale italiana è “uscita” al primo turno nel 2010 e nel 2014, campanelli d'allarme inascoltati da tecnici e dirigenti della Federazione verso il destino segnato di cui stiamo parlando oggi.

Come allora è mancato il desiderio che da la speranza di farcela, quello che scatena la forza di combattere, è per questo che si desidera il giorno del riscatto nella speranza di conseguire il risultato prefisso ed è così che ci si prepara alla lotta e alla battaglia.

Tutto ciò non è “scattato” nelle gambe (e nella mente) della Nazionale azzurra di calcio, che non ha fatto proprio lo spareggio contro quella svedese, rimediando così la seconda “non” partecipazione ad un Mondiale dopo quella del 1958; un “undici” azzurro soporifero, quasi “sbadiglio”, opposta immagine internazionale cui invece da un po' di tempo ci hanno abituato le performance delle squadre di club.
Ecco perché a posteriori fa rabbia il “cazzotto” svedese che ha messo Ko l'Italia del pallone a confronto col percorso finora trionfale delle squadre italiane impegnate in Europa; Milan, Atalanta e Lazio in volo per i sedicesimi di Europa League mentre Juventus, Napoli e Roma padrone del proprio destino al “gate” degli ottavi di finale in Champions League.

Perché allora i “nazionali” che militano nelle squadre di club italiane o estere stanno raggiungendo traguardi che nessun'altra scuola calcistica è riuscita finora ad ottenere? Inghilterra, Spagna Francia e Germania sono rimaste al palo e non reggono il confronto con noi in quanto nessun club europeo può infatti vantare sei squadre su sei già certe di proseguire per alzare un trionfo continentale.

Malgrado ciò si dovrà per forza voltare pagina, dopo le dimissioni del c.t. Ventura il crack azzurro ha azzerato i vertici della Federazione e decretato l'addio dei “senatori” Buffon, Barzagli e De Rossi, ma basterà a cogliere le opportunità per ricominciare rinnovando la Nazionale del futuro dopo aver toccato il punto più basso da sessanta anni a questa parte?

(Giuseppe Vassura – Associazione Primola)

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