Sindacato, meno iscritti, ma crescono le sigle

Pubblicata il 10 febbraio 2018

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Nel nostro paese diversi segnali indicano un'attenuazione della fiducia dell'opinione pubblica e in misura inferiore degli stessi lavoratori, nei confronti dell'azione del sindacato e dello stesso suo ruolo, ciò costituisce un serio problema in un momento storico in cui le turbolenze economiche e le scelte decisive in materia di economia e di assetti sociali richiedono un coinvolgimento responsabile della politica e delle forze sociali, per rendere raggiungibili soluzioni strutturali massimizzanti l'utilità collettiva volte a ridurre le aumentate disuguaglianze sociali e salariali. Analizzando quello che succede attorno a noi si nota la correlazione tra disuguaglianze e tasso di sindacalizzazione, nei Paesi Scandinavi dove i sindacati sono molto forti il grado di disuguaglianza è tra i più bassi al mondo, mentre in paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito caratterizzati da sindacati deboli le disuguaglianze sociali e di reddito sono nettamente più marcate.
Secondo i dati dell'Inps, che sono i più attendibili, nel 2015 gli iscritti ai sindacati in Italia nel complesso totale ammontavano a circa 16 milioni e di questi circa la metà è pensionato. La parte del leone la fanno ovviamente i confederali. Nel 2015 la Cgil contava oltre 5 milioni e mezzo di tesserati, la Cisl circa 4,3 milioni e la Uil circa 2,2 milioni; più indietro gli altri sindacati, la Ugl con 1,8 milioni di aderenti e poi la Usb , il Cub e la Confsal con alcune centinaia di migliaia cadauna e dopo questi esistono una miriade di piccoli sindacati autonomi o di base di cui alcuni piccolissimi, che a stento raggiungono il migliaio di iscritti.
Prendendo per buoni i dati Inps, viene comunque da chiedersi se 16 milioni di iscritti sono tanti o sono pochi, se si calcola il totale di lavoratori dipendenti e pensionati, il tasso di rappresentatività generale in Italia è del 37%, ed è uno dei più alti dell'Unione Europea. Se invece si raffronta con il passato di casa nostra, paragoni sembra possibile farli solo sui lavoratori attivi, nel 2015 l'indice di sindacalizzazione tra gli attivi era poco più del 30%, poca roba rispetto a quanto accadeva negli anni '70, quando nel nostro paese la rappresentatività sindacale tra i lavoratori sfiorava il 50%, dal '70 ad oggi in tutti i sindacati è fortemente aumentato il numero dei pensionati.
Cosa è successo dal 1970 ad oggi per registrare un calo, tutto sommato abbastanza considerevole, della rappresentanza sindacale in Italia tra i lavoratori attivi, tenendo conto che sindacati e sigle sindacali sono anche fortemente aumentati?
Fino alla metà degli anni 80' le sigle sindacali dei lavoratori si potevano benissimo contare sulle dita delle mani, infatti oltre ai tre sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, vi erano solamente alcuni altri piccoli sindacati autonomi o di destra, di cui poi una parte di questi nel 1995 si sono raggruppati ed hanno dato vita all'Ugl.
Correva l'anno 1987, l'autunno caldo del '69 si avviava già ad essere un lontano ricordo ed erano passati dieci anni dalla svolta dell'Eur che aveva trasformato i confederali in sindacati meno conflittuali e più propositivi, quando avvenne l'avvento sulla scena sindacale Italiana dei Cobas e di altri sindacati autonomi, che dettero l'avvio ai primi scioperi selvaggi dei ferrovieri, seguiranno poi nei mesi e negli anni a venire altri scioperi selvaggi dei controllori di volo e dei piloti negli aeroporti, dei macchinisti, dei capi stazioni, dei ferrotranvieri, della scuola, della sanità, ecc..., da allora è stato tutto un proliferare di decine di sigle sindacali, tanto che oggi contare quanti siano i sindacati è diventato alquanto arduo, tutti questi nuovi sindacati che nascono dopo il 1987 si caratterizzano tutti comunemente per la radicalità della loro iniziativa sindacale e nascono tutti criticando le tradizionali organizzazioni sindacali, ne disattendono i contratti, praticano forme di lotta non ortodosse di conflitto economico, le azioni collettive si svolgono per lo più nei servizi pubblici protetti dalla concorrenza o regolati dalla mano pubblica, questi scioperi selvaggi colpiscono pesantemente utenti, enti e aziende, tanto che nel 1993 entra in vigore la legge diretta a regolare lo svolgimento degli scioperi nei servizi pubblici essenziali.
Come mai questi nuovi sindacati che si possono benissimo definire corporativi, in quanto a volte tutelano interessi e privilegi di poche migliaia di lavoratori a scapito di altri milioni di lavoratori e che per la loro radicalità delle loro lotte sono sempre stati invisi alla politica e all'opinione pubblica, sono proliferati e cresciuti?
La domanda ha due risposte, la prima sta nel fatto che l'articolo 39 della nostra costituzione non è mai stato completato, la sua attuazione aspetta ormai da 70 anni, tanto che oggi manca ancora una legge sulla rappresentanza sindacale che avrebbe potuto impedire o almeno ridurre il fenomeno dei sindacati e sindacatini con scarsa rappresentanza e la seconda sta nel fatto che dopo la stagione della concertazione tra forze sociali e governo del 1992-93, la gran parte dei governi che si sono poi succeduti hanno teso a ridimensionare se non ad escludere proprio dalle scelte di politica economica e sociale i corpi intermedi della società di cui i sindacati e i lavoratori da essi rappresentati ne sono una componente essenziale, salvo i due governi a guida Prodi che puntarono a raggiungere accordi con tutte le forze sociali inclusi i sindacati principali, tutti gli altri governi hanno spesso teso a priori ad escluderli o ad escluderne il principale cioè la Cgil, con l'unica eccezione dell'attuale ultimo governo Gentiloni che sulle pensioni alcuni mesi fa, anche se la Cgil alla fine è risultata contraria, ha fatto una vera trattativa ridando dignità ai sindacati principali cioè a quelli confederali.
E' allora che viene da dire che i tre sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil hanno perso in rappresentatività nei luoghi di lavoro, sopratutto da quando la loro funzione generale si è un po' offuscata, il sindacato negli anni 70' era forte in quanto riuscì a coniugare e dare risposte ai lavoratori nella fabbrica e nella società, quindi non solo riuscì a strappare migliori condizioni di lavoro e di salario nei luoghi di lavoro, ma nella società si ottennero la scuola e la sanità pubblica, nacquero mense ed asili, ed erano conquiste non solo per i lavoratori ma erano conquiste per i soggetti più deboli di tutta la società come i giovani, le donne e i disoccupati.
Anche se in questi ultimi decenni i piccoli sindacati sono aumentati in rappresentanza tra i lavoratori attivi, va sottolineato che comunque sono ancora poca cosa rispetto ai tre grandi sindacati confederali, e che tale rappresentanza continua ad essere in gran parte confinata nel pubblico impiego e in alcune aziende a capitale pubblico. Nelle aziende private troviamo l'esperienza del Fismic in Fiat un sindacato autonomo nato negli anni '50, di alcuni sindacati di base dalla fine degli anni '80 in alcune aziende metalmeccaniche del Milanese tra cui l'ex Alfa Romeo, da un decennio l'affermarsi del sindacalismo di base nella logistica e da ultimo l'affermarsi di Usb in alcune importanti aziende metalmeccaniche e non tra cui la GD di Bologna, la Marcegaglia di Ravenna e la Sirti nel Lazio.
Tra questi piccoli sindacati si possono fare due distinzioni, quelli cioè puramente corporativi che difendono unicamente gli interessi e i privilegi di una categoria o di un gruppo piccolo di lavoratori e questi sono quasi totalmente relegati nel pubblico impiego, e quelli che si richiamano al sindacalismo di base che coniugano il conflitto nel luogo di lavoro e quello economico nella società, che fanno riferimento politico all'estrema sinistra e che socializzano ad esempio nelle lotte per la casa e nel diritto allo studio con i centri sociali giovanili e che attualmente cercano di espandersi dal settore pubblico, al settore privato e ai pensionati.
Questi sindacati corporativi o di base che si accomunano e che si sono accomunati tutti per la difesa di ragioni individuali e di specifici interessi per gruppi ristretti di lavoratori, ottenendo consenso hanno prodotto una frammentazione sindacale e dei bisogni, in grado di sfruttare le risorse mediatiche e il disagio sociale derivanti dalla radicalità delle iniziative di lotta, in tal modo ognuno difende l'immediato e il proprio particolarismo, costringendo in parte i sindacati maggiori a inseguirli sullo stesso terreno per non perdere consenso, ma così facendo l'iniziativa sindacale attenua la sua storica capacità di legare la contrattazione collettiva alla mediazione generale degli interessi di tutti i lavoratori e dei soggetti più deboli della società, e alla lunga a perdere sono i lavoratori che quanto ottengono un beneficio nell'immediato nel loro luogo di lavoro rischiano poi di perderne di maggiori nella prospettiva. Non sarà solo un caso o tutta colpa della politica, che in Italia ad una maggiore frammentazione sindacale sono aumentate le disuguaglianze sociali e sono diminuiti i diritti del mondo del lavoro.
Oggi più che mai l'esperienza sindacale in Germania dovrebbe essere un esempio per tutto il mondo del lavoro, in questo paese dove qualche giorno fa i metalmeccanici hanno rinnovato il contratto ottenendo la possibilità di lavorare per 28 ore settimanali e un aumento salariale del 4,3%, si è praticamente in presenza di un unico sindacato, l'Igm che rappresenta la stragrande maggioranza dei metalmeccanici tedeschi.
E allora ritorno all'importanza dell'articolo 39 della Costituzione e ad una legge attuativa la rappresentanza sindacale, questa norma prevede che i sindacati si registrino, adottino al proprio interno un'organizzazione democratica, rendano pubblici i loro bilanci, acquisiscano una personalità giuridica, in questo caso stabilisce la Costituzione sarà possibile per loro stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce, l'opportunità di tale norma attuativa è segnalata anche da molti giuslavoristi, perché sia come sia, ma finché una legge sulla rappresentanza non attuerà tale articolo costituzionale, i contratti collettivi stipulati da qualsiasi sindacato non hanno validità “erga omnes” e chiunque oggi come ieri può decidere di fondare un sindacato, di pretendere legittimamente di partecipare alla stipula di contratti collettivi e di proclamare scioperi. In alternativa dal 2014 è disponibile il “testo unico sulla rappresentanza”, ma nonostante il nome questa non è una legge, ma solo un accordo, se pur importante, stipulato tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil e che successivamente è stato sottoscritto da tutte le principali associazioni imprenditoriali.
Solo riportando anche ordine nella frammentazione sindacale, nel nostro paese, sarà possibile rilanciare una nuova moderna stagione contrattuale e dei diritti del mondo del lavoro, che ridia la giusta dignità al lavoro contribuendo nel contempo a ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.

(Edgardo Farolfi)









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