Usa, un'ennesima strage annunciata

Pubblicata il 15 febbraio 2018

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Sono nato come tanti altri. Come tutti gli altri. Penso che quello che ha influito con forza nella mia formazione sia stato l'ambiente nel quale mi sono trovato a vivere. Sia ben chiaro che questa non è stata una scelta mia: ho trovato tutto bell'e pronto, confezionato, aggiustato a dovere.
Poi forse mi sono venuto a trovare in una forma di "assenza" da parte della mia famiglia, troppo attenta a soddisfare una quantità di bisogni indotti, con scarsa capacità di sintesi circa le vere priorità che questa sorta di socialità ci impone.

Ma si, ecco, troppe visite e troppo frequenti passaggi negli immensi supermercati pieni di lustrini e di false promesse. Ma che dico: non c'è nulla di falso! Se ci viene mostrato come irrinunciabile, se ci si sente sospinti verso questo percorso irrinunciabile, se la paura di esserne esclusi si fa sentire forte e chiara, credo ci si trivi di fronte ad una verità irrinunciabile.
Poi, quasi senza accorgermene, mi sono trovato a crescere ansimando nella sensazione di essere escluso da molte delle cose che mi circondavano e neppure nel branco dei miei compagni ho trovato conforto e comprensione: ecco, la sensazione di non essere proprio "uguale", un po' al margine.

Se ho capito perchè? Certo che l'ho capito! Sono gli altri che non hanno capito il mio segreto valore, la mia potenzialità assopita, la vera forza che temevo di ostentare, di esibire, di imporre agli altri. Trangugiando panini imbottiti oltre ogni immaginazione, patatine fritte in dosi massicce e bibite coloratissime e dolcissime, mi sono visto crescere quasi amia insaputa e mi sono trovato a vivere in un ambiente sociale del quale non sentivo l'appartenenza.
Ma si, quasi non mi accettasse per quello che ero. La mia ricerca di valori, di similitudini, di immagini e di scopi non trovava soluzioni e mi sono trovato sempre troppo spesso da solo.
Ma certo! Non mi mancava nulla! Da parte della mia famiglia, di mio padre e di mia madre ogni sforzo era finalizzato a non farmi mancare nulla: jeans pieni di strappi e di buchi all'ultima moda, camice firmate ed etichettate. L'ultimo grido di smart ben affondato nella tasca posteriore destra dei miei pantaloni.
E poi, ma voi non lo sapete, sotto la maglietta bianca lo splendido tatuaggio multicolore che mi è costato un occhio, tanto i soldi li ho presi dal portafoglio della nonna (lei non se ne accorge mai... o fa finta di nulla). Quando l'ho fatto vedere ai miei compagni si sono messi a ridere: "A te serve ben altro che un tatuaggio..." hanno detto fra le risate e i motti di derisione nei miei confronti.

Un giorno poi gliela farò vedere io a quei poveri. Uno poi l'ho affrontato nel corridoio della scuola e l'ho suonato a dovere correndogli appresso brandendo lo sgabello fino a che l'ho raggiunto e gliel'ho fatto assaggiare sulla schiena. Dovevate vedere come scappavano tutti: adesso cominciano a capire. Solo quella stupida della professoressa di matematica ha avuto qualcosa da ridire e mi ha lanciato un ultimatum.
A me? Proprio ora che ho cominciato a capire come fare per farmi intendere? Ora che tutti gli occhi sono puntati verso di me? Il calcio negli stinchi se l'è meritato davvero: ben le sta! E il preside, quell'incapace, mi ha allontanato dalla scuola: ora gli faccio vedere io.

Sono andato in garage, nell'angolo, dove babbo tiene la sua collezione di medicine, le medicine per chi ti vuole far del male: gli strumenti di difesa per i nostri, i miei valori. Irrinunciabili. Ben puliti e oliati, tre fucili: uno a canne mozze e uno da guerra, capace di raffiche. E' quello che fa per me. Una pistola semiautomatica in tasca che non si sa mai. le tasche piene di cartucce di riserva e caricatori. Mi sembra si chiamino full metal jacket: da qualche parte l'ho visto. Adesso vedranno con chi hanno a che fare.

Quando sono entrato nella scuola quasi non mi hanno notato, come non mi hanno mai notato in tutte le giornate che sono stato qua dentro, quasi non esistessi, non fossi presente: adesso vedranno se esisto. Ecco finalmente la vera potenza della mia voce e i bullets che corrono per l'aria ne sono i portatori.
Ridete adesso se ne siete capaci branco di inconsistenti abitanti dell'altra sponda, di un altro spazio, dove io non posso andare, uno spazio che non fa per me, uno spazio nel quale sono sempre stato solo. Guarda come scappano ora: ridete ora se ne siete capaci.

Molti dei miei nemici sono sistemati a terra e il sangue della mia verità imbratta muri, vetri, porte e abiti un po' ovunque. La mia sete si placa solo quando si inceppa questo maledetto arnese che ora è poi anche troppo caldo: hai!, mi brucio una mano cercando di aggiustarlo. L'aveva detto babbo che ne avrebbe comperato uno più nuovo e migliore.

Ma perchè mi saltano addosso in tanti: mi costringono a terra e mi torcono un braccio dietro la schiena. La polvere del pavimento si mischia con la mia saliva. Tutto attorno a me un gridare ordini e vociare di sicurezza e di attenzione. Chissà poi perchè se la sono presa con me: il mio è stato solo un atto di giustizia, la mia giustizia per l'esclusione da un mondo che mi deve accogliere come si deve, che si deve accorgere di me e basta con gli angoli e i silenzi: la mia voce l'ho fatta sentire ben forte e chiara.

Diciassette morti nell'ennesima sparatoria negli States e altrettanti feriti, alcuni gravi. Qualcuno si è già alzato in piedi denunciando la facilità, la troppa facilità nel possesso di armi, armi da guerra. Altri hanno fatto il computo di incidenza: un fatto simile ogni quante ore? Quanti i morti da inizio d'anno? E le probabilità dei numeri a fine anno? E la quantità di disadattati? E i commenti delle forze dell'ordine? Cosa dice lo sceriffo?
Una domanda: quando toccherà anche a noi?

(Mauro Magnani)

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