Renzi e il vuoto orizzontale

Pubblicata il 6 marzo 2018

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La lunghezza estenuante dell'attesa per l'evento risulta essere esattamente proporzionale alla portata della sconfitta e non potrebbe essere diversamente. Si alternano voci relative all'appuntamento, sembra che si presenti, anzi no. Un'importante agenzia di stampa annuncia che le sue dimissioni sono certe: con indiscussa eleganza, l'ufficiale portavoce afferma esattamente il contrario. Viene riconfermato l'evento all'ora prevista, anzi no, forse un po' dopo. Comunque è certo che parlerà, che qualcosa dirà, dovrà pur dire qualcosa. Ma certo che dovrà dire qualcosa, ma occorre ben poca capacità di analisi per sapere in anticipo cosa dirà: se così non sarà significherà che la nostra conoscenza della specie uomo risulta essere molto superficiale e semplicistica.

Ed ecco la conferenza tanto attesa e mai tanta attesa fu altrettanto vana quanto l'attesa di qualche novità.
Un generico "abbiamo fatto qualche errore" pronunciato con lo sguardo che punta lontano verso un punto non ben distinguibile, quasi a significare la difficoltà di distinguere le qualità e le quantità degli errori commessi. Ma è solo un attimo e la corrente riprende il suo corso, quello di sempre, l'unico che ci è dato conoscere. Una ridda di dati percentuali tutti positivi, un elenco ben soppesato di traguardi raggiunti, la sentita affermazione della qualità di quanti con disinteresse hanno contribuito a questa lotta, il sincero riconoscimento verso i tanti collaboratori di sicuro valore.

Mentre ascoltiamo le parole ben misurate ma altrettanto note, si resta in attesa di un anche piccolo cenno di riconoscimento dell'immenso errore che ha portato il partito ad una sconfitta tanto bruciante, impietosa, devastante. Si ha la sensazione che ancora una volta noi tutti insieme non si abbia capito, che le ampie percentuali che hanno deciso di voltare o di cambiare pagina non siano all'altezza di capire, come la gran massa di concittadini non sia riuscita ad essere all'altezza di un compito decisamente arduo: comprendere quanto è stato fatto, valutarne con esattezza il grande valore, intravederne la ricchezza, la portata.

Poi arriva, puntuale, l'immancabile stoccata: la differenza tra la "ragione" e "la cultura delle armi". Tie', pia su e porta accasa!
Come non bastasse, una puntigliosa e precisa conferma arriva puntuale: riguarda la bella città di Pesaro, patria di uno dei più grandi musicisti Italiani, con le sue storiche vie che profumano di mare e di cultura: in questo luogo si sono scontrati un certo Picconi (se ho ben capito) e un valente Ministro della Repubblica, un uomo dalle capacità straordinarie, capace di affrontare uno dei problemi più gravi e gravosi dei nostri tempi e di risolverlo brillantemente, ma tanto brillantemente che anche valenti avversari hanno dovuto riconoscerne il valore e, dall'altra parte, il Picconi, o forse Piccioni, disonorato anche dagli stessi compagni di avventura e di fede, un uomo che se ne va a in vacanza mentre incombe la tenzone e ... Cosa accade? Il desso vince, e a piene mani. Incomprensibile! Come a dire che la gran massa dei pesaresi non sono in grado di intendere e di volere.
Ma non temete, me ne vo', con idee ben precise: non attendetevi caminetti, inciuci e ombrose intese: primarie, primarie e ancora primarie.

Forse, e dico forse, un po' più di umiltà dopo una debacle di tale portata, nella quale resta coinvolta anche la nostra città, ultima manifestazione di una lunga serie di risultati negativi, sarebbe stata opportuna: ma si sa che solo i grandi e veri uomini sono capaci di ammettere i propri errori.

(Mauro Magnani)

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