IL POST DA ROMA: Che carte ha Di Maio? La tentazione di Pd e LeU

Pubblicata il 11 marzo 2018

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IL POST DA ROMA: Che carte ha Di Maio? La tentazione di Pd e LeU
Cresce la pressione perché il Pd non escluda a priori la possibilità di un via libera al tentativo di Luigi Di Maio di guidare un esecutivo. Il semaforo verde può avere varie varianti. O “appoggio esterno”, con astensione contrattata su un programma minimo a un monocolore grillino, o compartecipazione a un largo governo “di scopo” per fare la nuova legge elettorale e occuparsi delle emergenze economiche. Più difficile pensare, al meno per ora, a un accordo politico di lunga durata tra Pd e 5 Stelle.
A spingere verso questa posizione è l'appello alla “responsabilità” venuto nei giorni scorsi dal presidente Mattarella insieme a l'amara lezione del voto, oltre alla preoccupazione di non lasciare Di Maio nelle grinfie di Matteo Salvini come unico interlocutore. I fautori di questa posizione – soprattutto gli ex Margherita: Gentiloni, Zanda, Franceschini, eccetera – sono intenzionati ad assicurare la governabilità per almeno un periodo medio in modo da avere il tempo di riorganizzare il campo progressista e preparare nuove elezioni.
Pure tra gli ex Ds (Chiamparino in testa, che in Piemonte sperimenta la coabitazione a Torino con la sindaca grillina Appendino, Emiliano) cresce il “senso di responsabilità nazionale”. Un largo settore è poi per ora neutrale (Del Rio, Minniti e altri ministri in uscita). Seccamente contro la collaborazione con i grillini restano i renziani di stretta osservanza (a iniziare dall'emergente Richetti) e le minoranze di Orlando e Cuperlo, oltre al neoacquisto Calenda appena iscrittosi al partito e pronto a lasciare il partito in caso di avventure spericolate pro grillini. Una volta deciso l'iter per scegliere il nuovo segretario (primarie accompagnate da un congresso o voto dell'Assemblea nazionale), l'iter per sciogliere i dubbi potrebbe essere affidato a un referendum tra gli iscritti, come è avvenuto in Germania tra gli affiliati alla Spd sulla partecipazione socialdemocratica al governo con Angela Merkel: questo strumento democratico, pur previsto dallo statuto del Pd, non è mai stato utilizzato. Sondaggi informali indicano che il risultato di un tale referendum non sarebbe scontato. Le divisioni e le argomentazioni pro e contro dividono sia il vertice, sia il corpaccione piddino. E' possibile che possano vincere i favorevoli all'intesa con i 5 Stelle con l'idea che bisogna mettere i grillini alle strette (“Andiamo a vedere le loro carte”) e con la motivazione dello smottamento già avvenuto di elettorato tradizionalmente di sinistra che occorre arrestare.
Divisioni attraversano pure Liberi e Uguali: opposizione secca o ricerca di un rapporto privilegiato con i pentastellati che passi da un appoggio (esterno) al loro governo? La seconda posizione è largamente maggioritaria e attende di conoscere il programma di un eventuale governo Di Maio. Da tempo c'era una sfumatura di accenti differenti tra il possibilismo di Fratoianni-Grasso-Bersani e il no di Boldrini. Pure D'Alema è per non isolare i grillini che per altro – fa notare l'ex premier – hanno preso milioni di voti dal serbatoio della sinistra come aveva già fatto la Lega. Si aggiungono ai possibilisti molti intellettuali di sinistra, come Massimo Cacciari e Gustavo Zagrebelsky (quest'ultimo tra gli alfieri del “no” al referendum costituzionale del 2016).
A rimescolare ulteriormente le posizioni potrebbe contribuire un Pd senza Renzi segretario. Chi ne prenderà il posto, Paolo Gentiloni o Graziano Delrio? Intanto Di Maio ha chance di abitare a Palazzo Chigi.

(Aldo Garzia)

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