Elezioni politiche 2018: (co) vincitori e vinti

Pubblicata il 12 marzo 2018

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Una vittoria annunciata quella della coalizione di centrodestra, in coabitazione col Movimento 5 Stelle (M5S) sugli scudi quale primo partito, che ha visto il disegno strategico di questi due (co) vincitori abbastanza simile ma puntando obiettivi diversi; quello cioè della paura legata a situazioni di immigrazione da parte del partito di Salvini e quello della rabbia, da sempre una delle più facili scorciatoie per abbattere definitivamente tutti i privilegi, da parte degli uomini di Beppe Grillo.

Un “revival” del 1994 quando un giovane Umberto Bossi se la prese con l'immigrazione dal Suditalia altresì denunciando una serie di colpe da parte dell'esecutivo di allora in merito a investimenti e riconversioni di cui nella sostanza nulla era successo; oggi così come allora ha pagato l'arte di mettere assieme un populismo montante determinato dall'atteggiamento (sbagliato) semplicistico e ottimistico dei governanti a riguardo le politiche di controllo dell'immigrazione e la convivenza tra etnie e culture diverse.

Diverso è stato il motivo/obiettivo del travolgente successo elettorale da parte del M5S ovvero nessun patto con chi sostiene notabili, figli d'arte, compaesani compiacenti e “clienti” di ogni provenienza, fautori di quella logica di piccola setta modellata sul volere di un'oligarchia di capi di partito che fa sì paura ma alla fine genera soprattutto risentimento che, come un boomerang, si ritorce a suon di voti contro quel distorto sistema.

Infine i “vinti”, principalmente la coalizione di centrosinistra che da tempo il Pd ha “finito la benzina”, non solo politicamente nell'incapacità di cogliere l'umore della società e di dare ad essa risposte adeguate, ma soprattutto in deficit verso il “territorio” che ha come termometro di affezione le feste di partito che mai come in questi anni sono state ai minimi nelle presenze; tanti perciò sono stati i flop, dagli “scissionisti” D'Alema, Grasso e Boldrini ai “renziani” Orfini e Minniti per finire con Errani e Civati, a fronte dei grillini che hanno eletto gente quasi sconosciuta fautori del reddito di cittadinanza, avversi al Jobs Act, alla legge Fornero e ai vitalizi.

In attesa che le promesse elettorali si dissolvano come neve al sole il Presidente Mattarella dovrà delineare la formazione del prossimo governo per raggiungere credibilità e fiducia (e numeri) in Parlamento, più facile a dirsi che a farsi; serviranno alchimie fatte di larghe intese o accordi M5S-Lega-Fratelli d'Italia, semmai li Pd (no Renzi) alleato con M5S e Liberi e Uguali oppure un Gentiloni-bis con l'ok di Berlusconi nell'attesa di nuovo voto semmai a settembre, infine l'ipotesi del Governo del Presidente dove Mattarella potrebbe dar vita ad un governo tecnico di unità nazionale non “parlamentare”.

Siamo nel campo della fantapolitica ma questo è il frutto del sistema tripolare scaturito dall'urna del 4 marzo, dove ordine, sicurezza e paura di non farcela hanno “premiato” chi ha cavalcato l'idea di affidare il sistema-Paese in mani diverse da quelle solite, come a dire che la mediocrità della classe dirigente che all'oggi ha governato avesse fatto il suo tempo; da ciò l'attuale ed interlocutoria situazione d'incertezza foriera di eventi inattesi che non da possibilità di muoversi secondo una strategia definita. 

(Giuseppe Vassura)

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