Tutte le luci (già) spente per l'Ora della Terra 2018

Pubblicata il 23 marzo 2018

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Tutte le luci (già) spente per l
Ogni anno nella Giornata della Terra (24 marzo) vengono ricordate tante delle devastazioni che squilibrano interi ecosistemi ed inducono il cambiamento climatico sul pianeta, danni che abbracciano conseguentemente catastrofi anche umanitarie, non solo ambientali.
Come ad esempio sta succedendo da un decennio in Indonesia, balzata nella top ten per emissioni di gas serra per le conseguenze di una deforestazione selvaggia dovuta al boom dei biocombustibili che ha fatto quasi estinguere animali come gli oranghi e le tigri di Sumatra o come in Brasile che ogni volta che i prezzi delle commodities agricole (caffè, canna da zucchero, mais, soia, arance, carni bovine, pollame, ecc.) rialzano la testa a farne le spese è un pezzo di Amazzonia, che dagli anni '70 si è ridotta di un quinto, perché nel bacino amazzonico tagliare alberi è più facile che recuperare vecchie coltivazioni.

Sono d'altronde pochi gli appoggi politici (e mal finanziati) per coloro che contribuiscono a denunciare ciò che non si sta facendo contro la deforestazione selvaggia, le sanzioni sono quasi mai comminate e addirittura ci sono amministrazioni locali “colluse”.
La storia recente ne è testimone come successe anni fa in Mato Grosso, uno dei maggiori Stati agricoli del Brasile, dove l'allora Governatore era anche un grosso imprenditore del comparto della produzione di soia e rilasciò a metà degli anni '80 un'intervista al New York Times dove non fece mistero delle sue opinioni: “L'aumento della forestazione per me non significa proprio nulla. Non Provo il minimo senso di colpa per ciò che stiamo facendo in Brasile”, aggiungendo e rincarando la dose pochi anni dopo: “Con l'attuale crisi alimentare è inevitabile porsi il problema se dobbiamo difendere l'ambiente o aumentare la produzione di cibo. L'unico modo per aumentare la produzione di cibo è espandere le coltivazioni, abbattendo alberi”.

Non ci sarà quindi bisogno di spegnere nessuna luce alle 20.30 di sabato 24 marzo se tali dichiarazioni all'oggi passeranno ancora inosservate, il buio su uno sviluppo sostenibile è già calato, come alle grida “al lupo al lupo” alle quali nessuno più rischia di crederci anche se l'effetto serra è in gran parte provocato dall'uomo; i Paesi industrializzati si sono assuefatti agli strali degli allarmisti del clima ed i Governi solo a parole si sono impegnati in politiche ambientali decenti che possano portare ad una riduzione drastica delle emissioni di anidride carbonica (CO2), addebitando alla colpa dei conti economici che ciò comporterebbe.

Secondo alcune delle sigle ambientaliste più note, la globalizzazione così com'è prevede recrudescenza del riscaldamento globale ed i tempi sono più che maturi per imporre barriere, anche commerciali, contro quei Paesi che non sono pronti ad accettare tagli obbligatori alle loro emissioni anche si ciò dovesse arrecare danni alle loro economie; qualcosa di buono però all'orizzonte sembra evolversi, Unilever ad esempio, il colosso multinazionale dell'alimentazione e dei prodotti per l'igiene sta contrastando la distruzione delle foreste pluviali con la produzione di olio di palma “sostenibile”, una vittoria per gli ambientalisti di Greenpeace allargata ad altri gruppi “consumatori” di questo olio ossia Nestlè, Procter&Gamble e l'italiana Ferrero.

Purtroppo in generale i Paesi del Terzo mondo non hanno la capacità finanziaria e culturale per affrontare il problema del taglio delle emissioni di CO2 mentre quelli del Primo mondo (Usa, Cina, India, ecc.) hanno assunto nei decenni, malgrado gli sviluppi nel campo della biotecnologia e delle modificazioni genetiche, una capacità di “adattamento” soporifera tale da bypassare maldestramente il problema del riscaldamento del pianeta, non dando cioè l'esempio al mondo (che servirebbe) ossia “passando” a fonti energetiche a emissioni zero.

(Giuseppe Vassura)

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