La responsabilità

Pubblicata il 16 marzo 2018

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Che ci sia ognun lo dice
Dove sia nessun lo sa.
(Metastasio)

Dio, quanto odio gli apocalittici, gli epocalisti, i senzaritornisti, i nonsaràmaipiùcomeprima.
Quelli che dicono che il tramonto della sinistra é ineluttabile, che siamo alla fine delle ideologie, quando non se ne sono mai viste tante in giro, a cominciare dalle loro.
Che confondono il presente con l'eterno, e considerano la storia una monorotaia, ne ignorano i percorsi tortuosi, fino a decretarne la fine.
Come se il futuro non fosse pieno di variabili, non contemplasse la conoscenza, l'esperienza, le scelte giuste e sbagliate degli uomini, e il ritorno sulle decisioni prese.

È un po' presto per trarre conclusioni apodittiche a pochi giorni da un voto che, confermando un assetto tendenzialmente tripolare, ha detto una sola cosa con chiarezza: che le ultime esperienze di governo, buone o cattive che fossero, non sono piaciute alla maggioranza degli italiani.
Che ora vogliamo vedere all'opera altri per verificare se le loro ricette, vere o false, sono efficaci.
Salvo cambiare opinione nell'eventualità, non so quanto augurabile, che si rivelino, invece, dannose.

A causa dell'inadeguatezza dei vincitori e della natura impervia dei problemi che un governo dell'Italia e degli italiani deve affrontare.
È vero, la sinistra europea non si dimostra all'altezza del momento, ma chi lo é?
Senza scomodare le grandi categorie politiche che hanno disegnato la storia moderna é tuttavia accaduto qualcosa di enorme: l'Europa ha perso la sua centralità, economica, politica e, in certa misura, culturale.

Ce n'è abbastanza per scuotere le fondamenta del welfare, oscurare la percezione del futuro, fare insorgere paure, suscitare una domanda di protezione e scompaginare , infine, le carte della politica.
A sinistra come a destra, visto che quella di ispirazione liberale è in crisi a sua volta, ovunque.
C'è penuria di idee e di uomini validi, ma poi é la dimensione dei problemi che definisce per contrasto la loro statura.
Nessuno sa davvero cosa fare.

Non c'è da meravigliarsi se chi annaspa fra le onde si aggrappa alla mano che trova, senza chiedersi se è destra o mancina, o magari una protesi posticcia che subito si stacca rigettandoti fra i marosi.
Le nostre azioni di oggi assumono senso ed efficacia solo se sono guidate da un'idea di futuro.
Che esige scelte.
Perché contrastanti sono gli interessi tra i popoli e nel popolo, e molteplici i conflitti.
I problemi non resteranno confinati in una terra di nessuno consacrata all' ambiguità.

“Nè con lo Stato nè con le Brigate Rosse” dicevano tanti ragazzi all'epoca del terrorismo.
Poi dovettero scegliere.
Se non andrà a sinistra l'Europa andrà a destra e giocare con le parole non metterà gli apprendisti stregoni al riparo dalle esplosive contraddizioni del sistema mondo.
Non è cambiata la deriva dei continenti, le faglie sismiche seguiranno le direttrici di sempre.
Non c'è niente di originale in questo pensiero grillino ricolmo di demagogia e di paternalismo autoritario.
È una caratteristica che lo rende malleabile ma anche vulnerabile, esposto all'usura e al degrado.

Si può ben arrivare a una polarizzazione Salvini-Grillo, anche per il concorso di una sinistra venuta meno a se stessa.
Ma è difficile immaginare che il grillismo possa varcare i confini fisici e culturali di un fenomeno provinciale.
L'Italia non è un laboratorio bensì un caso politico.
Da un quarto di secolo.

Una sinistra riformatrice è indispensabile al funzionamento fisiologico della nostra democrazia.
Dal governo, quando il popolo lo vuole.
All'opposizione, se decide altrimenti.
Dopo aver dimostrato di non conoscere il sentimento degli elettori il PD sbaglierebbe due volte a non riconoscere ora il suo verdetto.
Non ritroveremo le ragioni della sinistra e la sintonia con la gente andando al governo con Di Maio.

Prima di avventurarsi in spericolate esercitazioni sui motivi che dovrebbero indurre quel che resta del PD a fare da sgabello dei vincitori, bisognerebbe chiedersi in cosa consista oggi l'interesse del Paese.
E quale sia il significato della parola responsabilità.
Escluso che sia quello che gli attribuisce Travaglio, anche l'interpretazione che possiamo darle noi ha ben scarso valore se non coincide con quella che gli attribuisce la maggioranza dei cittadini.

Abbiamo già sperimentato quanto possa essere pericolosa una dissociazione negli obbiettivi e nei sentimenti.
Specie in un Paese che non sempre mostra di riconoscere e apprezzare i comportamenti ispirati a questo criterio etico.
Molto evocato e poco praticato.
Ogni coalizione è tacciata di inciucio.
Berlinguer, dopo un breve sostegno esterno al governo per reggere il colpo dell'assassinio di Moro, abbandonò il compromesso con la DC.
Era Berlinguer, non Martina.
Dall'altra parte c'era Zaccagnini, non Di Maio.

Qualcuno lo ricordi allo squinternato governatore della Puglia: non è un PD all'opposizione che “provoca lo stallo della democrazia “.
Non é tuttavia il caso che il PD ostenti sdegnato il suo passaggio all'opposizione: esservi costretto é una colpa non un merito.
Nè che rifugga alcun confronto.
Anche se non si vedono le premesse per un compromesso utile al Paese.

Democrazia rappresentativa, Europa, conti pubblici, politiche del lavoro, welfare.. l'incompatibilità è conclamata.
Manca, al di là di tutto, l'ingrediente fondamentale della fiducia, l'affidamento reciproco fra apparati e elettorati.
L'interesse dell'Italia va messo avanti a tutto ma non coincide con un'intesa che renderebbe ancor più fragile la nostra democrazia.

Per tornare a veder le stelle serve un convinto sostegno popolare, non una nuova stagione di scetticismo e di avversione.
Facciano un governo le due forze vittoriose, che non sono più distanti tra loro di quanto non lo siano dal PD.
Onorino la responsabilità che il popolo gli ha assegnata.
Altrimenti si prendano quella di riportarci al voto.
E il PD l'affronti come si deve.

Ci sono modi diversi di vivere e di morire.
“Non c'è più il PD” ha suggerito un giornalista a una elettrice.
“Mi dispiace, lo faranno nuovo” ha risposto serena.
C'è più saggezza in queste parole che in tutte quelle che si sprecano in questi giorni di vani proclami.
Nei primi accenni di dibattito si sente dire facciamo presto, come se si trattasse di sbrigare una pratica burocratica.
É così da anni, che si vinca o si perda.
Presto a fare cosa, per fare cosa?

Richetti sostiene che bisogna dar voce agli ultimi e coinvolgere ogni elettore.
Forse si candiderà a segretario.
Dove é stato fino adesso, che quelle parole non le abbiamo mai sentite?
Né viste messe in pratica.

Una cultura politica non si improvvisa, non é un juke-box che spingi un bottone e via.
Riconnetterci con i soggetti sociali che la sinistra deve rappresentare per dare un senso alla sua altrimenti inutile esistenza, sarà impresa lunga e difficile.
La gente che non ci ha votato non è più “la nostra gente”.

Ha ragione Cuperlo, un pezzo di futuro se ne é già andato da un'altra parte.
La rinascita comincia da questa consapevolezza.
Bisogna fare bene e presto solo se si può.
Bisogna discutere finché é necessario.
E anche dopo, sempre.
Perché ri-conquistare è mille volte più difficile che conquistare.
E perché nessuna acquisizione è definitiva.

Lasciatevi dare un consiglio, che non ne ascoltate da tempo: volgete lo sguardo fuori, cercate energie nuove.

(Guido Tampieri)

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