Quo vadis, Italia?

Pubblicata il 24 marzo 2018

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In una nave che affonda gli intellettuali
sono i primi a fuggire, subito dopo i topi e molto prima delle puttane.
(Majakovsky)


Comunque la pensiate su Renzi, la Boschi e i loro parenti, resta il fatto che da quando il popolo li ha coperti di applausi al momento in cui li ha subissati di fischi, il PIL e l'occupazione (a tempo indeterminato ma voglio vedere chi la rende definitiva) sono migliorati.
Vien da pensare che non risieda dunque nell'azione di governo, o lì solamente, il cuore del problema.
Anche se dovrebbe invece esserlo, perché è nella produzione di ricchezza la sorgente del benessere delle Nazioni e il fondamento di qualsivoglia politica redistribuiva.
Può darsi che la crescita potesse, con uomini e idee eccellenti, essere migliore.
Ma la disoccupazione resterebbe comunque alta, il sud sarebbe ancora il sud, le periferie come le abbiamo malamente fatte e il nostro umore sempre nero.
Chi pensi che possiamo risolvere i problemi che abbiamo creato per quarant'anni in quattro, dovrebbe essere oggetto di premurose attenzioni psichiatriche.
C'è un urgenza terribile nel disagio sociale.
Che reclama attenzione e provvedimenti commisurati alla sua gravità.
Ma non possiamo trasfigurarla in un diritto all'assoluto immediato.

L'impazienza, in questi frangenti accidentati, é un sentimento pericoloso, che fa perdere la misura delle cose e apre la strada alle avventure, col risultato di non soccorrere i bisognosi e di ritrovarci tutti più poveri.
Trovare il punto di equilibrio dinamico fra esigenze diverse é il compito della buona politica.
Che deve tenere assieme l'oggi e il domani.

La penuria di risorse pubbliche impone scelte.
É azzardato sostenere che la loro destinazione a sostegno delle imprese e del lavoro sia lontana dai bisogni della gente, mentre sarebbe sensibile alle sue esigenze un'allocazione assistenziale come il reddito di cittadinanza.
Che, nella formula grillina, sembra destinata, al di là della sua sostenibilità, a produrre più guasti che benefici.

In primo luogo per le aree in difficoltà.
C'è qualcosa su cui riflettere ancora in questo risultato.
Chiaro nelle dimensioni ma non del tutto convincente nell'interpretazione che lo vorrebbe scaturito dall'insensibilità sociale del PD.
È ben vero che il suo gruppo dirigente appare distante dal sentimento popolare, che i circoli non suscitano e non convogliano più energie e pensieri importanti, che il radicamento territoriale é spesso un ricordo.
Ma poi basta una comparazione con la miseria qualitativa delle formazioni che hanno prevalso, infarcite di figure sconosciute alla comunità e, a giudicare dai poche consensi raccolti alle Parlamentarie, agli stessi simpatizzanti, e capisci che nemmeno questo basta a spiegare.

Il voto di Pesaro é davvero paradigmatico: quel territorio non è nè povero nè abbandonato e tuttavia uno sconosciuto senza alcun merito civile, per di più scomunicato, sormonta Minniti.
C'è dunque dell'altro.
Dopo aver dato al centrosinistra tutte le colpe che ha e anche qualcuna in più, non dovrebbe essere difficile comprendere che per generare un tale turbamento collettivo ci deve essere qualcosa di più profondo e di più lunga incubazione.
Qualcosa che va al di là delle scelte “contro natura” che avrebbero sospinto, a giudizio di alcuni intellettuali di sinistra rapiti dall'ascesa di un movimento “che vuole bene ai poveri”, elettori che furono del PCI a scegliere il M5S.

Era già accaduto, prima di Renzi e dello stesso PD.
Molti voti, anche in Emilia-Romagna, trasmigrarono verso la Lega della rivoluzione padana.
Con la quale civettammo anche un po'.
D'Alema diceva che era una nostra costola, nell'eterna convinzione che siamo il centro ordinatore del mondo.
Allora era la questione settentrionale, oggi quella meridionale.
Non tutto dipende da noi.
Anche quando siamo bravi.
I voti della sinistra sono in libera uscita da molti anni.
Da quando un muro non li “protegge” più .

Per capire perché accada non é necessario spingersi a dire, come fa il sociologo De Masi, che “il PD è il partito più a destra d'Italia, che non si vuole alleare coi poveri e disdegna Keynes”.
Se fosse così semplice decodificare la realtà dovremmo concludere che Berlusconi é keynesiano perché vuole grandi opere come il ponte sullo stretto ed é comunista perché promette pensioni doppie e dentiere gratis per tutti, a ciascuno secondo i suoi bisogni.
Siamo seri.

Del keynesismo torneremo a parlare.
Qui mi preme fissare un punto: il voto in uscita dalla sinistra in tutta Europa non testimonia di per se un suo snaturamento nè accredita di converso i destinatari di una superiore sensibilità democratica e sociale.
In Francia quei voti sono andati al Front National.
Le paure vanno ascoltate, le sofferenze alleviate, le ingiustizie sanate, le illegalità punite, le incapacità denunciate, i furori compresi.
Ma non tutto é nobile in ciò che sta accadendo.
E la sinistra riformatrice paga un pegno ambidestro, alle sue trascuratezze ma anche alle sue coerenze.

Non si é votato per la pace, l'ambiente, la cultura, la scuola, la sanità, un nuovo modello di relazioni economiche e sociali, un'idea di società solidale.
La tranquilla Macerata ha detto la verità.
Fra i due grandi fenomeni che scuotono il Paese, la crisi e l'immigrazione, si é stabilito un rapporto perverso.
Dal nord al sud chi soffre per la propria condizione rimprovera al governo non solo di non fare abbastanza per lui ma di fare troppo per “loro”, anche quando non sono lì a “turbare” la vita di quella comunità.
É questa la deriva, si spera momentanea, di un mondo avaro, dove ognuno invoca comprensione e solidarietà per sé mentre le nega agli altri.

Il responso delle urne divide in due un'Italia che ha bisogni e aspettative diverse, ma questo filo la unisce e ingenera un sentimento di lontananza e abbandono in cerca di bersagli.
Anche se la mappa del voto può far pensare che non sia così, la linea che divide le nostre società non contrappone i poveri ai ricchi bensì comunità che chiedono protezione a establishment accusati di negargliela.
Se voltano le spalle alla sinistra é in primo luogo perché i grandi Paesi occidentali, gli Stati Uniti, la Francia, l'Italia si sono trovati nella tempesta della crisi con governi progressisti.
Anche quello tedesco ha perso consenso per questo: troppo aperto per chi ha paura del futuro.
Quando il vento soffia forte sposta tutte le foglie nella stessa direzione.

Che la causa dei nostri mali non è quella immaginata lo capiremo solo dopo aver bevuto il calice amaro dei demagoghi.
Intanto, nel nulla apparente, come ha scritto Luciano Anceschi, la testa rinasce.
Lo fa sempre.
Lo farà anche quella della sinistra.
Per affrontare con ritrovato slancio le contraddizioni di sempre.

(Guido Tampieri)

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