Sessantotto, amarcord senza retorica

Pubblicata il 10 aprile 2018

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Cambiare radicalmente il mondo e la vita consentendo di prendere in mano il proprio destino, fu questa la “mission” politico-filosofica dei sessantottini contro l'ottusa borghesia sull'onda delle protesta made in Usa contro il conflitto in Vietnam, soprattutto in Francia a suon di occupazioni universitarie e scioperi nelle fabbriche contro il potere gollista; un “vietato vietare” che cambiò in meglio i rapporti umani anche in Italia e che alla fine degli anni '60 infuocò l'aria che respiravano i giovani, dal grigio delle loro tristi passioni al rosso scarlatto, per poter (e voler) cambiare radicalmente la propria vita e con essa il mondo intero.

Dal dire al fare c'è di mezzo il mare, qual proverbio fu mai più veritiero di questo, ne sa qualcosa la mia generazione che visse il 1968 come la “tempesta perfetta” che agitò un mare di giovani in tutto il mondo, evento di cui quest'anno ricorre il cinquantenario.

Senza il Sessantotto non avremmo avuto la legge sul divorzio né quella sull'aborto e più in generale nessuno dei diritti sulla famiglia, sbagliato è invece attribuire all'ideologia del Movimento quella “deriva” degenerativa (minoritaria) dell'estrema sinistra che sfociò poi negli anni '70 alla lotta armata del terrorismo, gruppi clandestini isolati socialmente che andarono nefastamente in senso opposto alle origini più nobili del Movimento.

La storia di quel periodo purtroppo ci ricorda come la protesta finì tragicamente nei Paesi del Patto di Varsavia, in Cecoslovacchia ad esempio, dove la contestazione studentesca che chiedeva più libertà affogò nel sangue di quella che fu poi battezzata come la “Primavera di Praga”; oltreoceano le cose non finirono poi tanto diversamente per i leader che si unirono alle battaglie per la conquista dei più elementari diritti civili. I cosidetti “Hippy”, che si battevano contro l'intervento americano in Vietnam e dalle cui manifestazioni nacque il Movimento del Sessantotto che conosciamo, sposarono la causa dei diritti civili soprattutto dei neri che predicavano la non violenza e l'uguaglianza fra i popoli che, avversata da odio razziale, vide la fine del pastore battista Martin Luther King. Fu assassinato dopo un comizio ma non il suo sogno di pace (I have a dream).

Mezzo secolo di ricordi che ancora dividono chi loda e chi critica il “dire e il fare” dei contestatori di allora, condivisa e condivisibile però la tesi di ciò che senza il Sessantotto sarebbe stata la modernità nella cultura e il costume della società di cui oggi facciamo parte, a partire dal bisogno di affermazione di tanti diritti allora negati, un beneficio storico quello della contestazione di cinquant'anni fa che nel suo complesso resta positivo ed antiautoritario; forse anche per questo oggi occorrerebbe far di nuovo una contestazione del genere, una versione attualizzata di quella dei “figli dei fiori”, senza lanciare sanpietrini né far le barricate con le bici a noleggio, ma trovando piuttosto il modo per stimolare e coinvolgere in una vera azione riformatrice tanto gli atei quanto i credenti, i bianchi come i neri e perfino capitalisti e comunisti.

Un “Amarcord” questo che potrebbe venir utile ad un'Italia che ha necessità di camminare (e cambiare), e pure in fretta, perché tanto le nostre ingessate istituzioni quanto la staticità degli esecutivi di sinistra e destra che si sono succeduti negli anni la finirebbero così di complicarsi la vita con l'arte del compromesso, “lacci e legacci” che hanno sempre portato solo guai, che guarda caso è quanto di più lontano ci sia dallo spirito dei nostri ragazzi, adolescenti e millennials, ed anche dall'ideologia del Sessantotto di cinquant'anni fa delle loro madri e padri, esplosione di libertà esistenziale, senza alcuna retorica.

(Giuseppe Vassura)

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