Un mese dopo le elezioni, riflessioni in libertà

Pubblicata il 12 aprile 2018

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Un mese dopo le elezioni, riflessioni in libertà
Ho letto lunedì 9 aprile, sull'Huffington Post, un commento lucido e profondo, di Gianfranco Polillo.
Mi è piaciuto molto, provo a sintetizzarlo e a ricavarne qualche indicazione.
Gli alleati del Nazareno sono i perdenti di queste ultime elezioni: una riflessione sulle ragioni più profonde di questa sconfitta deve essere avviata. Naturalmente gli ingredienti sono vari. E non tutti relativi alla situazione italiana. Il vento, che soffia forte in tutto l'Occidente, ha fatto traballare vecchie certezze programmatiche.
L'America di Donald Trump, la nascita di formazioni politiche tedesche che praticano il credo di Deutschland über alles, l'Inghilterra, con Brexit.
Nel momento in cui le dinamiche dello sviluppo assumono un andamento irregolare, a favore prevalentemente di aree geografiche periferiche, i contraccolpi sono inevitabili. In dieci anni il peso specifico dei paesi emergenti (Cina in testa) sull'economia mondiale è raddoppiato, dando, altresì, l'impressione che la vecchia democrazia parlamentare non sia più in grado di reggere all'inevitabile competizione. Di fronte a fenomeni così dirompenti la tentazione di chiudersi all'interno dei propri confini diventa suggestiva. Quindi sovranismo.

Come pure la ricerca di un assetto istituzionale che semplifichi enormemente il gioco della politica. La rete come nuova infrastruttura della democrazia: ed allora basta con una casta - i vecchi politici - interessati solo al proprio tornaconto.
Se si va verso un restringimento del benessere, a causa degli smottamenti nella distribuzione della ricchezza a livello mondiale, meglio ripartire le poche risorse disponibili tra tutti i convitati: reddito di cittadinanza. L'Italia, anello debole di questa lunga catena, ha subito i condizionamenti maggiori. Non a caso l'unico paese, oltre la Grecia, a non aver recuperato i livelli di benessere pre-crisi. Era quindi estremamente difficile per le forze politiche che, negli anni passati avevano avuto responsabilità di governo, difendere la propria posizione.

Difficile, ma non impossibile. Dovevano allungare le antenne. Uscire dal chiuso dei rispettivi santuari. Aprirsi verso una società in cui montava un sentimento respingente. Una grande battaglia culturale, ancor prima che politica, nel segno del rinnovamento. Che sia capace di riannodare i fili di un rapporto più organico con il corpo degli elettori che intende rappresentare. Il progressivo deperimento della rappresentanza, nel mito che tutto fosse ormai solo voto d'opinione e che quindi fossero sufficienti le capacità del leader, è all'origine di quel ribaltamento che non trova riscontro nella storia italiana. Dal dopoguerra ad oggi.

La Lega non si è limitata a proporre le proprie parole d'ordine. Nell'attaccare gli altri territori, estranei ai suoi tradizionali insediamenti, ha creato strutture più stabili. L'esatto contrario di quanto ha fatto il Pd, che ha invece chiuso circoli e sezioni. I Cinque stelle, a loro volta, hanno dispiegato la loro potenza di fuoco soprattutto nei social network. Giustificando questa scelta in nome della democrazia della rete. Con un riferimento a Rousseau, il quale, in uno dei suoi testi più famosi (Il contratto sociale), sosteneva che: "Per scoprire le regole di società che meglio convengono alle nazioni, ci vorrebbe un'intelligenza superiore, che vedesse tutte le passioni degli uomini e non ne provasse nessuna; che non avesse alcun rapporto con la nostra natura, e pur la conoscesse fino a fondo [...] Ci vorrebbero degli Dei per dare leggi agli uomini".

La saldatura tra i fermenti che agitano la realtà internazionale e la loro ricaduta nel nostro Paese diventano allora evidenti. E contribuiscono a spiegare, tra limiti e contraddizioni delle vecchie classi dirigenti, il perché di un cambiamento così radicale.
Il domani è di chi ha voglia e capacità di guardarsi dentro, nel profondo.
E di cominciare un nuovo inizio.

(Tiziano Conti)

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