L'ombra del buco

Pubblicata il 8 maggio 2018

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Bisogna saper ascoltare il rumore del tempo. (Yeats)

Non hanno tirato fuori niente.
Dentro il buco non c'è alcun ragno.
È vuoto.
Non si può contrattualizzare la fiducia.
Non basterebbero cento garanti.

Quell'accordo che -non- é-un- accordo ( la parola, dice DiMaio, appartiene alla vecchia politica, e in fondo è vero, l'umanità la usa da qualche migliaio di anni, prima dell'avvento dei nuovi profeti), non piace agli elettori del PD né a quelli grillini.
Non lo vuole nessuno.
E tanto dovrebbe bastare.
Un'intesa in queste condizioni ferisce la democrazia.

Le considerazioni dei suoi fautori sulla natura pattizia dei governi in un sistema proporzionale trascurano deliberatamente il dato più importante: gli accordi tra i partiti della prima repubblica non erano mai negati prima del voto ma semmai preparati, erano stipulati fra formazioni diverse ma non avverse ed incontravano l'approvazione dei rispettivi elettorati.
Nel nostro caso le due forze sono contrapposte, ostili e determinate a restarlo.
Non fatevi ingannare dalla presenza di elettori PD nelle fila grilline: non è un elemento di comunione, chi rompe a sinistra non coltiva sentimenti affettuosi.
Per scongiurare il male certo di un governo Salvini-DiMaio, si rischia di produrne uno irrimediabile, alzando un muro insonorizzato fra politica e cittadini.
Per ritessere la tela lacerata del rapporto con un Paese che reclama esecutivi in sintonia col proprio sentimento, il primo atto é rispettarlo.
Che non ci piaccia è, democraticamente parlando, irrilevante.

Tutto questo al netto di programmi che comunicano tra loro come gli idiomi dei costruttori della torre di Babele.
Sappiamo come andò a finire.
“Se c'è trattativa finisce la sinistra” , ha sussurrato un anonimo senatore di Scandicci, strappato a forza alla consegna del silenzio.
C'è da credergli, é un esperto in materia.

Quello in corso nel PD é uno scontro gratuito per stabilire chi comanda.
Una lotta fra sconfitti, impotenti a fare, ridotti a impedire.
Che il PD si apra, che prenda vita un confronto strategico, che qualcosa e qualcuno, dopo quel che é successo, cambi.
Così come é il PD somiglia al barone di Munchausen, che cerca di uscire dalla parete tirandosi per i capelli.
Diventerà calvo.

Piange il cuore ad assistere al mesto spettacolo di un segretario (“reggente” precisano i renziani) in libertà vigilata, scortato al Quirinale da un drappello che ha il compito di controllarne le mosse e controbatterne le dichiarazioni.
Orfini sembra il commissario Javert, il persecutore di Jean Valjean, nei Miserabili di Victor Hugo.
Martina, con quel volto triste da Fernandel giovane, che non riscalda certo i cuori, l'avete messo lì voi, per ragioni che non si comprendono, o forse si.
I suoi passi sono incerti ma sembra un brav'uomo.
Non si fa così, pubblicamente, cinicamente.
Così non si uccidono neanche i cavalli.

Ho sempre votato una sinistra di governo.
E probabilmente continuerò a farlo, finché ce ne sarà una.
Con o senza un leader carismatico.
Non ho mai spasimato per un politico, viva questo, viva quello, o lui o nessuno.
Ne ho stimato alcuni, ma l'unico che mi ha toccato dentro è stato Di Vittorio, fra realtà e mito.
Era un uomo coraggioso, stava dalla parte giusta nel modo giusto.
Razza estinta.

Solo i valorosi hanno un'ombra, ha scritto il regista Hakira Kurosawa.
In questo buco si muore di insolazione.
I vostri affanni per celebrare mediocri virtù sono sprecati.
Non c'è bisogno di uno, c'è bisogno di tutti.
Anche di quelli che non ci sono ancora.

Non serve un capo, ché l'ultimo ha disperso il gregge fra i monti, serve un ordine, un criterio, un principio rigeneratore: di un gruppo dirigente autorevole che ascolti il rumore del tempo, e di un primus inter pares che faccia girare le pale del mulino che produce la farina dellla politica.

Soffriamo di sterilità culturale.

Un tempo si parlava dell'intellettuale collettivo, l'idea era forse utopica, ma ciò che serve è qualcosa che contempla le categorie della partecipazione, della collaborazione, della lealtà, del rigore.

All'interno delle quali l'ambizione personale è una spinta a dare il meglio, mentre senza di esse scade a puro egoismo.
Una pianta che non dà frutti nelle terre della sinistra, dove serve il concime dell'altruismo.
C'è una gran confusione.
Che non sembra però preludere a una rivoluzione ma a una restaurazione.

Alcuni pensano che il Segretario, appena o forse mai uscito, debba riprendere il timone.
Come se niente fosse.
“Dove eravamo rimasti?”chiese Tortora tornando in televisione dopo l'ingiustizia che aveva patito.
Ma non é la stessa cosa.
Né sul piano dall'etica né su quello della politica.

Se il PD è in affanno e fatica a trovare figure di riferimento e strade diverse é anche perché Renzi ostruisce il percorso.
La sua responsabilità, oggi, è identica a quella dei suoi predecessori, che denunciava ieri.
Se Errani non aveva un successore in Regione è perché così si voleva.
Se Renzi é senza alternative é perché così si è voluto.
Basta non seminare e, all'occorrenza, diserbare.
É così che il vecchio trattiene il nuovo, gli impedisce di crescere.

Il mondo non si è fermato il 4 dicembre 2016.
State facendo un gioco pesante.
Basato su un calcolo sbagliato.
Renzi non ha più un futuro così radioso.
Vi siete illusi che quel 40% di voti al referendum fossero in suo favore.
Vi ri-illudete che lo sia quel residuo 18%.
Quei voti non sono i suoi, non sono del PD di Renzi, sono nostri.

Il PD di oggi senza Renzi non vale molto ma Renzi senza chi ha votato per i valori e le idee di progresso ancora incarnate da questo partito, a prescindere dal capo di turno, é poca cosa.
I voti di destra che aveva conquistato alle europee sono tornati a casa.
E quelli di sinistra, che aveva trattenuto dallo smottamento verso il M5S e l'astensione, lo hanno abbandonato.

Potranno, forse, un giorno, tornare a casa, ma non da Renzi, dalla Boschi, da Richetti.
Anche fare il Macron, dopo questa esperienza, se così decidesse, temo gli tornerà difficile.
Ma questa è un'altra storia, della quale, francamente, me ne infischio.

(Guido Tampieri)

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