Aspetta un momento..., la medicina di un reporter di razza

Pubblicata il 14 maggio 2018

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Trento. “Siamo strutturalmente abituati a pubblicare falsità, distorsioni, propaganda”. Nick Davies ha lavorato come giornalista per il Guardian per quasi 40 anni. I suoi aneddoti, la capacità di andare al punto, l'ampio respiro internazionale della conversazione sono aria buona per chi opera in ambito mediatico locale. Un pomeriggio formativo organizzato negli spazi della Federazione della Cooperazione trentina da “Le voci dell'Italietta” in collaborazione con il Corecom Trentino.
Da ammirare anche il fatto che Davies, dopo aver fatto del giornalismo d'inchiesta ed aver insegnato in scuole di giornalismo, abbia deciso di dedicarsi ad altre attività dopo aver raggiunto la pensione. Un giusto cambiamento di prospettiva dopo anni vissuti nel pieno della “missione civile”, con le ripercussioni emotive e di stress che questo comporta.
Davies mette a nudo il fatto che “siamo entrati nell'era del caos informativo, con dei vortici di pregiudizio che stanno producendo più disinformazione della propaganda”. La velocità di propagazione online delle informazioni fa il resto. Facendo sì appunto che non vi sia soltanto la “vecchia” propaganda dei militari o dell'intelligence.
Perchè il giornalista non fa più il necessario filtro per evitare questa disinformazione? “Il tempo – sottolinea il cronista britannico – è per il giornalista come l'acciaio nella produzione di un auto. Abbiamo analizzato che un giornalista in media scrive tre volte tanto rispetto a 30 anni fa. Questo vuol dire che c'è un terzo del tempo per scrivere un articolo”.
Di qui nasce la critica diffusa del control C – control V, il copia-incolla. “Le persone immaginano che vi siano grandi cospirazioni – sottolinea Davies – ma abbiamo misurato sui giornali di qualità inglesi che l'80% delle storie non erano state scritte da un giornalista, si trattava di notizie non verificate”. Un trionfo quindi per chi occupa l'altra parte della barricata, quella delle pubbliche relazioni. E per giunta nel giornalismo anglosassone, che di solito viene visto come sinonimo di qualità. “Nel momento storico nel quale dovremmo avere più bisogno del giornalismo, questo viene “sterminato” dalla crisi economica. Basti pensare che il Guardian stesso 18 mesi fa ha mandato a casa il 20% dei giornalisti”.
Davies ripete più volte il concetto di “hang on a minute”, aspetta un attimo… Quella capacità di non fermarsi a quanto si legge, ma provare ad andare oltre. Cosa che lo ha portato da un piccolo comunicato ad andare a scoperchiare il grande scandalo che fece chiudere News of the World nel 2011, una testata del potente magnate australiano Rupert Murdoch.
“La sopravvivenza si ha dando importanza ai momenti “hang on a minute”, con un sindacato più forte che possa valorizzare di più la professione giornalistica, creando un'alleanza con editori e superiori che si ricordino ancora cosa vuol dire fare giornalismo”.
Si sopravvive dunque solo realizzando un prodotto unico e “cooperando a livello internazionale per dare testa a Facebook e Google”.
Davies racconta dei rapporti non facili con Julian Assange, il padre di Wikileaks. Delle interviste in contesti difficili come per esempio svolgendo un'inchiesta su una rete di pedofili olandesi. Fino alla soddisfazione di ricevere una telefonata da Carl Bernstein, il giornalista americano che nel 1974 portò a conoscenza dello scandalo Watergate insieme a Bob Woodward, dopo le inchieste su News of the World. Quello stesso Bernstein che lo aveva spinto a scegliere il giornalismo come scelta di vita nel 1974

(Mattia Frizzera).

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