Panda, Legambiente, Salviamo il paesaggio: “Poc, ridurre il consumo di suolo”

Pubblicata il 21 giugno 2018

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Dalle urne del ballottaggio di domenica uscirà la prossima amministrazione del Comune di Imola, alla quale, fra le tante incombenze, toccherà l'approvazione del Piano operativo comunale: uno strumento che per inciderà in modo profondo e permanente sul nostro territorio.

In particolare, il Poc attualmente in adozione a Imola prevede il consumo di decine di ettari di suolo fertile che non sarà più disponibile per usi agricoli; gli interventi nel Poc sull'ambito Carlina e su Lughese Valverda sono i più critici. Troppo impattanti sono anche le cubature previste per l'intervento sul complesso Silvio Alvisi.

I dati disponibili riferiscono che il consumo di suolo nel circondario imolese è tra i più alti in regione Emilia-Romagna, che a sua volta è la terza regione italiana che ne consuma di più.
Da una recente verifica risulta che a Imola ci sono oltre 3000 appartamenti vuoti, più strutture industriali, artigianali, commerciali e del terziario utilizzabili.

Con questo appello chiediamo un impegno a rivedere al ribasso le previsioni di consumo netto di suolo contenute nel Poc in adozione, giungendo all'approvazione di uno strumento che quantomeno limiti tale consumo a piccoli interventi di completamento e per il resto riguardi la rigenerazione e riconversione urbana.

Purtroppo negli ultimi anni logiche "diverse" hanno spesso condotto le scelte urbanistiche: l'esponenziale consumo di suolo che ha caratterizzato gli ultimi 50 anni del nostro sviluppo non corrisponde ad autentiche esigenze produttive e/o abitative e ad effettivi bisogni sociali: secondo l'Istat nel nostro Paese sono presenti oltre 7 milioni di abitazioni non utilizzate, 700 mila capannoni dismessi, 500 mila negozi definitivamente chiusi, 55 mila immobili confiscati alle mafie. "Vuori a perdere" che snaturano il paesaggio e le comunità a contorno.

Che il consumo di suolo sia un'emergenza assoluta è confermato dall'analisi dei dati offerti dagli enti pubblici Ispra e Istat. Secondo l'Ispra, infatti, il consumo di suolo in Italia non conosce soste, pur segnando un importante rallentamento negli ultimi anni: tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato ulteriori 250 chilometri quadrati di territorio, ovvero - in media - circa 35 ettari al giorno (una superficie pari a circa 35 campi di calcio ogni giorno).

Una velocità di trasformazione nell'ultimo periodo di circa 4 metri quadrati di suolo irreversibilmente perduti ogni secondo.
Dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo negli anni 2000 (tra i 6 ed i 7 metri quadrati al secondo è la media degli ultimi 50 anni), il rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 a causa della crisi economica si è consolidato negli ultimi due anni con una velocità ridotta di consumo di suolo, che continua però, sistematicamente e ininterrottamente, a ricoprire aree naturali e agricole con asfalto e cemento, fabbricati residenziali e produttivi, centri commerciali, servizi e strade.

I dati della rete di monitoraggio dell'Istituto di Protezione superiore smbientale mostrano come, a livello nazionale, il suolo consumato sia passato dal 2,7% degli anni '50 al 7,6% stimato per il 2016, con un incremento di 4,3 punti percentuali (1,2% è l'incremento registrato tra il 2013 e il 2015) e una crescita del 159%. In termini assoluti, il consumo di suolo si stima abbia intaccato ormai oltre 23.000 chilometri quadrati del nostro territorio. Poichè il nostro Paese è per circa il 35% a carattere montuoso, la cementificazione ha eroso le aree di pianura, le più fertili, che rappresentano circa il 23% dell'intera superficie del nostro Paese (quasi un quarto) e un'ampia parte di quel restante 42% di superficie composto di colline di altezza inferiore agli 800 metri.

Fattore di criticità è anche rappresentato dall'occupazione caotica di suoli derivata dalla dispersione insediativa (sprawl), che provoca la frammentazione e disgregazione dei paesaggi che si sono sedimentati nel tempo per opera dell'uomo. Un patrimonio collettivo che riassume in sè valori storici, culturali e di appartenenza, fondamentale per il benessere dei cittadini e delle comunità, oltre che importante risorsa per forme di turismo sociale ed ecologico-naturalistico.
Il suolo è da intendersi come lo strato superficiale della Terra, la pelle viva del pianeta Terra, in esso dimorano miliardi di creature viventi, un quarto della biodiversità di tutto il pianeta. Tutti questi organismi sono fondamentali per la genesi e la fertilità dei suoli e contribuiscono al suo armonico sviluppo che richiede tempi lunghissimi, pari ad alcune migliaia di anni: stiamo quindi parlando di una risorsa finita non rinnovabile e per questo preziosa almeno al pari dell'acqua, dell'aria e del sole. Se si ricopre una parte di suolo con cemento o asfalto, si altera per sempre la sua natura e si perdono inevitabilmente le sue funzioni caratterizzanti.

Altri servizi forniti dal suolo libero, soprattutto se coperto da vegetazione e ridotti a causa del suo consumo, sono la rimozione del particolato e l'assorbimento dell'ozono, cioè un suolo sano migliora la qualità dell'aria essendo il luogo fisico dove si completa la chiusura dei cicli biogeochimici dei principali elementi componenti lo smog atmosferico.
In Italia si è registrato il record di malattie e morti premature imputabili all'inquinamento atmosferico, contabilizzate nell'ultimo rapporto dell'Agenzia europea per l'Ambiente, per oltre 90.000 morti premature/anno (cfr. European Environment Agency - Air quality in Europe - report 2016, tab. 10.1 pag. 60), con una perdita stimata dall'Ocse nel recente rapporto 2016 “The economic consequences of outdoor air pollution” in 360 miliardi di dollari di danno economico a carico dei 4 paesi della UE più grandi (tra cui l'Italia), in aumento a 540 miliardi in proiezione al 2030. Specificamente per l'Italia, il danno economico per le esternalità collegate alla salute dei cittadini da inquinamento dell'aria è ancora ricalcolato in oltre 47 miliardi/anno nel III rapporto della Commissione Europea “State of the Energy Union” del 23 novembre 2017 (cfr. SWD Energy Union Factsheet Italy). In un paese che sta invecchiando ad un ritmo superiore al tasso di ricambio generazionale non c'è ragione per non fermare il consumo di suolo.

Il suolo svolge inoltre un ruolo importante per l'impollinazione e la regolazione del microclima urbano. La riduzione di quest'ultima funzione ha pesanti riflessi sull'aumento dei costi energetici: l'impermeabilizzazione del suolo causa un aumento delle temperature di giorno e, per accumulo, anche di notte.

In sintesi il dato nazionale evidenzia che la perdita economica di servizi ecosistemici è compresa tra i 538,3 e gli 824,5 milioni di euro all'anno, che si traducono in una perdita per ettaro compresa tra i 36.000 e i 55.000 euro.

Un circolo vizioso che, visti i numeri, genera un dubbio: dov'è la convenienza pubblica di ingiustificati interventi di edificazione con ritorno economico limitato al breve periodo? Quanto contano tributi e oneri incassati se poi gli interventi si rivelano evidentemente antieconomici e destinati a perdere valore, oltre che a richiedere una costante manutenzione? La mancata compensazione costi-benefici non dovrebbe già da sola far propendere per limitare al massimo opere di cementificazione quali esse siano?

Il ministero per le Politiche agricole alimentari e forestali ci ricorda, inoltre, che il nostro Paese è in grado, oggi, di produrre appena l'80-85% del proprio fabbisogno primario alimentare, contro il 92% del 1991. Significa che se, improvvisamente, non avessimo più la possibilità di importare cibo dall'estero, ben 20 italiani su 100 rimarrebbero a digiuno e che quindi, a causa della perdita di suoli fertili, il nostro Paese oggi non è in grado di garantire ai propri cittadini la sovranità alimentare.

La Superficie agricola utilizzata (Sau) si è ridotta a circa 12,7 milioni di ettari con 1,7 milioni di aziende agricole, superficie che nel 1991 era quasi 18 milioni di ettari.
Nel complesso il comparto agroalimentare produce un giro di affari annuale di 26,58 miliardi di euro, di cui 14 in agricoltura, 11,4 in zootecnia ed 1,18 in acquacoltura, con un'occupazione totale di circa 600.000 unità lavorative e 42.000 ettari di serre (che non sono considerate suolo agricolo).

Gli unici prodotti agricoli che eccedono il fabbisogno interno riguardano vino, riso e ortofrutta, produzioni tra l'altro caratterizzate da metodi intensivi ed estensivi. Tutti gli altri prodotti agroalimentari devono essere importati, per esempio:
- agrumi (la produzione italiana copre il 98% dei consumi interni),
- grano duro (65%)
- grano tenero (38%)
- mais (81%)
- olio di oliva e sansa (74%)
- orzo (56%)
- patate (80%).

Si rammenta che tali produzioni sono rese possibili da una forte “iniezione” di fonti fossili, come agrofarmaci e concimi chimici, che hanno progressivamente impoverito il suolo agrario della essenziale capacità di autorigenerarsi. L'uso della chimica di sintesi in agricoltura è riconducibile alla contrazione della Sau. Tale contrazione favorisce, su superfici agricole sempre più ridotte, l'uso dei fertilizzanti chimici allo scopo di aumentare la resa per ettaro.

Per questi, e per tanti altri motivi che non elenchiamo oltre, rinnoviamo la richiesta di un impegno a rivedere al ribasso le previsioni di consumo netto di suolo contenute nel Poc del Comune di Imola in adozione, giungendo all'approvazione di uno strumento che quantomeno limiti tale consumo a piccoli interventi di completamento e per il resto riguardi la rigenerazione e riconversione urbana.

(Coordinamento del Circondario imolese del Forum Salviamo il Paesaggio
Legambiente ImolaMedicina
Panda Imola)


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