La vita degli altri

Pubblicata il 22 giugno 2018

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Nessuno conosce realmente gli altri esseri umani.
Il meglio che possa fare é supporre che siano come lui. (John Steinbeck)


Tenetevi saldi.
Questa é una storia per stomaci forti.
Il tour festaiolo dei 629 dannati della terra imbarcati sull'Aquarius è approdato a Valencia.
Sono salvi.
Senza niente, senza futuro ma vivi.

Grazie a Dio, a due navi militari cui forse verrà dato il Daspo per l'eccesso di zelo, a una barca Ong sfuggita al rogo dell'inquisizione degli onesti, al gesto simbolico di uno dei pochi governi progressisti sopravvissuti.
E a nient'altro.

Governi e popoli d'Europa hanno eretto un muro di “buone ragioni” per rifiutare. patriotticamente di ospitare gli intrusi.
Con l'argomento, troppo ovvio per non essere malandrino, che nessuno li può accogliere tutti, tutti decidono di non accogliere nessuno.
Chi viola la consegna paga un prezzo politico.
La via del bene é sempre stata stretta.
Trova conforto in sé, non nei consensi.

Per accostarsi alla soglia di governabilità di un fenomeno che, allo stato delle cose e per qualche tempo ancora, si può fermare solo facendo ricorso alla coercizione violenta della volontà dei migranti, la logica prima ancora che la misericordia vorrebbe che ognuno ne ospitasse qualcuno.
Compreso Orbán che, sbarrando i confini, porta voti a Salvini.
Per vedere quello che c'è sotto il nostro naso occorre un grande sforzo, scrive Orwell.
Specie se la folta coltre di pelo che copre il ventre dell'Europa impedisce di guardare attorno, e oltre.

La “peste delle parole”, come la chiama Calvino, deforma i contorni delle cose ammorbando i cervelli e rallentando il battito dei nostri cuori.
La crisi ha prodotto ferite dolorose ma non c'è connessione diretta fra i nostri tormenti e i flussi migratori.
Solo una sovrapposizione che ne deforma la percezione.
Il nostro turbamento non può tuttavia farci dimenticare che viviamo ancora in un'area privilegiata del mondo e che le prime vittime dell'ingiustizia planetaria sono loro, non noi.
Distorcere la realtà cianciando di taxi del mare, alberghi e bella vita è un crimine contro la decenza.
Perché mette sul banco d'accusa della povera gente alla disperata ricerca di una vita dignitosa.
Aggiunge sofferenza a sofferenza.

Solo il caso ha voluto che alla cinica roulette del governo sia uscito il numero zero.
Nessun corpicino inanimato é stato spiaggiato sulle amate sponde.
Il fantasma di Dylan non (dis)turberà le nostre notti bianche e rosa.
Evviva.

Il turismo sembra andare bene.
Peccato solo che non ci sia l'Italia ai mondiali.
Non nel mio giardino, dicono tutti, come si fa per i rifiuti tossici e le porcilaie.
Noi eravamo famosi per le navi dei veleni che giravano il mondo.
Dalla terra dei fuochi giù giù fino all'Africa.
É dal tempo delle forniture di gas agli abissini, nel ventennio, che li aiutiamo a casa loro.
E ancora pretendono.
Ingrati.

Ognuno ha qualcosa da recriminare, qualcuno, come l'Italia, con qualche fondamento, ma la somma delle nostre chiusure fa morire le persone.
A terra e in mare, a casa loro e a casa nostra.
A piacere.
La pietà é come intimidita.
Dall'intolleranza crescente.
Dal disgustoso rimpallo di responsabilità.
Da una macabra contabilità dei morti.
Ne ha rifiutati più la Spagna o la Francia?
Ne muoiono più con Minniti o con Salvini?
Meglio morire di fame in Niger, di torture in Ciad o annegati nel Mediterraneo?
Meglio più in là che si può.
Ci salviamo l'anima nascondendoci dietro l'Europa.

C'è sempre qualcuno o qualcosa che ci impedisce di essere quel che ci piace pensare di noi. Crediamo di meritare di più e finiamo per non capire ciò che siamo realmente.
Nessuno viene prima degli altri.
Questa idea ci sta corrompendo e finirà per perderci.
Come può una creatura che si reputa fatta a immagine di Dio, vedendo annaspare fra le onde un essere umano, dire ai vicini: se non cercate di salvarlo voi non lo faccio neanche io, che poi magari devo prendermene cura.
Quello che abbiamo davanti non è solo un grave problema politico.

Questa vicenda interroga la nostra storia, la nostra cultura, la nostra morale e, al termine del percorso, ci dirà su di noi più di qualsiasi discorso sulla nostra identità.
Non può essere vissuta come un fastidio da rimuovere, deve stare al centro dei nostri pensieri di uomini e di cittadini.
Non per suscitare sensi di colpa, che non portano a niente e anzi ci fanno incattivire, ma per stabilire una gerarchia nei nostri affanni che recuperi il valore supremo della vita umana.

In questa società post industriale, post moderna, post ideologica, nella quale sappiamo solo balbettare quel che non siamo più, cosa resta di noi?
Su quali fondamenta vogliamo costruire la civiltà del terzo millennio se non sulla pietra rifiutata del rispetto della vita e della dignità di ogni essere umano?
Senza mettere su i poveri contro i poveri.
Senza chiudere i bambini in gabbia.
Senza chiamare centro di accoglienza un campo di detenzione, oggi in Libia, domani non so dove.
Senza promettere all'Africa martoriata aiuti che non le daremo mai.
È tutta qui la civiltà dell'occidente?
Spudorati.
Che chiamate i respingimenti contrasto ai trafficanti.
Che snocciolate i dati sui migranti che sono qui come se fosse un merito, un attestato della nostra generosità, mentre “l'invasione” é stata subita, non certo voluta né da tutti accolta.

Non ci sono popoli naturalmente generosi.
La solidarietà con lo straniero é una conquista culturale, non un dono.
Perché l'istinto ci suggerisce piuttosto la diffidenza quando non la paura.
Risiede in questo la forza rivoluzionaria del messaggio evangelico che vuole prossimo quel che é, altrimenti, distante.
E, di converso, la difficoltà a metterlo in pratica.
Il buonismo é un'astrazione carognesca ma il bene esiste.
Andrebbe aiutato.

Fosse per voi quelle settecentomila anime sbarcate sulle nostre coste, che usate come carne da macello nella guerra degli egoismi, non ce ne sarebbe nemmeno una.
Tutti a casa loro.
Dove i morti non si contano e i lamenti, da lontano, hanno un suono diverso.
Cosa dite? Non si sente....
La linea é disturbata.
Non é questione né di numeri né di costi: in ogni Paese d'Europa dite le stesse porcherie.

C'è solo una cosa più odiosa che distogliere lo sguardo dalla sofferenza di un bambino: dire che lo fai per il suo bene.
Nelle periferie, certo, la convivenza è difficile, ma non li vogliamo nemmeno noi che stiamo in centro, non li vogliono a Portofino e a Cortina, dove rovinano lo skyline.
Perfino un vu camprà é diventato una minaccia alla sicurezza delle nostre spiagge.
Prevale la destra illiberale.
Il suo linguaggio, le sue bugie, i suoi egoismi.

Per la sinistra é un default culturale, l'eclisse di un egemonia.
Ma su questo terreno può germogliare il seme della sua rinascita.
Se saprà proporre pensieri forti, sentimenti intensi e vite esemplari.
Questa, per dirla con le parole di Paolo di Tarso, é una giusta battaglia.
Si può perdere.
Non si può disertare.

(Guido Tampieri)

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