La “dignita'” schizofrenica di Di Maio e la lezione di Biagi

Pubblicata il 4 luglio 2018

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I primi provvedimenti del nuovo Governo Lega-M5S continuano a dimostrare, nelle parole e nei fatti, come all'attuale classe dirigente sia aliena non solo la capacità politica, ma la stessa grammatica della politica, con l'inserimento di parole-slogan persino nella definizione delle proposte di legge. La campagna elettorale non è finita, si ravviva continuamente nelle dichiarazioni dei leader dei partiti di maggioranza e i vincitori proseguono nella loro auto-legittimazione forzata, attraverso la ripetizione di concetti, come “onestà”, “legalità” e “dignità”, contro i quali è teoricamente impossibile schierarsi: chi non sarebbe d'accordo? E guai a far notare che si è trattato, finora, di slogan da neolingua orwelliana, mentre l'attività del Parlamento è praticamente svuotata: il fuoco di fila chi crede ciecamente nella rivoluzione gialloverde ha assunto livelli impressionanti, soprattutto attraverso i social, autentico manifesto del pensiero acritico.

Il dibattito scaturito in questi giorni in relazione al cosiddetto “Decreto dignità” è solo l'ultima fase di questa narrazione. Scritto in poco tempo, senza consultare rappresentanti sindacali e datoriali (ma la marginalizzazione dei “corpi intermedi” non era sempre stata ascritta all'odiato Renzi?), sotto forma di decreto legge (ma l'abuso della decretazione d'urgenza non era un male della Prima Repubblica?), e con un codazzo di altri provvedimenti poco pertinenti (ma non si doveva dire addio ai “milleproroghe”?), è riuscito nella non facile impresa di scontentare praticamente tutti. Ma è la solita casta a difendere le proprie rendite di posizione, e quindi, in automatico, a passare per “indegna”, oppure c'è davvero qualcosa che non va in questo decreto che Di Maio ha già definito, a conferma di quanto scritto all'inizio, la “Waterloo del precariato”?

L'obiettivo del decreto sarebbe quello di ridurre i contratti a termine aumentando, al contrario, il numero di posti a tempo indeterminato. Il decreto riduce la durata massima dei primi da 36 a 24 mesi, e fin qui potrebbe andare, ma al tempo stesso reintroduce l'obbligo di specificare la causale se il contratto a tempo supera i 12 mesi.
Significa che per i contratti più lunghi il datore di lavoro dovrà giustificare l'assunzione di un lavoratore a tempo determinato, specificando per esempio se c'è stato un picco di produzione, oppure se deve sostituire altri dipendenti assenti. Ora, tali giustificazioni sono tutt'altro che semplici per l'azienda poiché, come sottolinea il Post, “è praticamente impossibile dimostrare in maniera incontrovertibile la reale presenza di una ragione oggettiva che giustifichi la necessità di assumere un lavoratore a tempo determinato. In passato, prima che le causali venissero abolite dal Jobs Act, era molto comune per i lavoratori minacciare una causa contro i propri datori di lavoro, sapendo che se il giudice non avesse ritenuto legittima la causale, l'azienda sarebbe stata costretta ad assumerli a tempo indeterminato (di solito questi casi venivano risolti con un accordo extragiudiziale e il pagamento di una somma al lavoratore per rinunciare alla causa).”

I contenziosi, ridotti a un quinto con il Jobs Act, rischiano ora di tornare a crescere, anche perché le nuove norme si applicano anche ai contratti in essere.
Il decreto alza anche il costo del licenziamento, aumentando del 50 per cento l'indennizzo minimo e quello massimo per chi viene licenziato senza giusta causa. Ma se i licenziamenti divengono più difficili, e al tempo stesso rimangono i contratti sotto i 12 mesi (senza causale), i timori di un aumento di turnover appaiono ampiamente giustificati.

Ma il vero punto debole di questo decreto è dato dal fatto che i contratti a tempo determinato vengono resi più costosi, ma non viene introdotto alcun tipo di incentivo alla loro trasformazione in contratti a tempo indeterminato. In questo il Governo sembra non aver compreso affatto la lezione di Marco Biagi e di quello che successe dopo il suo assassinio, ossia che una riforma dimezzata è molto peggio di nessuna riforma. Il giuslavorista aveva previsto maggiore flessibilità nel mercato del lavoro insieme però ad una rete di garanzie che rendessero la flessibilità accettabile e non precarizzante: dopo la sua morte, fu realizzata la sola parte sulla flessibilità a scapito di quella sulle tutele, e la precarietà crebbe. Ora vi è lo stesso problema, ma nella direzione opposta: irrigidire il mercato del lavoro (si vedano anche i troppi paletti alle agenzie interinali), senza prevedere una serie di incentivi che facciano optare il datore di lavoro per un'assunzione a tempo indeterminato, rischia solo di soffocare ulteriormente una già difficile regolazione tra domanda e offerta di lavoro, e a venirne penalizzati sarebbero per primi, tanto per cambiare, gli “outsiders”, ossia chi da sempre è più a rischio disoccupazione: giovani, donne, senior, immigrati, Mezzogiorno. E questo in uno scenario che vedeva finalmente, dopo una lunghissima crisi, una ripresa del numero di occupati.

Quanto ai provvedimenti su altri temi economici, che trovano nel presente decreto una collocazione impropria, non si può non far cenno al potenziale caos emergente dalle norme sulle delocalizzazioni produttive, che riguardano anche, per esempio, i contratti di sviluppo nel Sud Italia: come si legge in una nota di Confindustria, “colpire duramente i comportamenti opportunistici di chi assume un impegno con lo Stato e poi non lo mantiene è un obiettivo che condividiamo. Ma […] altro è, invece, disegnare regole punitive e dalla portata tanto ampia quanto generica”. Anche in questo caso si tratta di un provvedimento che, nel voler riportare gli investimenti produttivi entro i nostri confini, rischia di penalizzare tanto le regioni manifatturiere più virtuose ed orientate all'export, quanto quelle più bisognose di attrarre tali investimenti.

In definitiva, quel che emerge dal decreto è, ad essere benevoli, una notevole confusione, se non una vera e propria schizofrenia dovuta alla coesistenza di misure che puntano alla stabilizzazione dei contratti ed altre che, invece, la disincentivano. Ma la schizofrenia sembra, da questi primi mesi, una frequente compagna di viaggio un governo che, nella sua componente a 5 stelle, continua a riempirsi la bocca di buone intenzioni, ma che nel contempo, per bocca del suo Presidente del Consiglio de facto, al termine “dignità” ha ormai dato una connotazione spregiativa - o, quanto meno, tutt'altro che universalistica.

(Mainardo Colberti - Foto Luciano)

Mainardo Colberti , esperto delle tematiche del mercato del lavoro comincia con questo articolo la sua collaborazione con il nostro giornale.

La foto è di luciano

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