"Decreto dignità" e fordismo di ritorno

Pubblicata il 8 agosto 2018

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"Decreto dignità" e fordismo di ritorno
La versione definitiva del “Decreto dignità”, licenziata dal Senato dopo la larga approvazione alla Camera, introduce, rispetto alla prima formulazione, alcuni correttivi che, però, non modificano l'impianto di fondo del provvedimento, lasciando sostanzialmente intatta una sua grave carenza di cui ci siamo già occupati.

Ci riferiamo ad un sostanziale irrigidimento del mercato del lavoro in cui il disincentivo all'utilizzo di forme contrattuali flessibili non è controbilanciato in egual misura dagli incentivi all'assunzione di manodopera a tempo indeterminato.
I passi in tale direzione ci sono stati, ma con eccessiva timidezza, dovuta con ogni probabilità anche alla (per ora) insufficiente copertura finanziaria. Non appaiono, pertanto, minimamente giustificati i soliti toni trionfalistici, e di sfida a tutto e a tutti, dei partiti di maggioranza, in particolare del Movimento 5 Stelle, che in questo governo sembra ormai aver assunto le deleghe su lavoro, welfare e – ahinoi – sanità, lasciando alla Lega il compito di inalberarsi contro Europa, migranti e minoranze varie. Ma questa presunta rivalutazione del “posto fisso” è ciò di cui abbiamo realmente bisogno? Esaminiamo alcuni punti salienti.

Come si diceva, sul fronte del lavoro il decreto legge riscrive buona parte del Jobs Act, con la stretta al ricorso al tempo determinato tramite la reintroduzione dell'obbligo delle causali già dopo 12 mesi (in loro assenza, il contratto diventa automaticamente a tempo indeterminato) e un limite alla durata dei contratti che scende da 36 a 24 mesi complessivi, con massimo 4 proroghe (prima erano 5) ed un aggravio contributivo pari allo 0,5% ad ogni rinnovo. Tali misure entreranno in vigore dal 31 ottobre, aprendo quindi una “fase transitoria” dominata dall'incertezza. Parallelamente, le indennità previste dai contratti a tutele crescenti salgono del 50%, passando da 4 a 6 mensilità come minimo e da 24 a 36 come massimo. Lo stesso aumento riguarda l'indennità da concedere in sede di conciliazione nei casi di licenziamenti illegittimi: minimo da 2 a 3 mensilità, massimo da 18 a 27.

Il principale incentivo alle assunzioni a tempo indeterminato è dato da uno sconto del 50% sui versamenti contributivi (fino a 3mila euro annui) per le assunzioni di giovani al di sotto dei 35 anni, sia per le imprese sia per il lavoro domestico (ricordatevi, pertanto, di chiedere la carta d'identità a colf, badanti e baby-sitter). Su questo punto manca, però, ancora la completa copertura finanziaria, che dovrebbe arrivare dall'aumento del prelievo erariale unico sulle slot-machines.
I voucher, oggetto della discordia già nella precedente legislatura, rimangono e vengono estesi alle piccole imprese turistiche fino a 8 dipendenti, con una limite di durata di 10 giorni, mentre il loro utilizzo in agricoltura è semplificato.

Permangono, rispetto alla prima stesura del decreto, forti multe per le aziende che hanno ricevuto aiuti di Stato e che delocalizzano le attività entro i primi 5 anni dalla fine degli investimenti agevolati.
Tra i provvedimenti a latere, finiti sotto il cappello della parola-omnibus “dignità”, vanno evidenziate le misure contro la ludopatia (anche se, come detto, i proventi da slot e VLT dovrebbero finanziare in parte gli sgravi contributivi sui neo-assunti a tempo indeterminato), un rinvio al 2019 dell'obbligo di fatturazione elettronica per i distributori di carburanti e una soluzione-ponte per i maestri e le maestre diplomate prima del 2001-2002 a seguito della recente sentenza sui titoli di studio necessari per l'insegnamento, soluzione pasticciata e fortemente penalizzante per i laureati in Scienze della Formazione Primaria.

In definitiva il decreto, come si legge in una eloquente dichiarazione di Confartigianato Ancona, appare “ancora una volta un intervento frettoloso su materie che non possono essere affrontate singolarmente ma devono essere disciplinate in modo organico, unitamente ad incentivi strutturali per la riduzione del costo del lavoro, ad una riforma dei centri per l'impiego per una gestione efficiente delle politiche attive, con la creazione di un sistema integrato e coordinato di operatori pubblici e privati, che, con regole semplici e chiare deve, in assoluta sinergia, favorire e tutelare la flessibilità in entrata e le transizioni di lavoro”. Una serie di correttivi, insomma, e pure di dubbia efficacia, a un decreto che comunque non va ad incidere in modo complessivo sulla regolazione del mercato del lavoro, in particolare sulla sua capacità di offrire le soluzioni migliori per imprese e lavoratori a seconda dell'andamento congiunturale.

Ad una neutralizzazione del concetto di “flessibilità” come normale e non traumatico avvicendamento da un lavoro ad un altro, richiesta da un mercato del lavoro in tumultuosa trasformazione (nei prossimi 20 anni il 47% delle attuali professioni sparirà, secondo uno studio dell'Università di Oxford), si è preferito ritornare al dogma del lavoro a tempo indeterminato, in una sorta di fordismo di ritorno – peraltro realizzato, come visto, più disincentivando la flessibilità che incentivando le assunzioni stabili – che di sicuro piacerà a molti, ma che nei fatti si sta rivelando sempre meno funzionale. E' il governo del cambiamento, ma sa già di vecchio.

(Mainardo Colberti)

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