... lavorare tutti

Pubblicata il 19 novembre 2018

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Lavorare tutti
Terza e ultima puntata della riflessione di Paolo Stefani sui temi del lavoro alla luce dei grandi cambiamenti tecnologici in corso. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 12 e 15 novembre.

Eliminare la povertà e cancellare le diseguaglianze è un obiettivo che si raggiunge solo con la piena occupazione ma deve essere un'occupazione di qualità, non è sufficiente che si lavori, si deve essere retribuiti in modo adeguato.

Per anni la classe dirigente del nostro Paese ha scelto la via bassa dello sviluppo, ha colpito i diritti dei lavoratori, ha incentivato il lavoro “povero”. Sono state scelte politiche sbagliate che non tenendo conto delle condizioni reali degli italiani ha causato l'aumento delle diseguaglianze polarizzando i cittadini tra i pochi che contano le ricchezze che aumentano e i tanti che invece le vedono diminuire.
Nel Messaggero del 20 gennaio 2018 a pagina 2 erano rappresentate le retribuzioni nette del settore privato di Italia, Germania, Francia e Spagna (fonte Eurostat) nel periodo 2013 - 2016.

Il nostro è il secondo Paese più industrializzato dell'Unione ma le retribuzioni sono cresciute del 2,1% contro quelle tedesche che hanno avuto una crescita del 6,5%.
Inoltre il gap tra i lavoratori italiani e quelli tedeschi nel 2016 era di 7.741 euro annui pari al 26,8% a nostro sfavore comparando le retribuzioni al netto delle differenze fiscali dei singoli paesi. Persino Mario Draghi (non Maurizio Landini) insiste molto sul fatto che le retribuzioni italiane sono troppo basse e frenano la crescita.

Parallelamente le stime che l'Erispes ha divulgato a settembre 2017 indicano che ogni anno nel nostro Paese viene sottratta al fisco una cifra compresa tra i 250 e i 270 miliardi, confermate da uno studio di Cà Foscari pubblicato sul sito del Senato a gennaio 2018 che, nel dettaglio, indica in quelli evasi per effetto della sottostima del reddito una cifra tra i 124 e i 132 miliardi.

La quantità di risorse sottratte alla collettività per sotto dichiarazione o evasione totale, siamo la maglia nera in Europa, sarebbe in grado di finanziare una riforma fiscale a vantaggio dei redditi più bassi e un piano di investimenti pubblici in grado di creare lavoro, fermo restando il principio costituzionale sulla progressività delle imposte che questo governo sembra ignorare. Inoltre una riforma fiscale seria deve attestare prima di tutto il principio della certezza del diritto e chiudere per sempre l'infinita stagione dei condoni inaugurata nel 1973 (governo Rumor, commento di Rizzo su Repubblica 20 settembre) e chiamata oggi pace fiscale.

Senza regole certe ogni tentativo di combattere l'evasione e l'elusione fiscale sarà destinato a fallire perché il messaggio che passa, in particolare tra i furbi, è quello che comunque vada non conviene mai essere in regola.

Questi segnali fanno crescere la sfiducia e il rancore in particolare tra gli onesti che si sentono “sconfitti dalla globalizzazione”, un ceto medio che per la prima volta è stato colpito duramente a 60 anni di distanza dal boom economico perdendo molte delle sue certezze.

La gran parte degli italiani pensa che da un lato sia diventato difficile crescere nella scala sociale ma, peggio ancora, è convinto che scivolare in basso sia diventato estremamente facile ed è un sentimento molto diffuso anche tra i giovani al punto che in molti sono costretti a emigrare all'estero.
I dati sull'occupazione forniti ogni anno dall'Inps rappresentano solo una parte della realtà, un giorno di lavoro a volte solo poche ore contano un occupato, le assunzioni a tempo indeterminato sono mediamente il 10%, mentre l'80% riguarda i lavori precari (contratti a termine, intermittenti o in somministrazione) e aumentano i part time involontari; è in corso un fenomeno nel quale aumenta l'occupazione e nello stesso tempo calano le ore di lavoro.

Diventa quindi indispensabile un nuovo compromesso tra il capitale e il lavoro.
La tecnologia cancellerà molti posti, cosiddetta disoccupazione tecnologica, e in pochi azzardano delle ipotesi sulle quantità ma di sicuro le nuove figure professionali che nasceranno (altamente qualificate) per la programmazione e il funzionamento delle macchine non compenseranno quelli persi.
Se queste considerazioni corrispondono al vero è plausibile che siano tra le principali cause del malessere che attraversa il Paese in modo più o meno consapevole.
Ma quanto costa alla collettività un disoccupato, o per meglio dire un non occupato?
La risposta si compone di vari fattori e non può essere circoscritta esclusivamente al valore dell'indennità che viene corrisposta dall'Inps per un periodo limitato nel tempo dal momento che non tutti ne hanno diritto.

Dal punto di vista sociale perdere il lavoro comporta dei costi difficili da rendicontare ma sui quali è già disponibile una letteratura sufficientemente ampia per tirare alcune somme. Sono in crescita le patologie legate agli stati d'ansia e alla depressione; queste patologie inoltre sono direttamente proporzionali all'età anagrafica e alla consapevolezza di non riuscire più a trovare un'altra occupazione. Indirettamente si presenta un altro costo legato alla fragilità delle persone che in questa condizione sono più esposti a cadere nelle maglie del gioco d'azzardo, dell'usura o peggio ancora nelle braccia della malavita.

Quindi il vecchio slogan degli anni '70 “lavorare meno, lavorare tutti” appare oggi l'unica soluzione possibile per la tenuta sociale combinata con un diverso approccio sulla ricchezza prodotta e sulla sua destinazione, in poche parole siamo costretti a cambiare.
Ma non bisogna avere paura dei cambiamenti, della nostra ignoranza sì.

La scuola, in particolare quella tecnica, diventa irriformabile se non viene compresa fino in fondo la rivoluzione in atto perché la velocità con cui tutto questo accade non è più compatibile con lo schema classico dell'istruzione che, viceversa, richiede menti educate all'apprendimento continuo e multidisciplinare in cui la formazione permanente diventa il punto centrale oltre ai banchi della scuola.
Il diploma o la laurea non vanno più considerati come punti di arrivo ma tappe della vita alle quali ne seguiranno altre, in realtà sono i blocchi di partenza ed è uno dei nostri punti deboli.

Ma è la storia che si ripete e non dobbiamo fare lo stesso errore del passato mettendo in contrapposizione le macchine (cattive) che sottraggono lavoro agli esseri umani (buoni). Serve un progetto sociale che disegni un futuro, se non radioso, almeno accettabile e dignitoso a partire dal lavoro e dalle retribuzioni mettendo davvero le macchine al servizio dell'uomo (e dell'ambiente) come uno dei tanti strumenti utili per aumentare il benessere e dare una risposta positiva al quesito del Direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia, di cui all'inizio.

Investire sulla riduzione dell'orario è possibile ma sempre tenendo al centro il valore del lavoro che, oltre ad essere un mezzo di sostentamento, è ciò che permette alle persone di realizzarsi a pieno titolo come cittadini perché riguarda la loro identità.
 
Leggi la prima puntata >>>>

Leggi la seconda puntata >>>>

(Paolo Stefani)

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