Quelli della domenica: meglio vietare che migliorare

Pubblicata il 29 settembre 2018

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Ho aspettato alcuni giorni prima di dire la mia sulla proposta, rilanciata a inizio settembre dal ministro del Lavoro Di Maio (M5S), di imporre entro fine anno una serie di restrizioni all'apertura degli esercizi commerciali la domenica e i giorni festivi: non per pigrizia o disinteresse, ma perché è stato oltremodo interessante osservare il putiferio che si è scatenato. Da un lato, infatti, vi sono stati elementi di continuità: ogni volta che si torna a parlare di chiudere i negozi nei “giorni rossi” del calendario, riesplode puntualmente la polemica, con interventi molto duri da ambo le parti, in genere più di pancia che dettati da un'osservazione attenta del mercato del lavoro. Dall'altro, però, si sono viste inedite alleanze per difendere questo provvedimento, con la Chiesa e la Cgil, da sempre pro-chiusura pur partendo da motivazioni ben diverse, accompagnate stavolta dal Movimento 5 Stelle unito dietro il proprio leader (quello candidabile) che, con la consueta pacatezza, bolla le aperture domenicali come distruttrici della famiglia. La Lega, come spesso accade quando non si tratta di rendere la vita impossibile a migranti e minoranze varie, procede in ordine sparso, con Salvini favorevole e il Ministro del Turismo Centinaio assai più cauto.

Il dettaglio della proposta di Di Maio, va detto subito, non è un “mai più”, ma prevede un meccanismo di turnazione, deciso da sindaci e commercianti, per cui resterebbe comunque aperto un quarto dei negozi, a rotazione, e con la possibilità, d'intesa con le Regioni, di stabilire 8 aperture l'anno.
In realtà la questione è estremamente complessa e non andrebbe esaurita in slogan o in prese di posizione apodittiche, sia per il numero e l'eterogeneità dei portatori di interesse (grande distribuzione, piccoli negozi, operatori turistici, lavoratori disoccupati o saltuari, associazioni di categoria…), sia anche perché, dallo stesso punto di vista giuridico, la regolamentazione del lavoro nei giorni festivi è tutt'altro che univoca. Non tutti, infatti, sanno che, a livello normativo, vi è differenza tra le prestazioni lavorative richieste la domenica e quelle pretese nei giorni festivi.

Nel primo, caso, il D.L. 201/2011 del Governo Monti (il cosiddetto “salva Italia”) ha liberalizzato le aperture nel settore del commercio; pertanto, sulla base della normativa vigente, la richiesta di prestazione di lavoro domenicale da parte del datore di lavoro non può essere disattesa dal lavoratore, salvo che individualmente il lavoratore abbia concordato l'astensione dal lavoro in tale giorno. Già il D.Lgs. 66/2003 prevedeva che il riposo di 24 ore consecutive potesse essere fissato in un giorno diverso dalla domenica, laddove si tratti di servizi e attività il cui funzionamento domenicale derivi da esigenze tecniche ovvero soddisfi interessi rilevanti della collettività o sia di pubblica utilità (quindi, di fatto, praticamente sempre). Il lavoro domenicale è quindi stato ormai completamente “sdoganato” e la contrattazione collettiva prevede complesse e specifiche regolamentazioni della fattispecie, spesso demandando alla contrattazione di secondo livello. Al lavoratore, comandato a lavorare la domenica (nel rispetto della legislazione nazionale e della contrattazione nazionale, territoriale e aziendale), spettano sì le relative maggiorazioni retributive, ma lo stesso non può quindi legittimamente rifiutarsi di lavorare.

Ben diverso è il discorso per le festività: secondo una sentenza della Corte di Cassazione del 1997, in occasione delle festività infrasettimanali (ricorrenze civili o religiose) a tutti i lavoratori è riconosciuto il diritto soggettivo di astenersi dal lavoro: pertanto, in base a tale pronuncia, il lavoratore ha diritto a non lavorare nella festività infrasettimanale e a non vedersi detrarre alcunché dalla normale retribuzione, dal momento che l'assenza dal lavoro risponde all'esercizio di un diritto soggettivo, come il diritto al riposo nelle festività infrasettimanali, non eliminabile tramite un accordo aziendale.
Sul fronte occupazionale, chi contesta il provvedimento teme pesanti contraccolpi, come la grande distribuzione organizzata, con l'AD di Conad che stima 40-50mila lavoratori a rischio.
Altrettanto contraria Federdistribuzione, mentre ovviamente sono arrivati segnali di apertura da Confcommercio e Confesercenti, per i quali la deregulation del 2012 ha dato un colpo mortale ai piccoli negozi.

Negli altri Paesi europei il modello di regolamentazione degli orari lavorativi e delle aperture domenicali è molto eterogeneo. In ben 16 Stati membri dell'Unione europea non è presente alcuna limitazione di orario o apertura domenicale. Pertanto, a differenza di quanto dichiarato da molti favorevoli alle limitazioni, l'Italia non costituisce un'eccezione nel panorama UE. Anche nei Paesi che presentano forme di divieto o limitazione sono previste numerose eccezioni e deroghe, e in alcuni casi, come in Danimarca e Finlandia, le restrizioni inizialmente introdotte sono state successivamente abolite.
In definitiva, la mossa del Governo, al di là degli evidenti (e ormai noti) accenti populisti, non appare dettata da reali esigenze produttive, non serve ad allineare l'Italia agli altri Paesi europei (ma l'UE non era brutta e cattiva?), potrebbe generare pesanti contraccolpi occupazionali, ostacola le esigenze di molte famiglie (quelle, ad esempio, in cui entrambi i coniugi lavorano) e sembra, anche dal punto di vista giuridico, anacronistica e superata, tenuto conto delle maggiorazioni e dei riposi compensativi previsti dalla legge e dai contratti. Ok, immaginiamo di avere tutti la domenica libera: questo può aiutare a rafforzare i legami famigliari? Secondo Di Maio sì, ma siamo proprio sicuri che basti questo? E a quale prezzo? Il tempo libero che si crea sarà volontario o involontario?

Forse sarebbe meglio intervenire rafforzando il principio di volontarietà del lavoratore e sanzionando (come previsto dal Ccnl del settore commercio) l'uso a volte eccessivo ed improprio del lavoro domenicale, facendo rispettare le turnazioni, garantendo la giusta retribuzione effettiva e tutelando maggiormente chi ha obblighi famigliari: in questo modo il lavoro domenicale e festivo diverrebbe, oltre che economicamente, anche socialmente accettabile. Il tutto tenendo conto che il mondo è cambiato e con esso le nostre abitudini di consumo: come regolamentare allora l'e-commerce, che fa dell'apertura H24 il suo punto di forza? O, sul fronte opposto, i minimarket a gestione straniera aperti tutti i giorni fino a tardi? Tante questioni a cui dare una risposta, ma possibilmente non quella unidimensionale ed acchiappa-like di Di Maio, nuovo alleato di posizioni ormai vecchie.

(Mainardo Colberti)

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