Idi di marzo 2019, congiura Brexit?

Pubblicata il 16 ottobre 2018

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Come le "Idi di marzo" riconducono alla fine di Cesare, quelle del 29 marzo 2019 vedranno la data in cui la Gran Bretagna lascerà l'Unione Europea, una fine (Brexit) decisa in un referendum dai sudditi di Sua Maestà britannica.

Dopo aver affrontato i leader dei 27 Paesi Ue, all'indomani di un vertice per negoziare una soft-Brexit, la premier inglese Theresa May ha preso atto dell'impasse in corso prospettando lo spettro del fallimento delle trattative, dichiarando di non volere ribaltare il risultato del referendum e non dividere il proprio Paese, meglio perciò nessun accordo.

Sul fuoco per un divorzio ancor più netto soffia d'altronde anche l'ex ministro e collega di partito della May, Boris Johnson, che si è attratto le simpatie dello zoccolo duro dei conservatori pronunciandosi a favore del modello “SuperCanada”, in pratica un semplice trattato di libero scambio ossia l'ipotesi di una Brexit senza accordi che porterebbe sì ad una fase di “transizione” per un biennio, ma poi scatterebbero le restrizioni.

Da questo “nuovo ordine” verrebbero privilegiati gli immigrati qualificati e basta, a rimetterci sarebbero tutti quelli a basso reddito come evocato in un recente sondaggio dal 40% degli inglesi che, per onorare lo spirito del referendum, ha ritenuto che l'immigrazione (soprattutto romena e bulgara) abbia sconvolto la cultura britannica e non importerà se questo “protezionismo” in futuro vorrà dire rinunciare al mercato unico Ue ovvero il più grande consumatore mondiale di beni e servizi.

I travagli della crisi greca e le polemiche contro l'egemonia tedesca stanno quindi facendo propendere l'ago della bilancia dei negoziati Regno Unito/Ue verso un'uscita senza accordi, come la premier May ha dichiarato in vista dell'imminente Congresso del proprio partito, soprattutto alla luce di alcuni sondaggi che vedrebbero, in caso di elezioni anticipate, al potere il candidato “Labour” Jeremy Corby favorevole fra l'altro ad indire un secondo referemdum (no Brexit).

In democrazia quel che unisce è sempre più di quel che divide e si vedrà se nei prossimi mesi isolani e continentali riusciranno ad immaginare gli uni senza gli altri, una Ue senza l'Inghilterra dal 2019 che è quasi una realtà soprattutto perché si ha l'impressione che gli inglesi anziché “insegnare” al mondo si stiano rinchiudendo al pari dell'Europa che anziché crescere di più non abbia più la voglia di “spingersi oltre” mancando di entusiasmo e creatività, una eredità preziosa ed unica frutto dei secoli della sua storia.

Tempi duri perciò per i circa tre milioni di cittadini europei, studenti, commessi, camerieri, ecc., che vivono nel Regno Unito, ai quali forse non servirà un vero e proprio visto ma si ha la sensazione che Londra sembri pronta a rispettare la libera circolazione delle merci e capitali ma non quella delle persone e dei servizi, una schietta linea protezionistica che evoca il sogno (spesso illusorio) di un Paese e di un mondo così facendo proiettato nel futuro e nel progresso.

(Giuseppe Vassura)

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