Volley: un argento dorato

Pubblicata il 20 ottobre 2018

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Volley: un argento dorato
Avremmo voluto vedere una Serbia egonizzante, ma così non è stato. Campionesse europee, mediamente più esperte, le fredde balcaniche non hanno battuto ciglio, aiutate da una regia più efficace e da un opposto, la Boskovic, che ha fatto vedere cose strepitose, premiata a ragione come miglior giocatrice assoluta.

Ma le nostre ragazze non sono state da meno. Le più giovani del torneo mondiale dopo le messicane, hanno sfoderato una compattezza, un cuore e  una determinazione eccezionali. Ci siamo comunque prese una importante rivincita, considerando la sconfitta, l'unica di tutto il torneo (a parte questa finale) subita sempre con la Serbia per 3 a 1 nell'ultima gara di qualificazione alle finali. Un pro forma, visto che l'Italia era già qualificata a punteggio pieno. Perdere al tie break di soli 3 punti è più che onorevole. Tre punti che ci hanno distanziato dall'oro, mancati per qualche errore di troppo magari nei momenti sbagliati, per un brivido di emozione in più fuori controllo e per quel gap di esperienza che solo l'anagrafe può colmare. Quando si perde una finale per pochissimo, anche se ad altissimi livelli di gioco e di tecnica, è difficile festeggiare. L'ultimo punto è un'onda anomala di amarezza che oscura i volti, sequestra il sorriso, traccia il segno nero inappellabile della fine gara e tutta la tensione trattenuta tracima nelle smorfie di delusione, di dolore, di rabbia.

Comunque sia, è stato un grande mondiale, una grande prova di ragazze giovanissime che hanno messo in campo maturità, grande tecnica e quella pazienza che con avversarie forti e autorevoli come le serbe e le cinesi, serve per giocare punto su punto con concentrazione, con la mente sempre positiva che non pensa al risultato ma alle scelte del qui e ora. Una grande emozione anche per chi, davanti alla TV ha vissuto attimi di esaltazione e di trepidazione, condividendo l'amarezza finale. Queste giovanissime atlete ci hanno regalato grandi emozioni, inaspettate, fuori pronostico. Ci hanno trasmesso il senso della squadra, l'umiltà dei grandi campioni e l'umanità delle mani che si stringono in una catena durante le note dell'inno nazionale e durante l'attesa della ripresa dell'azione. Un atteggiamento tutto femminile così distante dall' aria fiera da guerrieri dei colleghi maschi, che al massimo sfoga la tensione in un urlo di esaltazione e subito si ricompone. I maschi per i cronisti sono eroi, le femmine ragazze terribili; i maschi esibiscono muscoli estesamente tatuati, le femmine qualche piercing, orecchino  e lo spirito interiore di chi combatte con la caparbia contenuta ma forte che le ha portate ad una performance di vertice migliore di quella maschile.

Di questo mondiale e delle nostre ragazze ricorderemo in particolare la pesante corvina chioma e il sorriso sereno debordante di Paola Egonu (premio come migliore opposto a soli 19 anni coi suoi 324 punti totali), il suo braccio devastante ad altezze rapaci con palle a 99,9 Km/h; le difese indomite della Di Gennaro (premio miglior libero), la tecnica e la lucida esperienza della Bosetti, i muri invalicabili della Danesi, le lacrime della Sylla, premiata come una delle due migliori schiacciatrici, le altezze dei primi tempi della capitana Chirichella, la generosa lucida presenza della Cambi, la regia della Malinov, migliore palleggiatrice. Quattro premi individuali su 7 dicono tanto. Un potenziale da sviluppare in vista delle prossime Olimpiadi del 2020. Ultimo non meno importante, il coraggio e la fiducia di un grande allenatore, Davide Mazzanti marchigiano.

Di questo mondiale ricorderemo soprattutto l'apporto decisivo di tre ragazze afro italiane e di una bulgara, figlia d'arte, che testimoniano il cambiamento di un mondo dove da tempo i confini sono solo muri mentali e dove lo sport è il luogo in cui l'appartenenza nazionale è solo appartenenza ad una squadra in gara con altre.

(Virna Gioiellieri)

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