Gianrico Carofiglio: “Scrivere con chiarezza”

Pubblicata il 29 ottobre 2018

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Gianrico Carofiglio
Bologna. “Non è possibile pensare chiaramente se non si scrive e parla con chiarezza”. E ancora: “Il linguaggio tecnico contiene delle complessità e non è possibile rendere tutto comprensibile... però ci sono regole che ci possono liberare dall'oscurità non necessaria”.

Gianrico Carofiglio, ex magistrato e scrittore, autore tra gli altri di “Testimone inconsapevole” e “Ad occhi chiusi”, ha tenuto il 25 ottobre a Bologna, a palazzo Re Enzo, il suo intervento sul linguaggio nel seminario organizzato dall'Associazione avvocati giuslavoristi (Agi).
Nel maestoso salone del Podestà, “stanza umile ma dignitosa” esclama, davanti ad una platea fitta di giuristi e giornalisti (oltre 700 gli iscritti), il suo intervento è una critica al “linguaggio degli avvocati” (titolo del seminario), con una serie di consigli per invertire la rotta. “In generale i giuristi si esprimono in modo antiquato, autoreferenziale, si potrebbe dire sacerdotale, più o meno consapevoli che in questo modo detengono il potere”. Legge parte di una sentenza costituita da oltre 80 parole senza punteggiature, con frasi come “si staglia”, “in altro versante”, “attesa la frequente genericità e vaghezza” e dice: “Voi avete capito qualcosa? Aggettivazione sovrabbondante, metafore bizzarre, errori di italiano.

Perché i giuristi parlano in modo oscuro? Loro stessi non capiscono cosa pensano”. Enumera le motivazioni che stanno alla base di questo linguaggio: “Pigrizia del gergo: devi imparare questa lingua che assomiglia all'italiano; se non parli così non sarai riconosciuto dalla corporazione. Narcisismo: usando parole che altri non capiscono si lancia il messaggio – io sono meglio di voi. Potere: il linguaggio giuridico serve a parlare in una consorteria di addetti ai lavori”. Così, spiega che diventa paradossalmente incomprensibile anche ciò che necessariamente deve essere chiaro, perché rivolto alla collettività, come “i capi di imputazione”, cioè la serie di reati di cui si è accusati, “il cittadino deve sapere di cosa è incolpato per imparare a difendersi”. Sembrerebbe una norma di buon senso, che però spesso viene disattesa.

Elenca alcune regole per liberarsi dall'oscurità non necessaria, con consigli utili per chiunque scriva, “frasi leggibili entro le 25 parole, quindi spezzare il periodo, se si va oltre si rischia di perdere il filo. Parsimonia: usare solo le parole utili. Ogni volta che sia possibile usare la forma attiva. Non abusare delle domande retoriche, della forma passiva e soprattutto degli avverbi”. Cita “codicisticamente” e “non è chi non vede”, suscitando l'ilarità e l'applauso della platea.
Alcuni termini non possono essere sostituiti con giri di parole: contumace, società in accomandita semplice, incidente probatorio. Altri invece sì “escussione del testimone, si può sostituire perché è sinonimo di interrogare”. Altri pericoli di incomprensibilità li vede nell'uso delle subordinate, dei gerundi in cui si perde di vista il soggetto.
Si domanda: “Non ci sono speranze, non esistono testi ben scritti?”, “Si, abbiamo la Costituzione: linguaggio semplice, senza giri di parole, con frasi brevi. E' costituita da 1357 lemmi, di cui 1200 sono usati normalmente nella lingua italiana”.
Cita Confucio per sottolineare che la chiarezza fa parte del contratto sociale: “Quando le parole perdono di significato si rischia di perdere la libertà” e Churchill, che chiedeva ai suoi funzionari di scrivere chiaro. E anche Antoine de Saint-Exupery:“Un testo si intende completato non quando non c'è più niente da aggiungere, ma quando non c'è più niente da togliere”.

Conclude spiegando che le lingue tecniche non tengono conto del punto di vista dell'interlocutore che è poi chi dovrà capire. Occorre invece “guardare il mondo con occhi nuovi”. Anagramma “la verità” rivelata, evitarla, relativa. E lascia la platea con una frase di Norberto Bobbio “... quando gli uomini cessano di credere nelle buone ragioni, allora comincia la violenza”.

Il seminario è poi proseguito con gli interventi tra gli altri del presidente del consiglio dell'ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, Giovanni Rossi, che ha spiegato come per i giornalisti sia complicato comprendere fino in fondo il linguaggio degli avvocati, indicato come “antilingua”. Il primo presidente della corte suprema di Cassazione, Giovanni Mammone, ha parlato dei buoni risultati conseguiti dai Protocolli, sorta di manuali con le regole per scrivere i ricorsi in modo chiaro e sintetico a cui gli avvocati possono aderire. La professoressa Stefania Cavagnoli, docente di Linguistica, ha introdotto la questione di genere, “in italiano esistono il maschile e il femminile” e osserva che mentre i due generi vengono usati senza problemi per indicare mestieri quali infermiera, operaia, maestra, risulta difficile usarli per le professioni come nel caso proprio di avvocata al posto di avvocato, o giuriste invece di giuristi, “perché si tratta di attività precluse o difficili per le donne fino a non molto tempo fa”. Se non c'è nella lingua, non esiste.

L'avvocato e psicologo forense Guglielmo Gullotta, l'avvocata Celestina Tinelli, consigliere Cnf e la moderatrice Sandra Dorelli sono stati gli altri intervenuti al seminario, che è stato chiuso da Peter Gomez, direttore de' ilfattoquotidiano.it. Nel suo intervento ha affermato ciò che non era ancora stato detto, “le leggi sono scritte male. E' inevitabile che magistrati e avvocati seguano il cattivo esempio”. E ha citato il caso della “manina” dovuto, secondo lui, al fatto che nessuno in consiglio dei ministri aveva veramente letto l'articolo sulla pace fiscale che sarebbe stato cambiato, perché il testo era incomprensibile. Lancia la sua proposta al nuovo esecutivo giallo verde: “Il governo del cambiamento deve dotarsi di un buon linguista che traduca le leggi per i cittadini”. Magari prendendo esempio dalla Costituzione.

(Caterina Grazioli)

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