Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti

Pubblicata il 12 novembre 2018

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Lavorare meno, lavorare meglio, lavorare tutti
Ripubblichiamo la prima parte di una interessante riflessione del sindacalista Paolo Stefani sul tema dell'orario di lavoro. Le prossime puntate saranno online il 15 e il 19 novembre.

Lavorare meno
Nell'inserto del Corriere della Sera del 3 aprile 2017, “L'Economia”, Roberto Cingolani, direttore scientifico dell'Istituto italiano di Tecnologia, si poneva la seguente domanda: “Dovremo scegliere se continuare a essere l'Homo Habens o potremo aspirare a diventare l'Homo Sapiens 2.0 nel rispetto della vita e dell'ambiente?”

Tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli anni ottanta abbiamo vissuto una stagione ricca di conquiste sindacali anche sul versante della riduzione degli orari di lavoro. Le piattaforme per i rinnovi dei Contratti nazionali e i conseguenti accordi prevedevano un graduale aumento delle ore destinate alla riduzione e, in funzione dei rapporti di forza messi in campo, in quasi tutti i Contratti nazionali furono inseriti dei pacchetti di ore di cui disponiamo ancora oggi.

E' vero che all'atto pratico i risultati ottenuti non sono stati omogenei tra tutti i settori ma il clima che si respirava in quegli anni nei dibattiti politici, sindacali, tra le lavoratrici e i lavoratori, nella società più in generale era fortemente ispirato da idee decisamente riformiste.
Questa stagione poi fu bruscamente interrotta quando si manifestò con forza la necessità di difendere il potere d'acquisto delle retribuzioni da un'inflazione a due cifre archiviando quindi definitivamente il capitolo degli orari di lavoro.

L'Italia è uno dei Paesi, tra quelli più sviluppati, con l'orario contrattuale più alto (e i salari tra i più bassi) al quale si aggiungono le condizioni peggiorative determinate da una eccessiva precarietà e da una flessibilità delle prestazioni giustificata dalle esigenze del mercato ed è la frase più ricorrente di una classe dirigente dalle capacità assai dubbie.

La provocazione del direttore scientifico offre molti spunti di riflessione in particolare se la mettiamo in relazione alla rivoluzione digitale in corso e anche se apparentemente non sembra c'entrare molto con la questione degli orari, da un certo punto di vista potrebbe invece diventare persino una questione centrale.
La tecnologia ha un grande potere, può divorare posti di lavoro oppure può offrire nuove opportunità, dipende dalle scelte che facciamo e dalle azioni che mettiamo in campo.

Se abbiamo l'ambizione di costruire una società più giusta e senza diseguaglianze è necessario riaprire con forza il capitolo della riduzione del tempo di lavoro affermando il diritto al tempo libero ma anche riflettendo sul fatto che quello che oggi appare come un bisogno secondario, domani potrebbe rivelarsi persino una necessità per alcuni buoni motivi:

1. l'allungamento dell'età pensionabile è senz'altro in cima alla lista. Riformare la Legge Fornero è sicuramente auspicabile ma questo non toglie che la vita lavorativa era già stata allungata prima con enormi disagi a carico dei lavoratori più anziani e che nel tempo è destinata a peggiorare (al netto dei lavori usuranti che meritano un capitolo a parte).
Se la vita lavorativa la paragoniamo a una maratona in cui devi “spendere” le energie in un periodo lungo, diventa necessario conciliare lavoro e riposo in funzione della distanza da coprire per evitare di correre il rischio di non arrivare al traguardo.
La cadenza del riposo dovrebbe essere quindi calibrata in relazione all'attività svolta e al tempo che devo percorrere, giorno, settimana, mese, anno a seconda del bisogno della lavoratrice o del lavoratore e dell'età anagrafica;

2. nel nostro Paese il tempo impiegato per la cura della famiglia è poco considerato; si trascura il fatto che un lavoratore, ma quasi sempre una lavoratrice, che assiste i figli o un anziano porta alla collettività un notevole risparmio anche in termini di spesa sociale con un ritorno personale quasi nullo sul piano pensionistico. Da questo punto di vista la decisione dei metalmeccanici tedeschi di avviare in via sperimentale una riduzione dell'orario (28 ore settimanali per 2 anni) su richiesta del lavoratore, è un'iniziativa molto interessante perché apre nuovi orizzonti che dovrebbero stimolare la nostra classe politica a disegnare una società futura intervenendo con leggi di sostegno per coprire le mancanze retributive e contributive nel caso dei lavori di cura;

3. avere del tempo libero per coltivare interessi non è un bisogno esclusivamente soggettivo (che siano lo sport, la politica, il volontariato o la cultura non ha importanza) ma riguarda tutta la sfera sociale collettiva. Una società che stimola i suoi cittadini a partecipare alle forme della vita pubblica è una società che cresce e matura consapevolezza e che può avere anche l'ambizione di costruire in prospettiva l'Homo Sapiens 2.0.

Ovviamente la domanda viene spontanea: chi paga? Il primo soggetto dev'essere lo Stato con adeguate politiche di incentivi fiscali. Una misura che non può essere considerata solo un'uscita ma messa in relazione alle risorse risparmiate.
Il secondo è l'Inps che deve essere impegnato a non penalizzare il futuro trattamento pensionistico considerando che il mancato gettito derivante dalle minori ore di lavoro verrà compensato dalle nuove assunzioni che diventeranno necessarie (come vedremo più avanti).
Il terzo soggetto è l'Azienda in virtù della responsabilità sociale che le attribuisce la Costituzione; garantire la stessa retribuzione con meno ore implica la necessità di recuperare risorse dalla produttività e tramite le innovazioni tecnologiche. A quel punto un ricambio generazionale diventa strategico e funzionale al progetto.

(Paolo Stefani)

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