Il monumento imolese ai caduti della Grande guerra: il puzzle delle targhe di bronzo

Pubblicata il 24 novembre 2018

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Il monumento imolese ai caduti della Grande guerra: il puzzle delle targhe di bronzo
Prima che si smorzi l'eco delle manifestazioni che hanno celebrato i cento anni dalla fine della Grande guerra, può essere istruttivo gettare uno sguardo al monumento eretto da Imola ai suoi caduti. Non so quanti cittadini o visitatori forestieri vi sostino dinnanzi e leggano i nomi elencati sulle targhe di bronzo che fasciano la base dell'enorme obelisco. Se lo fanno, si chiederanno forse quale criterio regoli la successione dei 527 nomi, essendo subito evidente che l'ordine alfabetico non c'entra.

L'opera commemorativa, posta sul bordo sudorientale del centro storico dopo essere stata rimossa dalla piazza grande dove era stata solennemente inaugurata il 13 giugno del 1928 alla presenza del re e della regina d'Italia, smontata in diverse fasi, restaurata nelle sue componenti, è stata ricomposta e collocata dove ora la vediamo.

Molte polemiche, ricorsi di comitati cittadini all'autorità giudiziaria, pareri contrari della Soprintendenza regionale per i Beni e le Attività Culturali ne bloccarono per diversi anni il progetto di spostamento. In una relazione ufficiale il monumento veniva indicato quale «fulcro visivo dell'invaso» facente «parte, oltre che della trasformazione storica della piazza, anche della sua immagine consolidata».
E in effetti, ciascuno “consolida” quello che la memoria personale registra appena apre gli occhi, e infatti certi miei concittadini dicevano che il monumento era sempre stato lì. Tra un po' i nuovi imolesi nati o arrivati dopo la sua re-inaugurazione, avvenuta nel 2011, non immagineranno neanche che una volta possa essere stato al centro della piazza.
Cartolina celebrativa dell'avanzata  italiana del 3 novembre 1918
Le traversie che opere fornite di una forte valenza politica subiscono per il variare dei tempi non suscitano stupore. È inevitabile che i saliscendi della Storia si manifestino con collocazione, asportazione o restauro di lapidi, con mutamenti della toponomastica, erezione e abbattimento di statue, occultamento di busti e dipinti in qualche magazzino: un gran movimento, che ci dice quanto nella memoria collettiva sia effimero ciò che si vorrebbe invece consegnare – fatti, nomi, effigi – alla lunga durata della pietra e del bronzo.

Tuttavia dopo che vennero tolti (27 luglio 1943) i fasci littori che decoravano in alto gli spigoli dell'obelisco, l'imponente ricordo che in epoca di regime ascendente la città aveva dedicato ai caduti, non ebbe a subire altri interventi. Poi accadde che, in una visione diversa della vicenda plurisecolare di Imola, si capisse che la grande piazza, diventata piazza Matteotti dopo essere stata piazza Vittorio Emanuele II, era il segno impresso dal Rinascimento sotto la signoria di Girolamo Riario e Caterina Sforza. Della richiesta di restaurare l'armonia dell'impianto rinascimentale si era fatto portavoce nel 1974 il giornalista e consigliere comunale Aureliano Bassani. Sono passati decenni, e ora all'annosa vicenda pare sia stato posto un punto fermo.

Ogni epoca è portata a cancellare molto di ciò che il passato le consegna. I Riario-Sforza distrussero irrimediabilmente l'antico assetto medievale di una piazza angusta e disordinata. Essa accoglieva nei pressi del palazzo comunale l'arengo delle assemblee cittadine, mentre la pieve di San Lorenzo spingeva fin quasi al centro dello spazio attuale la propria abside, orientata secondo tradizione verso levante, e occupava l'area circostante con il suo cimitero. Distruzione e cancellazione non sono sempre prodotti da una volontà di damnatio memoriae – che pure si spiegherebbe nella logica di mutamenti politici radicali – ma anche da presunzione, superficialità, ansia acritica di modernità, atteggiamento speculare al conservatorismo più rigido.

Il regime fascista aveva colto le onde emotive legate al massacro della Grande guerra, si era appropriato dei caduti, ed era riuscito a piantare nel cuore del centro cittadino i propri simboli nonostante il diverso parere di autorevoli esponenti del mondo della cultura oltre che di associazioni combattentistiche e di familiari dei caduti, che avrebbero voluto una collocazione in un'area consona a maggior raccoglimento. Ma, come nota Roberto Balzani, sfuggiva loro «un elemento fondamentale: il culto dei caduti, per il fascismo, non era una manifestazione di patriottico cordoglio, ma l'incipit della nuova 'religione nazionale' […] l'avvio di una nuova vita per il paese».

Nel 1925 assegnati gli incarichi per la progettazione del monumento, si cominciò a discutere sui criteri Golinelli Nerino, il primo caduto imolese (14 giugno 1915)di selezione dei nominativi che dovevano figurare sul monumento. Rispondere alla domanda – chi è un “caduto per la patria”? – non è così semplice. Solo quelli che hanno lasciato la vita “sul campo dell'onore” e in conseguenza delle ferite, oppure anche gli uccisi dal freddo e dalle malattie? E i prigionieri morti di stenti prima dell'armistizio? E i morti per cause accidentali durante il servizio? E come considerare chi, gravemente invalido, aveva trascinato l'esistenza ancora per un po' in tempo di pace? Una casistica che costrinse quanti se ne occuparono ad affondare il rasoio delle distinzioni su di una materia ben dolorosa, senza riuscire a incasellarvi tutta la varietà del reale.

Nell'autunno dello stesso anno il Comitato per le Onoranze ai Caduti, di cui era presidente il sindaco (poi podestà) Annibale Ginnasi, nominò una commissione per vagliare le «n° 574 schede prodotte dagli Uffici Comunali competenti». Alla fine del lavoro venne presentato un elenco di 374 nomi, inclusi «i morti libici durante la guerra europea», i morti in prigionia, nonché quelli (più di un centinaio) uccisi da una malattia – tifo, colera, broncopolmonite, meningite... – contratta durante il servizio in linea.

L'elenco fu stampato in data 25 dicembre 1925 e inviato a notabili cittadini, associazioni, enti, parroci. Fino al 31 gennaio 1926 veniva concessa la possibilità di ricorrere per mancata inclusione. Vedove di caduti e madri vedove, padri, sorelle, fratelli, si fecero avanti, ciascuno in nome di un giovane morto, ciascuno con la propria “ragione” offesa da un'esclusione in cui pareva rinnovarsi l'atroce perdita. Sono accorate richieste, racconti che nella loro estrema sintesi hanno talvolta un sapore epico.

Si fecero avanti, a segnalare caduti dimenticati, personalità cittadine come Cleopatra Lorenzini, già direttrice delle scuole elementari femminili e presidente dell'Ufficio Notizie Militari di Imola, parroci e pievani. Il Comitato esaminò i ricorsi, valutò, discusse.
Una volta, all'inizio della seduta del 15 marzo 1926, la signora Virginia Lanzoni, madre del caduto Remo Ferdori, prese la parola per avanzare una soluzione che dire drastica è poco: «che sulle targhe nessun nome sia apposto, venendosi solo così ad eliminare tutte le controversie attuali». Proposta respinta, ovviamente. Alcune richieste non furono accolte, tante altre sì, anche grazie all'allargamento dei criteri selettivi.

Stefanino Curti, caduto sul Piave il 10 novembre 1917, medaglia d'oroE la lista cominciò ad allungarsi, fino al totale dei 527 nomi che leggiamo sul monumento: e ogni nome è una persona, un volto, una famiglia, una storia. Fu in questa fase finale che venne inserito il nome del conte Giambattista Della Volpe. Soldato volontario, decorato di medaglia di bronzo poi commutata con medaglia d'argento, nel luglio 1915, a neanche diciannove anni, aveva perso la vita sul Podgora, e fa meraviglia che non comparisse subito nell'elenco redatto dalla commissione.

Ma per diversi caduti le richieste non vennero neanche avanzate. E così quando il monumento venne inaugurato il 13 giugno 1928 alla presenza dei reali d'Italia, gli imolesi morti nella Grande guerra non erano tutti là, su quelle targhe. Un certo numero di esclusi ebbe parziale risarcimento con l'iscrizione nelle lapidi presso chiese e cimiteri di campagna, che spesso precedettero il grande monumento cittadino.

Le quattro targhe poste ai quattro lati del massiccio piedistallo dell'obelisco vennero formate ciascuna da cinque lunghe lastre di bronzo accostate tra loro. Staccate e rimontate due volte (per un certo periodo furono poste nel giardinetto a fianco della Biblioteca Comunale) ora non si trovano più nella posizione stabilita all'origine. È mai possibile? Come può essere accaduto? Con tutta la polemica che per anni ha inondato pagine di quotidiani e di riviste, e avrà prodotto (suppongo) negli uffici pubblici faldoni di carte più o meno bollate con ricorsi e controricorsi all'autorità giudiziaria, come mai nessuno ha tenuto un occhio a quell'oggetto concreto e visibilissimo per cui ci si accapigliava?

Certo se quanti curarono la compilazione delle targhe avessero scelto banalmente l'ordine alfabetico dei cognomi, tutto avrebbe potuto essere ricomposto. E invece scelsero di disporli in ordine progressivo di data di morte, anche se poi ci furono aggiustamenti dell'ultimo momento ben visibili nella diversità dei caratteri. Chi lavorò a ricomporre il monumento si sarà trovato di fronte a un enigma, e per scioglierlo non si impegnò abbastanza. Bisognava andare un po' a fondo nelle pubblicazioni d'epoca. Neanche questo tuttavia sarebbe stato necessario se qualcuno avesse provveduto a fotografare prima di ogni smontaggio i dettagli del monumento: magari i comitati che volevano la sua permanenza in piazza, oppure i tecnici stessi incaricati del lavoro. Se qualcuno lo fece, certo è che la documentazione non venne consultata quando le lastre furono rimontate nella sede attuale. Esse infatti risultano accostate a caso: un puzzle sbagliato. Per i “caduti” non cambia molto, per la storia e il senso del monumento invece sì.

Didascalia Fotografie
Immagine di home page e prima foto in alto: Imola, metà degli anni quaranta: il monumento in piazza Vittorio Emanuele senza i fasci littori
Seconda immagine dall'alto: Cartolina celebrativa dell'avanzata italiana del 3 novembre 1918
Terza immagine dall'alto: Golinelli Nerino, il primo caduto imolese (14 giugno 1915)
Ultima immagine: Stefanino Curti, caduto sul Piave il 10 novembre 1917, medaglia d'oro

(Giuliana Zanelli)

RIFERIMENTI
Cfr. Roberto Balzani, Verso la piazza patriottica, in Imola, il comune, la piazza, a cura di M. Montanari e T. Lazzari, Imola 2003. La vicenda della redazione dell'elenco dei caduti imolesi per le targhe del monumento è documentata negli archivi della Biblioteca Comunale di Imola: MRI, 29.1 e 29.2. Per la ricostruzione dell'ordine dei nomi si veda il pieghevole in calce a Imola e i suoi decorati al valor militare. Albo d'onore, Imola 1934. Le polemiche sullo spostamento del monumento sono disseminate su tutta la stampa locale dagli ultimi anni del secolo scorso. Per la Coop. Domus Renovata ho condotto ricerche pubblicate in 1915–1918. Imolesi nella Grande Guerra. Appunti per un capitolo di storia locale, Imola 2008. Sui caduti: A.I.S.A. Caduti imolesi della Grande Guerra, a c. di Andrea Ferri, Imola 2011.

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