Contro la violenza agitazione permanente

Pubblicata il 25 novembre 2018

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Contro la violenza agitazione permanente
Non c'è neppure più bisogno di ricordare le ragioni che hanno portato alla proclamazione del 25 novembre come giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Bastano i numeri aggiornati che le fonti ufficiali (Istat, Dire) hanno messo in circolazione in questi giorni e già da aggiornare dopo i due episodi, ieri (sabato 24 novembre), a Rimini e Firenze.
106 femminicidi in 10 mesi a cui vanno aggiunti quelli avvenuti nel mese in corso. 3.100 donne uccise dal 2000, di cui il 65% fra le mura domestiche, il 74,5 commessi da italiani. Non servono commenti in proposito, i dati parlano da sè. Serve piuttosto indagare in profondità per individuare le cause complesse del fenomeno. E' un sistema di relazioni ad essere messo in discussione.

La violenza di genere ne è uno dei sintomi più gravi, la punta dell'iceberg, la vera emergenza. I rapporti fra uomini e donne non hanno la loro sfera privilegiata in ambito famigliare. In questa si accentua in modo quasi esasperato il senso del possesso, il potere del maschio sulla femmina legittimato da una cultura sessista che si rifugia dietro l'amore presunto, l'affetto irrinunciabile da entrambe le parti. Fino al coraggio del distacco e della denuncia da parte della donna. E qui spesso inizia l'incubo della persecuzione, della paura di nuove violenze proprio a causa della separazione. Di casi in cui neppure le disposizioni di allontanamento ad opera del giudice hanno prevenuto l'esito fatale ne abbiamo visti diversi anche verso i figli (v. il recente episodio di Sabbioneta). Violenze fisiche, psicologiche, economiche avvengono ogni giorno, basti pensare al milione e mezzo di donne che dicono di aver subito almeno una volta nella vita molestie maschili. 

Facciamo il punto
Un modello sociale e di relazione fra i generi è andato clamorosamente in crisi. Donne e ragazze sono più consapevoli e più decise a determinare la loro vita a vedere di fronte a sé alternative al modello tradizionale. Molti uomini non ci stanno, sono smarriti e disorientati nella gestione dei propri sentimenti e della propria dimensione emozionale. Una crisi accentuata da un contesto sociale in degrado evidente, sempre più pervaso da sopraffazioni, solitudine, vuoto di riferimenti valoriali, di cultura e di relazioni in cui l'acquisizione di strumenti culturali, lo scambio, il confronto, la rilevazione di differenze aiutino le persone a crescere, a saper riflettere su di sé per affrontare positivamente le sofferenze e le avversità della vita. Spesso queste diventano l' alibi per giustificare comportamenti aggressivi fino alla violenza. Occorre che gli uomini inizino un percorso teso a rielaborare il proprio immaginario maschile e modelli nuovi di essere maschi nella relazione con l'altro genere e nel sociale.  Di fronte a questa situazione non bastano le norme, né i tribunali. La convenzione internazionale di Istanbul in materia, sottoscritta dall'Italia nel 2014 non è ben applicata e la legge del 2013 che stanzia fondi a favore dei Centri antiviolenza e delle Istituzioni locali per progetti di intervento è depotenziata. Poche le risorse e i centri antiviolenza che forniscono assistenza alle donne che vi si rivolgono per un sostegno competente alla costruzione di un percorso di vita alternativo, rischiano di chiudere. 

Una cultura patriarcale violenta
Ma siamo solo in superficie e la questione, come ribadito più volte, non è di ordine pubblico. Il contesto culturale e il modo di comunicare ripropongono i vecchi stereotipi, alimentano un immaginario violento e schemi morbosi che vanno in senso opposto al cambiamento necessario. Il mercato innanzi tutto. Si propongono messaggi pubblicitari che paragonano soggetti femminili ad oggetti da consumare, evocano ruoli stereotipati, alludono e mostrano esplicite scene di violenza per promuovere prodotti. La maxi affissione comparsa a Milano nei giorni scorsi in occasione del Black Fiday è emblematica: una figura mostruosa aggredisce con una mannaia una ragazza che compare esanime e sanguinante in altre immagini, sotto il claim “we kill with the best price”. Tutto è lecito? O non siamo forse al limite dell'istigazione al femminicidio? A Imola di recente una concessionaria di una nota marca di automobili per comunicare l'inaugurazione della nuova sede, ha esposto uno striscione in cui l'ambiguità del linguaggio ammiccava chiaramente all'equiparazione della donna bionda ritratta, alla birra e alle automobili. Tutto normale? O è legittimo che la reclame di un prodotto prescinda da regole di rispetto e di distinzione fra oggetti ed esseri umani (guarda caso sempre di sesso femminile)? Come è noto la comunicazione arriva alle persone anche a livello inconscio e può servirsi  dell'ambiguità fino ad oltrepassare il limite  utile alla promozione di un prodotto di consumo, trasmettendo messaggi e immagini negativi verso valori di rispetto dell'essere umano. Più raramente sono maschi ad essere rappresentati come oggetti. La valutazione non cambia. Alcuni pubblicitari di recente hanno assunto una posizione di denuncia, ma non basta.

Anche la stampa di frequente ha la responsabilità di rendersi complice di modelli stereotipati che mettono sempre e comunque al centro la donna vittima come complice della violenza subita. Le cronache che riportano i fatti indagano spesso sui trascorsi delle vittime, sul loro stile di vita, sugli atteggiamenti e sull'abbigliamento, riproponendo lo schema in base al quale “ se l'è cercata”. L'ordine dei giornalisti da un paio di anni promuove corsi di aggiornamento sul tema, grazie all'impegno di molte giornaliste che hanno iniziato ad attivarsi in merito. Un'azione utile che si auspica produca rapidamente effetti in senso contrario.

Non fa eccezione il linguaggio dei politici maschi. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad aggressioni verbali verso parlamentari di sesso femminile a dir poco virulente. Salvo in qualche caso scusarsi a posteriori per le reazioni suscitate. Come può essere affidabile una classe politica che non sa trasmettere una cultura del rispetto e del confronto civile e che da un lato promuove le donne per ostentare innovazione e apertura e dall'altro le massacra con offese verbali e umiliazioni pubbliche?

Le donne sono oggi bersaglio di un'offensiva pesante

L'attacco alla L. 194 sull'interruzione di gravidanza sempre più esplicito, con livelli di obiezione di coscienza da parte del personale sanitario che rischiano di impedirne l'applicazione e mettono a rischi la vita delle donne. Il DDL Pillon introduce la mediazione famigliare obbligatoria senza considerare minimamente i casi di violenza domestica in cui essa non ha alcun effetto (come l'esperienza dimostra), l'alienazione parentale per i figli e ignora la violenza assistita là dove prevede che i figli trascorrano la metà del tempo con ciascuno dei genitori, padri violenti inclusi. Da un lato si parla di obbligare le donne a partorire e dall'altro le si licenzia se sono in gravidanza o le si sottopone alla scelta fra figli e lavoro. La questione della procreazione viene ridotta a tema economico, non si pensa minimamente al diritto delle donne di scegliere e di autodeterminare il proprio percorso di vita. In sintesi, siamo di fronte ad una visione che propone una concezione della vita, della relazione fra i sessi tesa ad annullare e a ridimensionare pesantemente i diritti conquistati in decenni di lotte e di elaborazione culturale che hanno fatto dell'Italia un Paese più civile, moderno, emancipato. Un ritorno ad un passato oscuro benedetto da quella parte del genere maschile che vede nel patriarcato l'unico e assoluto modello di società ed è incapace di concorrere all'evoluzione del genere umano di uomini e donne.

(Virna Gioiellieri)

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