Una marea invade le strade di Roma

Pubblicata il 25 novembre 2018

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Una marea invade le strade di Roma
Al concentramento in Piazza della Repubblica, sotto un cielo plumbeo minaccioso e sgocciolante ma, in fin dei conti, clemente, sembravamo meno degli anni scorsi. Un'impressione specchiata nella vaga ombra di delusione e di apprensione che stava affacciandosi su alcuni volti. Il fucsia e il nero identificativi del movimento “Non una di meno”, i colori fra i tanti,decisamente prevalenti. Sulle maglie, sulle guance di tante ragazze e ragazzi, sui palloncini, i fazzoletti a triangolo e ombrelli, copricapo, nastri indossati con enfasi e orgoglio. Dal camion ruggine abbigliato sui lati con striscioni dello stesso colore arriva una voce che urla parole d'ordine e le ragioni per cui ci siamo date appuntamento lì. La musica esplosa dalle casse si interrompe a più riprese per raccontare anche storie e testimonianze, quelle di chi la violenza l'ha provata sulla propria pelle.

Quando il corteo si è mosso eravamo tante, migliaia e migliaia a sfilare per le strade di Roma. Donne di tutte le età, molte giovanissime, anche molti uomini e ragazzi, stranieri e straniere, bambini e bambine, alcuni sulla soglia dell'adolescenza. L'associazione culturale romana MOM che ha organizzato un servizio di custodia dei più piccoli a bordo di un furgoncino giallo che partecipa al corteo.
Una marea umana che ha manifestato non solo contro la violenza di genere ma anche per dire no al razzismo, al fascismo, al ddl Pillon e agli attacchi contro la l. 194 sull'aborto. Stesso tempo, stesso luogo, per l'incontro di diverse generazioni che qui trovano una voce comune e rappresentano insieme un filo che in realtà non si è mai spezzato. Un filo che oggi torna visibile con irruenza, creatività, determinazione. Ci siamo, per dire che questo mondo non ci piace, è una minaccia, una insidia per la vita, il futuro, la libertà e i diritti. Ci siamo per dire che la sessualità va vissuta liberamente, che il nostro corpo non è di nessun altro, solo nostro, per dire basta alla violenza di genere. Indietro non si torna. “La nonna partigiana ce lo ha insegnato che il nemico è il patriarcato”, cori che cantano “Bella Ciao” e “Fischia il vento”, “Lo diciamo in modo feroce per le donne che non han più voce”, anche slogan storici come “Per ogni donna offesa siamo tutte parte lesa” e contro Salvini e la Lega. Sfilano le donne arrivate da tutto il Paese, l'UDI, uno sparuto gruppo di Possibile, Amnesty International, l'ANPI, i Centri antiviolenza, le donne imolesi di Trama di Terre. Le donne della casa delle donne di Napoli reggono uno striscione : “Contro la violenza abitiamo la politica”. E da Genova un grande striscione “Contro lo Stato violento e machista ora e sempre lotta femminista”.

Negli anni '70, adolescenti, a fianco delle donne più grandi, eravamo noi nelle piazze per l'aborto legale, il divorzio, la modifica del Codice Rocco per riconoscere lo stupro un reato contro la persona, per l'educazione sessuale e la contraccezione. Siamo ancora qui per impedire che quel passato sia cancellato ed evitare che le nuove generazioni debbano ricominciare da capo. In tutti questi anni  qualcosa è passato e si è sedimentato nelle generazioni più giovani. Chi sono queste ragazze decise a fare muro verso chi minaccia un futuro che vogliono decidere e che non esitano a definirsi femministe? Sono una generazione nuova che si organizza e si autorappresenta in un tempo in cui la politica non offre riferimenti attendibili, decisa a contare e a decidere per sé. Una generazione che oggi ha partecipato all'assemblea generale di Non una di meno dopo quella del mese scorso per dare corso e continuare l'agitazione permanente dichiarata e darsi appuntamento al prossimo 8 marzo. E' un'Italia che non ci sta a farsi mettere da parte e che smentisce i giudizi critici sommari di un mondo adulto che sta consegnando un mondo greve, pesante, violento. Un pezzo di Italia che non è nelle Istituzioni, non si riconosce nelle forze politiche oggi al potere ma che c'è e pretende di avere voce per dire che non sta nei 60 milioni di italiani spesso citati da Salvini e Di Maio come la maggioranza indistinta di un consenso assoluto. L'Italia è anche questa.

 

(v.g.)

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