I capibastone

Pubblicata il 2 dicembre 2018

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E io, Hernst Ianning, peggiore di tutti gli altri perché sapeva cos'erano e fece ugualmente lega con loro. (Vincitori e vinti)


Ci sto provando.
Con le ultime riserve di passione politica.
Che le grandi manovre precongressuali per definire i futuri assetti di potere interno certo non ravvivano.
Con chi vanno Richetti e Serracchiani non interessa nessuno.
Ci provo perché questa nuttata dovrà pur passare, una sinistra degna rinascere, un giovane tornare a credere in qualcosa di autentico e un vecchio andarsene (quasi) serenamente.
Ma voi non ci aiutate.
A capire.
A riconoscerci in un progetto.
Ad aiutarvi.
Dite che avete bisogno di noi ma non ci dite per fare cosa.

Non ci dite perché una ragazza dovrebbe entrare in un Circolo inaccogliente per sentirsi chiedere con chi sta, senza sentirsi libera di dire, fare, sbagliare.
Non ci dite cosa è cambiato nei pensieri, nei sentimenti, nei rapporti, affinché qualcosa possa davvero cambiare.
Non ci invitate a diventare protagonisti, ci invitate a votarvi.
Non date fiducia a noi, la chiedete per voi.
Per qualcuno tra voi.
Perché dovremmo concedervela?

C'è voluta una disfatta per farvi ammettere a mezza bocca che non ce la fate da soli.
Non vi bastavate nemmeno prima.
Per questo abbiamo perso.
Senza l'onore delle armi.

Abbiamo cominciato a perdere quando non ci siamo più abbeverati alla sorgente della legittimazione popolare.
Quando abbiamo ridotto la partecipazione a conta, osteggiato il confronto, scoraggiato l'autonomia critica, soffocato l'io responsabile nelle spire della complicità correntizia.
Fabbrica di mediocrità e opportunismo.
Che inibisce l'iniziativa e compromette
la sintesi.
Che condanna alla sterilità.

L'io e il noi non vanno ribaltati e contrapposti come sostiene Martina ma vanno composti.
Perché sono coessenziali allo sviluppo di una dialettica feconda di pensieri e di azioni.
La legge morale dentro di noi, a presidio dei comportamenti di ognuno, e regole di vita condivise, a garanzia del lavoro di tutti.
Il solo noi deresponsabilizza e annulla l'io, il solo io svuota di significato il noi.

Nel primo caso sei il M5S, dove uno vale zero, nel secondo sei il PD oggi, dove occorre trovare ragioni nuove per stare assieme.
Solitaire- solidaire, come l'uomo di Albert Camus, questa è la sintesi.
Autonomia e responsabilità.
É di questo lievito che più ha bisogno la società, un partito che aspiri a guidarla e un gruppo dirigente degno di rappresentare entrambi.

Nella lunga marcia verso un Congresso sovraccarico di aspettative non si scorgono movimenti significativi.
Volti nuovi non ce ne sono, né potrebbe essere altrimenti visto che qualcuno se ne è andato ma nessuno è venuto.
Una delle poche teste ben fatte entrate nel PD in questa congiuntura avara, Calenda, si é chiamata fuori quando si è resa conto dell'aria che tira.
Il solo rimprovero che si può muovere è di non averlo capito la prima volta che ha parlato con Orfini.
Le solite manovre di posizionamento, gli stessi calcoli, gli atteggiamenti di prima, i rituali di sempre.

Quell'incurabile vena di ipocrisia che fa dire a tutti, eccetto Zingaretti mi pare, “non so se mi candido”, “è la gente che me lo chiede”, “se il Segretario non prende il 51% è un guaio”, per alla fine concedersi “mi candido anch'io”.
“Non lo fó per piacer mio ma per far piacere a Dio” portava scritto sul baby doll una conturbante Marina Vlady nel film L'ape regina.
Il PD è in debito di uomini, di idee e di progetto da prima di Renzi, non è entrato in crisi solo per colpa sua né si è sgretolato perché lui ne ha sdegnosamente lasciato la guida.
C'è un unico filo che lega l'intera vicenda.
Con qualche nodo mal riuscito.
Misurarla a pezzetti, per appropriarsene o distanziarsene non aiuta a capire.

Solamente gli sciocchi fanno coincidere l'inizio della storia con il loro avvento e identificano sé soli con la virtù.
L'ossessione del nuovismo, non meno del vecchio continuismo, è l'espressione di un ideologismo manicheo.
Un espediente per accreditarsi senza misurarsi.
Che i grillini hanno sublimato.
E anche il PD più recente ha adottato.
Forse in mancanza di più convincenti argomenti.
I proclami più arditi fioriscono sulle labbra più improbabili.

Bisogna rovesciare il tavolo, sostiene la professoressa Gualmini che ci stava seduta sopra.
Analizzare gli errori per correggerli è una buona cosa, prendere le distanze per definirsi non colma il vuoto identitario e non riavvicina alla sensibilità popolare perduta.
Genera solo ambiguità.

Senza riguardo al significato delle parole e alle conseguenze di un loro uso dissennato, quasi tutti i dirigenti del PD, candidati alla Segreteria in testa, con la variante di Minniti che vuole lottare contro “l'aristocrazia” di cui è parte, proclamano che combatteranno fino alla morte i “capibastone”.

Dal ché i più desumono che:
A) in quel partito c'è gente, così è scritto nel vocabolario, assimilabile a chi “controlla le attività mafiose in una determinata zona”.
B) quelli che ci stanno chiedendo una rinnovata fiducia hanno tranquillamente convissuto e prosperato (politicamente) con questa sgradevole situazione.

“Ma sei scemo?” esclama la mia amica Licia Granello di fronte ad affermazioni che non stanno né in cielo né in terra.
Io un po' di tempo in quel partito l'ho passato.
Ho conosciuto persone belle e anche meno, maggiorenti e minorenti, altruisti e opportunisti, qualche figlio di buona donna, ma capibastone no.
Lo dico per la serenità della nostra gente.
Poteva sopportare lo stalinismo ma non quella roba lì.
Diciamolo, siete andati sopra le righe.
Vi accade spesso.

Non è così che il PD risalirà la china.
È un gioco d'ombre cinesi puerile e controproducente.
Una falsa partenza, in vista di un Congresso al quale non dobbiamo chiedere un grande capo che non c'è ma il coraggio della verità.
Tornate ai blocchi di partenza e riprovateci, con un'altra mentalità.
Se volete la nostra fiducia vi dovete porre domande più impegnative e ci dovete dare qualche risposta in più.

(Guido Tampieri)

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