A tu per tu con Occhetto

Pubblicata il 5 dicembre 2018

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Bologna. Incontro ravvicinato venerdì 23 novembre alla Bolognina, precisamente alla sede della Fondazione Duemila, dove era in programma un incontro con Achille Occhetto. Trent'anni fa non ero presente, per ovvie ragioni. Ma devo dire che, se l'importanza storica del precedente non era eguagliabile, ne sono uscito comunque più che contento e con qualche idea. Il che, in fin dei conti, è tutto quello che si richiede a un incontro.
Allora il segretario Occhetto propose la svolta che portò il partito a ridefinire, in modo irreversibile, la propria identità; questa volta lo scrittore Occhetto ha presentato il suo ultimo libro, dal titolo “La lunga eclissi. Passato e presente del dramma della sinistra”. Eclissi: dramma: sinistra. Nessuna novità, verrebbe da dire. Tuttavia di novità nel libro ce ne sono diverse, alcune delle quali uscite anche durante la presentazione, grazie all'apporto della vicepresidente regionale Gualmini e al direttore della Fondazione Gramsci E-R Galli.

Una novità importante, per esempio, concerne lo sguardo critico, per certi versi impietoso, con cui vengono ripercorse le tappe della sinistra italiana, che scopriamo in crisi molto prima della débâcle alle recenti elezioni. Infatti la crisi, secondo Occhetto, costituisce una parte rilevante della storia della sinistra italiana, poiché scatenata da quelli che nel libro definisce i “tarli roditori”, ovvero delle enormi ambiguità mai risolte interne al PCI e risalenti al secondo dopoguerra. Ambiguità che hanno accompagnato l'evoluzione di un partito che viene descritto in una costante crisi di identità, collocato a Ovest della cortina di ferro ma contemporaneamente legato a Mosca. Detto in altri termini, un partito che condivideva le grandi battaglie della e per la democrazia italiana, pur senza abbandonare, quantomeno per un lungo periodo, una certa sudditanza dal PCUS, che con la democrazia non aveva molto a che fare.

Venne a crearsi in questo modo una tensione estrema, impersonificata nella figura dello stesso Occhetto nelle pagine del libro, tra socialismo ideale, in cui vedevano finalmente realizzazione le idee di libertà e giustizia sociale, e socialismo reale, in cui, al contrario, alle pretese di liberazione avanzate da Marx e Lenin si era sostituito il terrore di uno stato poliziesco e autoritario. L'accusa a Stalin, colpevole di avere sacrificato l'immenso plusvalore derivante dalla vittoria sul nazifascismo (Galli) in nome della politica di potenza e del realismo geo-strategico, rappresenta l'apertura della riflessione sulla lunga eclissi. Dove tutto ebbe inizio, potremmo dire. L'analisi si concentra in seguito sulle diverse tappe vissute da Occhetto e dal PCI, passando dalla Svolta della Bolognina e giungendo infine ai giorni nostri, secondo il fil rouge della ricerca di identità interna alla sinistra.

Senza entrare eccessivamente nel merito del libro, che a mio giudizio merita di essere letto, sia per la caratura dell'autore, sia per lo spirito sincero e appassionato che traspare dalle pagine, intendo condividere una breve considerazione su quanto mi è rimasto dall'incontro, dal libro stesso e infine dall'intervista che sono riuscito a rivolgere a Occhetto.

Partiamo dall'incontro. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ovviamente, ma l'incontro in sé è stata una chiara dimostrazione del dramma della sinistra. No, aspettate, non ho detto che ha fatto schifo. Tutt'altro: sono stati espressi dei contenuti di grande livello culturale. Non solo, l'incontro ha visto una calorosa partecipazione. Il punto è che, a parte qualche raro esemplare, la quasi totalità dei presenti lo era anche alla Bolognina parte1. E anche all'epoca, mettiamola così, avevano superato i vent'anni da un po'. Questo si ricollega direttamente alla mia versione dell'eclissi, che riprendo da un capitolo del libro. Non è uno spoiler, anche se, racchiudendo il significato più profondo della sinistra e pertanto della sua crisi, il concetto che mi accingo a prendere in esame rischia di far saltare a conclusioni affrettate. Conclusioni, temo, affrettate quanto giuste.

“Tutto ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”. L'affermazione è del filosofo tedesco Hegel, il quale decise di riassumere così l'identità da lui presunta tra ragione e realtà. Potrebbe sembrare un aforisma fuori contesto, me ne rendo conto, non fosse che queste poche parole sono semplicemente fondamentali per comprendere la sinistra e, di conseguenza, la sua crisi. Laddove la seconda parte suggerisce un'accettazione de iure dello stato di cose esistente, la prima apre alla possibilità di intervento sulla realtà, al fine di modificare “in meglio” le attuali condizioni. Non a caso, la scissione di questo concetto ha originato due diverse correnti di pensiero, la destra e la sinistra hegeliane, corrispondenti relativamente alla sfera conservatrice e a quella rivoluzionaria.

Ora, appare a mio modo di vedere evidente come anche nei temi del dibattito odierno possa essere tracciata una linea di divisione che segue l'impostazione post-hegeliana. Del resto, cambiamento contro tradizione costituisce da sempre l'estrema sintesi dello scontro politico. Assume tuttavia una rilevanza particolare oggi nel nostro Paese, in quanto chi ha fatto della tradizione cristiana uno strumento di Piazza sostiene di far parte del governo cosiddetto “del cambiamento”. Come se non bastasse, un'ulteriore singolarità è rappresentata dal fatto che la sinistra, che del progressismo dovrebbe essere l'alfiere, è scomparsa dai radar per rintanarsi nelle ZTL, emblema dello status quo se ce n'è uno.

Assumendo che i cittadini votino sulla base delle proprie esigenze e della propria identità culturale, la perdita di consenso tra le fasce più deboli e, per riprendere la considerazione iniziale, tra i giovani, rappresenta l'incapacità di offrire delle risposte su questi due fronti. Il che potrebbe suggerire che la sinistra ha effettivamente smarrito la vocazione sociale e l'identità culturale, o se preferite la “razionalizzazione” hegeliana e lo stesso significato del termine sinistra.

La lettura di Occhetto, con cui concordo pienamente, è che un nuovo inizio sarà possibile solo dal riconoscimento sincero di questo dato di fatto. E non è un problema interno alla sinistra, riguarda la stessa democrazia! La ragione è la seguente: sinistra/destra non è una distinzione superata, come qualcuno vorrebbe far credere. Sono modi diversi di guardare il mondo. E la democrazia, perché sia tale, non può permettersi di fare a meno di una delle due.

Per concludere, giusto due parole sulla mia intervista all'ultimo segretario del PCI.
L'organizzatore dell'incontro mi aveva avvertito che il tempo a mia disposizione sarebbe stato ridotto, per usare un eufemismo. Avevo pensato a un paio di domande, alle quali sarebbe stato difficile rispondere in qualche minuto. Tuttavia l'occasione era irrinunciabile, per cui ho seguito la scaletta.
In successione, ho chiesto a Occhetto cosa ne pensasse del lavoro e del reddito di cittadinanza, della questione culturale e di chi secondo lui detiene attualmente l'egemonia, delle possibili alternative al neoliberismo. Troverete le risposte alla fine dell'articolo.

Un ultimo pensiero. Ritengo di avere chiesto delle cose importanti, su cui vorrei che ci fosse un dibattito, almeno in una certa porzione dello spettro politico. Ma ciò che mi preme sottolineare non è nelle risposte, le quali non necessitano di spiegazioni aggiuntive.
Dopo avere ripensato qualche giorno all'intervista, mi sono reso conto che la cosa più importante era un'altra: ho potuto fare queste domande perché avevo fiducia in una risposta seria e posata.
Mi sono detto che la sinistra dovrebbe ripartire da qui.

Come trent'anni fa si discute dell'identità della sinistra. Le chiedo cosa ne pensa del mercato del lavoro e se le piace il reddito di cittadinanza. Secondo lei dobbiamo abituarci all'idea di avere persone escluse dai processi produttivi?
"Non credo che il reddito di cittadinanza sia una buona via di uscita. Ci vogliono politiche attive per il lavoro e lo sviluppo, insieme di un'azione programmata sul terreno sociale e politico. La povertà viene combattuta con una pluralità di strumenti, altrimenti si finisce sulla strada dell'assistenza".

È ancora possibile immaginare una società con una piena occupazione?
"È un obiettivo di tutte le società, la immaginiamo tutti. Se il modello di sviluppo non la consente, si deve cercare di cambiarlo per realizzarla".

Ha senso parlare di egemonia culturale? Se sì, chi la detiene?
"Il pensiero unico mondiale sotto la direzione neoliberista, che in questi anni ha prodotto delle conseguenze catastrofiche. Oggi questo modello è in crisi, proprio per questo motivo si stanno sviluppando i populismi e i sovranismi. La sinistra deve provare ad aprirsi una strada verso una nuova egemonia culturale".

Esiste un'alternativa al capitalismo neoliberista?
"Non bisogna abbandonare ogni speranza, esistono sempre delle battaglie giuste per cui combattere. Credo che la battaglia principale sia per la trasformazione del modello di sviluppo: il pubblico deve essere in grado di dettare le sue regole, soprattutto laddove ci siano delle questioni di interesse sociale rilevanti".

(Alberto Pedrielli)

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