"Ci andiamo dietro", quanti ricordi nell'agenda della Fondazione

Pubblicata il 17 dicembre 2018

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"Ci andiamo dietro", quanti ricordi nell
Quando iniziano a comparire, in varie forme e occasioni, calendari e agende, il profumo della fine dell'anno vecchio e l'inizio di quello nuovo si fa più intenso, percepibile, inevitabile. Per tutti ha inizio l'ovvietà delle riflessioni di sintesi, delle somme e delle speranze. Dei sogni. Dei desideri.
L'anno che sta volgendo al termine ha portato un forte vento di nuovo, di diverso, vicino e lontano da noi. Eppure, questo forte vento finirà per coinvolgerci e per colpirci inevitabilmente: ognuno di noi ne trarrà benefici, sacrifici, successi,sconfitte. Ma tutto ciò è il profumo, quello vero, della vita, del nostro essere, del nostro esistere in mezzo a tanto vento.

Mi ha colpito il titolo di una di queste agende, un calendario a forma di libro che da diversi anni anticipa l'inizio dell'anno nuovo. Il titolo viene proposto in “italiano”, sintesi non colorita di una frase del nostro vecchio dialetto: “Ci andiamo dietro”. Molto più colorito e forte l'originale dialettale: “Ai andè dre!”. Seguito, negli anni passati dall'inevitabile “Fa divers!”.
L'omaggio proviene da una istituzione tutta Imolese, la Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, che si perde negli anni del secolo passato e ci predispone, in questo caso, non solo ad iniziare a segnare sulle pagine, ora intonse, gli inevitabili appuntamenti, ma anche a pause di riflessione: qua e là, immagini della nostra città ci riportano indietro nel tempo, quasi in una città diversa, una realtà che si perde tra i ricordi di molti, nella sorpresa dei più giovani, ma non può lasciare spazio all'indifferenza.

L'argento della macchina fotografica ha fissato momenti di vita cittadina, alcuni dei quali irripetibili, per il mutare delle cose, per il trascorrere del tempo. Nelle prime pagine una celebre frase di Kennedy: “Non chiedere cosa può fare il tuo paese per te, chiedi cosa puoi fare tu per il tuo paese”: una sintesi elegante del più popolare detto che vede il fondo del tuo braccio come la sola mano che potrà sempre aiutarti.
L'immagine ci riporta agli spalatori della neve, al lavoro, per rendere le vie e i marciapiedi transitabili dopo la nevicata. Lo faremmo ancora? Lo faremmo anche noi, ora? Poi l'immagine di un copioso corteo di giovani studenti, con in primo piano un cartello: "Autogestione per non subire". Cerco tra la folla qualche viso conosciuto, ma non riesco. Chissà questi giovani, ora adulti, quali sogni ed esigenze di quei momenti hanno visto realizzate, perdute, sognate ancora.
Poi terrazzi gremiti di folla in attesa del passaggio, alla curva della rivazza, del mito automobilistico di allora: l'accoglienza dei vicinali consentiva il risparmio del biglietto e l'occasione di assistere ad un evento atteso da tempo: ora un orribile muro, pietosamente coperto di verde, in stagione, ha posto fine a quella che era una prassi. Ora gli eventi importanti si svolgono altrove e sono rimasti, a consolarci, il denaro speso, i ricordi, le polemiche, il rumore, i sogni degli appassionati, l'inquinamento.

Poi le immagini del nostro fiume, quando ci trovava in costume da bagno, sulle sue sponde decisi a rubare ogni oncia di sole e di refrigerio nelle sue acque. Per la sete poi non c'era alternativa ad un fresco bicchierone di “acqua della puzza” nel sito di “Mardazza”: una buca scavate nelle argille e tra gli affioramenti di arenarie metteva a nudo una vena di acqua sulfurea e immensi bicchieroni, sempre risciacquati nella medesima, venivano serviti per poche lire. Nei pressi una pentola d'olio bollente, forniva piadine fritte indimenticabili. Per chi c'era allora.

Poi le immagini della città intera ad accogliere e ad accompagnare la Madonna del Piratello: una folla immensa, composta, omogenea nella sua diversità seguiva l'immagine nella certezza che la Madre di Dio non si sarebbe dimenticata di noi, ancora vivi, impegnata com'era a consolare quelli che tra noi non c'erano più. Ma guarda, gli aquiloni in volo nel prato della Rocca: piccole e grandi macchine volanti seguite dagli occhi sognanti dei più piccoli e quelli curiosi degli adulti: sogni colorati lassù nel cielo sospinti dalla brezza.
Ci si accontentava di sognare guardando all'insù. Poi, tanti ragazzi, intenti davanti alla scacchiera e alle forme di legno dei pezzi combattenti: occhi fissi ora alla strategia da seguire ora all'orologio che scandiva il tempo del pensare. Ma guarda, il caso mi vede presente, travestito, per l'occasione, da arbitro imparziale nelle numerosi tenzoni e dispute: si cercava di insegnare ai giovani Imolesi molto più di un gioco, di una battaglia, di una vittoria. L'essenza profonda della vita: si nasce tutti uguali poi il gioco ci trasforma e ci forma. Pezzi tutti eguali, tante caselle bianche e tante nere, valori identici? Sarà davvero così anche nelle battaglie quotidiane? Qualcuno bara? Un pezzo in più, uno in meno? L'arbitro, inefficace, se n'è andato? Il tempo è finito. Ma solo nel gioco.

Sono arrivato in fondo all'agenda e nelle ultime pagine inizia il calendario del 2020: ci penseremo poi. Per adesso pensiamo in tempi più brevi, più vicini, poi “Ci andiamo dietro” (Ai andè dre): fa divers.

Dalla redazione di leggilanotizia un sincero augurio di Buone Feste e di un felice Anno Nuovo: continueremo ad “andarci dietro” ma cercheremo di essere sempre diversi e sempre uguali.

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